Primo Piano STAMPA

Aperti per ferie

GLI USA E L’EUROPA DIVISI DALLE VACANZE Una ricerca mette a confronto i dati di diversi paesi

Nemmeno quest’estate farà eccezione: l’Europa se ne starà sulla spiaggia a
godersi il sole, e l’America, fantozzianamente, friggerà dentro un ufficio. Che
d’agosto le due sponde dell’Atlantico avessero abitudini alquanto differenti era
risaputo, ma ora lo prova anche uno studio del Centre for Economic Policy
Research, un think tank di Washington che ha condotto una ricerca sulle ferie di
16 paesi europei, degli Stati Uniti e di quattro altri paesi ricchi (Australia,
Canada, Giappone e Nuova Zelanda).
Risultato? I
lavoratori europei godono del maggior numero di ferie pagate, mentre
quelli degli Stati Uniti sono il fanalino di coda, i più
stacanovisti, al punto che il rapporto definisce l’America una
“no-vacation nation”, una nazione senza vacanze.
La media europea è
superiore alle quattro settimane all’anno (considerando anche le molte
feste nazionali), mentre quella americana è circa la metà. La legge
americana non impone ai datori di lavoro di fornire congedi retribuiti (è
l’unico caso tra tutti i paesi Ocse), mentre in Europa i lavoratori hanno
diritto ad almeno 25-30 giorni di vacanza. I giorni di diritto scendono a 20
per Australia e Nuova Zelanda, e a 10 in Canada e Giappone, che più si
avvicinano così al modello americano. Il gap è aumentato dal fatto che gli
Usa (anche qui caso unico) non prevedono durante l’anno giorni di
festa nazionale retribuita, mentre negli altri casi esaminati i giorni di
paid public holidays arrivano fino a 13.
In America sono i datori di
lavoro a garantire alcuni giorni di vacanza ai lavoratori, attraverso
accordi collettivi o individuali, ma quello che la ricerca vuole
sottolineare è che in Europa ci sono degli standard legali che difendono
il diritto alla spiaggia (per così dire) dei lavoratori, sancito
dalla direttiva Ue sull’orario di lavoro del 1993, che garantisce 4
settimane o 20 giorni di ferie l’anno. Il governo americano invece non
impone standard minimi, e allora le aziende americane fanno i propri
interessi, che in questo caso non coincidono con quelli dei propri
dipendenti. Così circa un lavoratore su quattro non ha nemmeno un giorno
di vacanza retribuito. Così, secondo dati forniti dallo stesso governo
americano, un lavoratore medio del settore privato americano finisce per
fare nove giorni di vacanza e sei giorni di feste nazionali l’anno:
15 giorni in tutto, ovvero meno degli standard legali fissati dall’Ue e
della realtà concreta dei maggiori paesi Ocse, che vede la Francia vantare
31 giorni (30 di vacanza e 1 solo di festa nazionale retribuita, il primo
maggio), la Spagna 34 (22 12), l’Italia 33 (20 13, secondo dati del
2004), la Germania 30 (20 10), Australia e Nuova Zelanda 27 (20 7), il
Regno Unito 20 (20 0). Inoltre, notano gli autori della ricerca Rebecca Ray
e John Schmitt, la media americana si abbassa per i lavoratori part-time o
a basso salario. Anche nei dettagli l’Europa si mostra più generosa degli
Stati Uniti: nove paesi europei, ad esempio, garantiscono ferie nel
periodo estivo, quello più gettonato dai lavoratori.
Questa enorme
differenza tra le vacanze degli europei e degli americani non sfugge al
senso comune dei lavoratori statunitensi.
E quest’anno non è sfuggita
nemmeno al senso comune di qualche commentatore.
Sulla rivista American
Prospect, e in contemporanea sul quotidiano Los Angeles Times, è di
recente apparso un commento dal titolo “Perché non facciamo le
vacanze come i francesi”. “Come è possibile che noi non ci facciamo un
mese di vacanza ogni estate, anche se ci piacerebbe?”, si è chiesto Ezra
Klein, giovane commentatore della rivista. Klein ha raccontato che,
guardando l’ultimo film di Micheal Moore Sicko, è rimasto colpito dal
passaggio in cui si esaltano le eccezionali garanzie sindacali,
vacanze comprese, di cui possono godere gli europei.
Klein si è informato
e si è imbattuto nella ricerca del Centre for Economic Policy Research, da
noi sopra citata.
Come è possibile – si è chiesto Klein – visto che siamo
tra i paesi più ricchi e produttivi del mondo, e che lavoriamo già
molto più dei nostri cugini del Vecchio Continente? Perché non ci
rilassiamo un po’? Il punto è, per Klein, che per gli americani la
cosa che conta di più sono i positional goods, status symbol come la casa,
i vestiti, le macchine.
È meglio rinunciare alle vacanze e lavorare di
più, perché questo significa potersi permettere una casa in un quartiere
migliore, che a sua volta comporta maggior prestigio sociale e scuole
migliori per i propri figli.
L’America individualista – ha concluso Klein
– non garantisce nulla ai propri lavoratori, lascia a loro scegliere se
andare in vacanza o lavorare di più. Però alcuni studi mostrano che la
maggioranza degli americani, sotto sotto, gradirebbe un po’ più
di vacanze, e se le prenderebbero pure se solo non temessero di venire poi
etichettati come “fannulloni” dalla loro società (e soprattutto dai propri
datori di lavoro). E allora ecco la proposta di Klein: imitiamo gli
europei, abbandoniamo un attimo il nostro individualismo, e permettiamo
allo Stato di garantire (e quindi incentivare, anche culturalmente) un
numero minimo di ferie nazionali.
Così, visto che l’individuo non
riesce ad accettare l’idea della vacanza, sarà lo Stato a spingerlo in
spiaggia.
Della stessa idea è Barbara Shelly, commentatrice di un giornale
del Missouri, che dall’America profonda ha recentemente raccontato le sue
disavventure di americana “no-vacation”: «Tutto quello che ho
sempre desiderato – ha scritto – è una bella
vacanza all’europea».
DANIELE CASTELLANI PERELLI