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Per l’Europa costruire un multeralismo efficace è un obiettivo strategico per contribuire alla pace 

Dal 1° maggio l’Europa ha ridisegnato i propri confini. Scavalcando l’ex
cortina di ferro, ha accolto dieci nuovi paesi allargandosi ad Est e verso il
bacino del Mediterraneo portando il numero dei cittadini europei a 450 milioni
di abitanti. Popoli diversi, dalle tradizioni e storie distanti, con costumi,
culture e religioni a volte molto lontane tra loro. Ma il punto di incontro,
questi popoli, lo trovano nel comune obiettivo di creare un’Europa politica e
sociale unita, realmente coesa, come quella sognata ormai quasi sessanta anni fa
dalla grande intuizione dei padri fondatori: De Gasperi, Shuman e Adenauer.
In questi anni di passi in avanti ne sono stati fatti. Tanti
e di rilievo. Il più importante, certamente, è stato l’unione
monetaria per noi realizzata dal governo Prodi. Ma adesso ci
attendono nuove sfide, importanti e complicate. È innegabile, infatti, che
l’estensione a est sia una scommessa in questa fase storica. Alcuni paesi
sono indipendenti solo da pochi anni: dal ’91 l’Estonia, la Lettonia, la
Lituania e, in quell’anno, anche la Slovenia si è staccata dal resto della
Jugoslavia. La Repubblica Ceca e la Slovacchia si sono separate
consensualmente nel 1993. Cipro è tuttora divisa in due, con la parte nord
occupata dall’esercito turco e un referendum ha appena rifiutato
l’ipotesi di riunificazione messa a punto dalle Nazioni Unite e dall’Unione
europea. Otto stati su dieci hanno sistemi democratici consolidati da poco e,
alcuni, hanno al loro interno spinte nazionalistiche e anti-europee. Le tre
nazioni baltiche inoltre devono fare i conti con una forte minoranza russa,
che nel caso della Lettonia, sfiora il 40%. Nonostante tutto e
nonostante le disparità economiche tra i nuovi componenti dell’Unione
e quelli che già la compongono, l’allargamento è stato approvato dai
Quindici e ratificato lo scorso anno da referendum popolari che si sono tenuti
in tutti i paesi candidati fuorché Cipro, nei quali i sì hanno prevalso con
nette maggioranze.
Ma tra le tante diversità esiste un’identità collettiva
comune che si fonda su valori che i Venticinque condividono: la
democrazia come metodo di buon governo, la sicurezza
attraverso l’integrazione, la solidarietà umana. Sono i tratti fondanti
dell’esperienza comunitaria da cui è necessario partire per giungere, nel
più breve tempo possibile, ad un’Europa politica e sociale realmente coesa.
Ad un’Europa che effettivamente possa decidere all’interno dei suoi confini e
che invece, al di là delle sue frontiere, sappia esprimere una posizione
univoca, parlare ad una sola voce conducendo un’azione internazionale
comune.
L’obiettivo da raggiungere non è solo auspicabile ma necessario e
gli ultimi tragici avvenimenti iracheni lo confermano.
Se l’Europa avesse
parlato ad una sola voce ci troveremmo ora in questa situazione? Se l’Europa,
unita, si esprimesse compattamente non riusciremmo forse a imporre una
soluzione pacifica sotto l’egida dell’Onu? Serve, dunque, la forza di
una politica estera unitaria che scelga di integrare interessi e
valori; che ricorra all’uso della forza in casi estremi, mirando sempre ad
obiettivi politici democratici, alla difesa dei diritti umani e a regole
multilaterali. Proteggere i diritti umani e rafforzare il diritto
internazionale sono, infatti, l’unica speranza per dare al mondo, sottoposto
a rischi globali, speranze di sviluppo, di giustizia, di stabilità. Costruire
un multilateralismo ef- ficace è per l’Europa un obiettivo strategico da
raggiungere e, insieme, una condizione per esistere sul piano
internazionale.
È in questa cornice, però, che l’Unione deve riuscire a
rimuovere le cause dei conflitti prima che ci si trovi ogni volta a doverli
reprimere, per questo la Costituzione europea dovrà ricalcare quella italiana
che la guerra la ripudia.
Se parlerà con una voce sola l’Europa potrà
incidere in luoghi chiave: nella Banca mondiale e nel Fondo monetario
internazionale, dove si prendono decisioni cruciali per la lotta
alla povertà e all’esclusione nel mondo, essa può diventare l’azionista di
riferimento, se unifica le sue quote e si dota così di una voce unica. Nel
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non può affidarsi al
coordinamento, per di più intermittente, fra i suoi Stati membri che ne fanno
parte. Per contare di più sarà importante, anche, poter contare sulla forza
autonoma di una Difesa comune europea e su industrie della
difesa maggiormente integrate. Investire su questi fronti significa
dare all’Europa l’opportunità di giocare un ruolo indipendente
nella soluzione dei conflitti mondiali, senza restare alla mercé di quello
che, ad oggi, sembra essere l’unico gendarme del mondo: gli Stati Uniti
d’America. Del resto abbiamo già vissuto in un’epoca bipolare, con due
superpotenze, gli Usa e l’Urss, che certo non lasciavano prefigurare un sicuro
futuro di pace. E il rischio che il mondo si dirotti nuovamente verso un
sistema bipolare non è poi così lontano: la Cina, a breve, potrebbe
prendere il posto che un tempo è stato dell’Urss.
In questa prospettiva
l’Europa unita può essere attore forte della politica internazionale
assicurando ai suoi cittadini libertà, agiatezza, integrazione, crescita,
occupazione. E per realizzare le migliori condizioni di vita agli europei è
necessario partire dalla giustizia sociale, garantendo cioè a tutti le
stesse opportunità di accesso alle possibilità di crescita ed
emancipazione sociale. L’Europa dei Venticinque dovrà quindi rafforzare le
politiche di welfare che, al di sopra delle essenziali garanzie contro
l’esclusione, dovranno puntare sulla riduzione delle disuguaglianze
attraverso le politiche attive del lavoro e la formazione permanente. In
questo senso abbiamo molto da imparare dai paesi più piccoli dell’Unione, che
riescono a ridurre di più le disuguaglianze in proporzione a ciò che
spendono in politiche sociali. Ma welfare significa anche sostegno ai
giovani, alla loro formazione. Agli anziani, che rappresentano una
sostanziosa maggioranza dei 450 milioni di cittadini dei Venticinque. Alle
donne, ancora lontane dal poter ben conciliare famiglia e lavoro.
Insomma,
l’Europa ci pone di fronte a nuove sfide che dobbiamo raccogliere con il
coraggio che ebbero, alla fine della Seconda guerra mondiale, i padri
fondatori dell’Unione che avevano intuito la forza dell’Unione per la pace e
l’ordine mondiale.
Dobbiamo ora perseguire quel progetto che, nell’epoca dei
rischi globali, delle guerre preventive e del terrorismo
internazionale, può contribuire alla stabilità e alla pace mondiale
nonché allo sviluppo dei paesi più in difficoltà.
di PATRIZIA TOIA