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Ben Alì strappa il velo. E alimenta l’integralismo

TUNISIA

La Francia osserva quasi con disinteresse le polemiche sul velo islamico
che avevano infiammato il paese qualche anno fa e che ora esplodono in Gran
Bretagna, dopo l’intervento critico di Jack Straw e il caso dell’insegnante
sospesa. Anche in Tunisia la polemica sul velo è tornata in primo piano in
questi giorni, con la presa di posizione del governo che auspica un’applicazione
più severa del decreto 108 dell’81, che proibisce il velo nelle strutture
pubbliche.
Mercoledì scorso,
il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali si è pronunciato contro il
velo «d’ispirazione settaria, importata dall’estero».
Secondo il ministro
degli esteri, Abdelwaheb Abdalah, il velo è «uno slogan politico agitato da
un gruppuscolo che si dissumuila dietro la religione per realizzare un
disegno politico». Per il ministro degli interni, Rafik Belhaj Kacem, è «il
simbolo di un’appartenenza politica che si nasconde dietro la religione,
che è innocente, e che cerca di riportare la società a un’era
antica».
L’obiettivo dell’autocrate tunisino e dei suoi ministri è di
lottare contro l’islamismo, che sfida politicamente il potere.
La battaglia contro il velo viene cosi’ strumentalizzata, in un paese
che dall’indipendenza è all’avanguardia per i diritti delle donne.
Il 13 agosto del ’53, all’indomani dell’indipendenza, il presidente
Habib Bourghiba, morto nel 2000 e destituito da Ben Ali nell’87, aveva
promulgato un codice personale per le donne unico nel mondo
arabo- musulmano, che aboliva la poligamia, istituiva il divorzio
giudiziario (al posto del ripudio), stabiliva a 17 anni l’età minima per
sposarsi per le ragazze, che devono essere consenzienti. Lo stesso
anno, la costituzione tunisina istituiva l’eguaglianza tra uomo e donna,
che è diventata elettrice ed eligibile.
Oggi in Tunisia vige l’eguaglianza
tra uomo e donna nella coppia, per esempio in caso di decesso del padre è
la madre che ha il diritto di tutela sui fi- gli minorenni, come in
Occidente.
Ben Ali, nell’ultimo decennio, per cercare popolarità, ha
ripreso questa battaglia per l’eguaglianza.
Ma il regime dal pugno di ferro
solleva reazioni, che si esprimono anche attraverso l’utilizzaione del
velo.
Secondo Khadija Chérif, presidente dell’Associazione tunisina delle
donne democratiche, è vero che in Tunisia si riscontra un ritorno al velo,
soprattutto tra le giovanissime. Ma è un fenomeno che non è di oggi.
Questa associaione denunciava già nel 2003 che «un po’ dappertutto, in
strada, a scuola, negli uffici pubblici, si vedono donne giovani e meno
giovani che portano la tenuta islamica». L’Associazione difende
contemporaneamente il diritto delle donne a vestirsi come vogliono, ma anche
le conquiste del codice personale. «Purtroppo non ci sono sondaggi –
afferma Kadija Chérif – ma noi abbiamo cercato, nei limiti delle nostre
possibilità, di determinare perché portano il velo. Non si può
generalizzare, ma alcune parlano di politica, di reazione contro il
governo, delle religione o di un modo per prendere le distanze
dall’occidente». Secondo il decreto 108, che bandisce il velo dal
pubblico impiego, la donna che lo porta può essere licenziata.
Secondo
Safwa Aïssa, presidente dell’associazione Verità-azione, che milita per la
libertà di espressione e il rispetto dei diritti umani, «le autorità
tunisine hanno impedito alle studentesse del campus universitario di
Tunisi e di altre città universitarie di accedere alle facoltà e di passare
gli esami di fine anno, per la semplice ragione che portano il velo».
Già nel 2002, l’Organizazione mondiale contro la tortura denunciava il
fatto che, in nome del decreto 108, molte ragazze erano state private del
diritto all’educazione.
Secondo quanto riportato dal quotidiano libanese
L’Orient le Jour, «donne velate vengono sovente fermate dalla polizia, a
volte devono impegnarsi per scritto a non portare più il velo pena la
perdita del lavoro o di dover abbandonare gli studi.
Testimoni hanno
raccontato degli interventi di agenti in borghese, in particolare a Sfax, nel
sud, che hanno strappato il velo, in piena strada». Kadija Chérif afferma
che in questi giorni «nessuna donna è venuta da noi a lamentarsi e neanch’io
non ho notato niente di speciale, ma delle persone di fiducia mi hanno
raccontato che dei poliziotti hanno aggreditoo delle donne chiedendo di
togliere il velo».
Kadija Chérif teme che questa ondata di repressione si
traduca in una radicalizzazione delle donne che portano il velo e che faccia
nascere un movimento di solidarietà.
di ANNA MARIA POLI PARIGI