Euromondo STAMPA

Centinaia di stupri in Iraq. Vittime e carnefici stanno dalla stessa parte: nell’esercito americano

Da sempre in guerra le donne sono vittime della violenza maschile. Stupri,
omicidi, abusi di ogni genere contro le “nemiche” costituiscono la norma anche
negli eserciti moderni. La guerra irachena da questo punto di vista rappresenta
un’insolita inversione. Ci sono stati episodi orribili di stupri e uccisioni di
ragazze irachene e afghane, ma la maggior parte delle violenze a opera dei
soldati americani non viene esercitata su di loro, ma sulle proprie donne, le
soldatesse o le civili che operano in Medioriente.
Nel conflitto iracheno e
in quello afghano c’è un altissimo numero di donne soldato: circa quattro
volte di più che nel Vietnam. Si calcola che in quei teatri di guerra
siano passate dal 2002 circa 160mila donne e che ce ne siano
al momento20mila, circa un settimo del totale. Alcune, una minoranza,
operano in pattuglia e ai posti di guardia; altre, la maggioranza, svolgono
funzioni ausiliarie, guidano i camion dei rifornimenti, provvedono alla
logistica e alle comunicazioni.
Settanta di loro sono morte, altre
cinquecento sono rimaste ferite. Ma i pericoli maggiori per queste
donne non vengono dai terroristi iracheni, ma dai loro commilitoni.
Del
problema si era occupata l’anno scorso Helen Benedict, una giornalista di
Salon.com, ed è ritornato all’attenzione della cronaca negli ultimi giorni
dopo che la procura militare ha comunicato che sta indagando su 124 casi
di violenza carnale commessi da soldati. In realtà le denunce presentate
sono molte di più (la Benedict ne ha censite 2374 per il solo 2005) e ancora
di più gli episodi non denunciati – come del resto avviene anche nella vita
civile. Un’indagine condotta sulle reduci dal Vietnam rilevò che oltre il 70
per cento delle soldatesse erano state sottoposte a violenze sessuali di
maggiore o minore gravità. Oggi la situazione in Iraq e nelle basi americane
in Medio Oriente è così grave che i comandanti “consigliano” alle soldatesse
di non girare per il campo la sera e di non recarsi mai alle latrine o
alle docce se non in compagnia di altre donne. Molte dichiarano di girare
armate non per difendersi dagli iracheni, ma dai propri commilitoni.
E se
le militari possono, almeno sulla carta, rivolgersi ai propri superiori e
denunciare le violenze tentate o subite, le cose vanno molto peggio per le
civili. In Iraq e nelle altre zone di combattimento lavorano circa 180mila
contractors dipendenti da varie società private, tra cui la Kbr e la
Blackwater, la DynCorp e numerose altre che operano in regime
di subappalto. Solo un terzo sono americani, spinti dalla crisi economica
a correre i rischi di lavorare in un teatro di guerra; due terzi sono
“stranieri”, provengono cioè dai paesi più poveri della terra, vivono in
condizioni di quasi schiavitù e vengono pagati molto di meno degli americani.
Un dieci per cento sono mercenari armati con compiti di “sicurezza”, la
restante parte sono operai, facchini, cuochi, lavandai, autisti, e svolgono
tutte quelle mansioni necessarie a un esercito in guerra che non vengono più
svolte dall’esercito americano cronicamente a corto di uomini (e di
donne).
Né il Pentagono né il dipartimento di stato forniscono dati
precisi, ma si calcola che le circa 8mila americane in borghese che operano
in Iraq e in Afghanistan subiscano lo stesso trattamento delle loro compagne
militari. Con una differenza: poiché i civili non sono sottoposti al codice
militare e poiché in teatro di guerra non si applicano le leggi dello
stato occupato – e di fatto neppure quelle dello stato occupante – gli
stupri, le violenze, le molestie sessuali compiute su di loro non vengono
puniti. Del resto non vengono puniti neppure reati altrettanto gravi come
l’omicidio o le ferite volontarie compiuti dai contractors: ad esempio,
ancora non si sa se e come saranno processati i vigilantes
della Blackwater che a ottobre uccisero 17 civili iracheni. Quanto alle
violenze carnali, tutto quello che una donna può fare è rivolgersi al proprio
“supervisore”, rischiando però il licenziamento.
All’atto dell’assunzione
tutti debbono infatti firmare una carta in cui accettano di non sporgere
denuncia per qualunque motivo contro la società che li impiega, e
di sottoporsi invece a un arbitrato organizzato dalla società stessa. Il
risultato è che anche nel caso delle poche violenze riconosciute le donne
possono sperare soltanto in un modesto indennizzo. Dopo essere state
licenziate, s’intende.
STEFANO RIZZO