Primo Piano STAMPA

Luci e ombre nel manifesto sulla bioetica

Non c’è dubbio che uno degli indicatori di crisi più significativi del
nostro tempo sia il serpeggiante malessere che si percepisce nella pubblica
opinione. C’è voglia di cambiamento. Molti si chiedono e sperano che il Pd possa
davvero essere una risposta per restituire attraverso una nuova visione politica
senso e significato all’agire pubblico.
Anche io me lo chiedo, lo spero, ma non posso non
provare ad esprimere i miei dubbi, soprattutto quando la riflessione tocca
le grandi questioni bioetiche, che ormai hanno raggiunto il cuore
metafisico della riflessione umana. Non tanto cos’è la vita umana ma
piuttosto chi è l’uomo, qual è il suo ruolo in un mondo che gli è
stato affidato perché possa coltivarlo, farlo fruttare e, nello
stesso tempo, custodirlo per le generazioni future. Sono gli
interrogativi a cui appunto cerca di rispondere il manifesto per la
bioetica, pubblicato da Europa il 21 settembre scorso, ed elaborato da
un gruppo di filosofi, laici e cattolici: scienza, tecnologia e vita
umana, a cui ho semplicemente aggiunto l’interrogativo sull’ambiente,
che era implicito nella proposta fatta.
La loro è una proposta di
“metodo” che si appella alla ragione pubblica e fa riferimento al consenso
per intersezione di Rawls. Il metodo, come si sa, nella ricerca
scientifica è fondamentale. Una ricerca che non sappia descrivere
il suo metodo non può definirsi scientificamente fondata, perché non è in
grado di giustificare né i suoi obiettivi né i suoi dati e, quindi, non
consente una verifica né una generalizzazione delle conclusioni che si
raggiungono in fase sperimentale.
Tutto ciò è condizione necessaria
e irrinunciabile, ma nell’ambito della bioetica non è sufficiente. Il
manifesto infatti tra gli scopi della discussione bioetica, anche se io
parlerei più propriamente di bio-politica, indica la delineazione di
politiche sulla vita il più possibile condivise.
Si può discutere di
politiche per la vita ma la vita in quanto tale non può essere discussa
proprio perché rappresenta il primo dei diritti, quello su cui
ineriscono tutti gli altri. E la vita umana richiede proprio in base ad un
ragionevole ragionamento la più ampia tutele fin dal suo concepimento: lo
richiedono le evidenze scientifiche, lo richiede l’etica della
responsabilità, lo pretende la prudenza, che nel dubbio si schiera dalla
parte della verità possibile. Anche se ci fosse solo un ragionevole dubbio
che ci troviamo davanti ad una vita umana, questa si impone alla nostra
attenzione per quel rispetto dei fatti: ciò che lui è, e per quel rispetto
della relazione umana riconoscibile dal suo fondamento solidaristico, che
mi interpella per chiedermi chi sono io in rapporto a quel tu, che dalla
sua fragilità richiede l’attivazione pronta di un’etica della cura
efficace e consapevole.
Non a caso il manifesto dice con
chiarezza inoppugnabile che il primo elemento del consenso per
intersezione è il principio del rispetto, in base al quale è
possibile riconoscere la pari dignità e libertà delle persone e
l’impossibilità di ridurre una persona a semplice mezzo.
Per me questo
significa che nessun embrione può essere sacrificato alla scienza e alla
ricerca, per nobili che siano i loro fini, posto che la nobiltà del
fine scientifico non può fondarsi sulla strumentalizzazione della vita
umana. Ma credo anche che la scienza possa cercare nuove vie e nuove
prospettive per risolvere i gravi problemi di salute che affliggono tanti
uomini se si schiera radicalmente dalla parte della vita.
La vicenda delle
cellule staminali è emblematica e il tempo mostrerà come la strenua
resistenza alla strumentalizzazione dell’embrione, che sia o no
congelato, sta regalando alla stessa scienza uno stimolo formidabile ad
individuare nuove strade e a scoprire nuove possibilità, come è
avvenuto per la recente scoperta pubblicata su Nature, e di cui mi
piace ricordare il ruolo di un ricercatore italiano come Pandolfi, da
tempo impegnato su questo fronte.
Il manifesto proposto mi sembra una
lunga sequenza di luci ed ombre: di principi condivisibili ma di
conclusioni per me ancora ad alto rischio, che vanno dalla vita nascente
fino al termine della vita. Non c’è dubbio che il valore della libertà
personale fonda il principio di autodeterminazione, ben raccolto sia dalla
nostra Costituzione che dalla Carta dei diritti universali. Ma come ben
sanno non solo i filosofi e i pedagogisti, ma anche i politici e i
giuristi, i sociologi e gli psicologi, tra l’affermazione indiscussa del
valore libertà e la sua effettiva fruibilità e spendibilità c’è un immenso
spazio in cui si collocano i condizionamenti, i pregiudizi, le più diverse
emozioni e la stessa mancata o parziale conoscenza dei fatti e delle
conseguenze. Se essere liberi è un fatto che non può essere messo
in discussione almeno nella cultura occidentale, non è sempre facile
comportarsi liberamente. Nella intensa trama delle relazioni
interpersonali in cui ognuno di noi vive ed agisce, altri possono
facilitare e rafforzare la nostra libertà o condizionarla limitandone
l’esercizio. Molto dipende dalla relazione di solidarietà e di cura, di
affetto e di fiducia, o dalla paura: paura di soffrire, paura di essere
lasciato solo, paura di essere di peso.
Una paura che si nutre di
una certa cultura del sospetto che invade la propria dinamica
relazionale.
In questo mio breve commento ho cercato di far riferimento
solo ad argomentazioni di ragione e la mia ragione “pubblica” si fonda davvero
su quel consenso per intersezione che in tanti anni, mi piace ricordare che sono
più di 40, ho cercato di creare con i pazienti e i loro familiari, ma anche
nella formazione di medici ed infermieri e – quando è stato necessario – in
tutte quelle vicende familiari in cui ognuno di noi si confronta a tu per tu con
la vita nascente e con la morte. Il manifesto può essere un buon punto di
partenza, ma non ci esimerà da nessuna delle fatiche proprie della riflessione
bioetica e biopolitica, speriamo che le renda almeno un po’ più lievi proprio
per quel rispetto reciproco che a detta dei “manifestanti” costituisce il
criterio generale della ragione pubblica. PAOLA BINETTI