Cultura STAMPA

Un intellettuale alla Casa Bianca

Du Bois e Luther King ma anche Sant’Agostino. Ecco cosa legge Obama

Alcuni dei discorsi di Obama sono già entrati nella storia: quello della
convention democratica del 2004 e quello “della razza” pronunciato il 18 marzo
2008 a Filadelfia, nel cuore delle controversie suscitate da Jeremiah Wright.
Altri discorsi, che tutti si aspettavano storici, hanno deluso chi li voleva
impreziositi da citazioni antologizzabili. Così è stato per l’accettazione della
candidatura, e per il discorso dell’inaugurazione il 20 gennaio 2009. Ma i
discorsi di Obama crescono con il tempo, e se l’apparato retorico sembra poco
ambizioso la sostanza dell’argomentazione si rivela quando il clamore
dell’evento si è sedato. Stanley Fish ha osservato che il discorso del 20
gennaio va letto oltre che sentito. La prosa è paratattica, usa poche
proposizioni dipendenti, portandoti così da una frase all’altra senza rivelare
qual è il percorso che stai seguendo. È incantatorio e non progressivo, e
“testa” l’assenso ancora prima di sviluppare l’argomento (basta citare
l’attacco: «Che siamo nel mezzo di una crisi è ampiamente condiviso»). I
commentatori della prima ora si sono fermati sulle parole che a loro sembravano
rivestire un significato particolare, il che non è del tutto sbagliato, visto
che la forza dello stile di Obama (e del suo speechwriter Jon Favreau, ma è
impossibile che non sia Obama stesso il suo più attento editor) sta nella
scansione di momenti specifici più che nella costruzione di un’evidenza. La
Penguin sta mettendo sul mercato un’edizione del discorso accoppiata a uno di
Lincoln e uno di R.
W. Emerson, il padre della prosa americana di “stile alto”, e
l’esercizio di analisi è dunque appena cominciato.
Frank Rich
propende invece per un’analisi contenutistica.
Il discorso non
doveva essere bello, doveva essere austero. Era diretto agli
americani che, pur senza accodarsi alle politiche di Bush e Cheney, si
sono lasciati andare finanziariamente ed eticamente. Già l’attacco, «miei
concittadini » e non «miei compatrioti», era un astuto richiamo al senso
di responsabilità che negli otto anni precedenti è venuto a mancare. Le
persone che adesso vogliono alta retorica da Obama e non apprezzano il suo
stile «stiamo coi piedi per terra», fa notare Rich, sono le stesse
che all’inizio della campagna elettorale lo criticavano per il suo
approccio ecumenico e buonista.
In realtà, il passaggio dalla
grandiosità millenarista del discorso di Berlino alla doccia fredda
dell’inaugurazione presidenziale è forse un caso unico
nell’oratoria politica contemporanea. Abbiamo appena incominciato a capire
chi è Obama, o forse che ci sono e ci saranno molti Obama, visto che la
sua mente, a differenza di quella di Bush, non contiene solo una cosa per
volta. Durante la campagna elettorale Harold Bloom l’aveva già definito
«un fine intellettuale», e le lodi alla sua autobiografia e al suo stile
letterario sono venute ancora prima che assurgesse alla notorietà
politica. Obama sostiene di aver scritto alcune «brutte poesie» quando era
studente, ma il suo biografo David Mendell afferma che aveva seriamente
pensato di fare lo scrittore.
Certamente I sogni di mio padre è un
vero “romanzo di formazione”, l’epica di un giovane Telemaco in cerca del
padre Ulisse, e che per portare a compimento la sua ricerca deve farsi
Ulisse a sua volta, viaggiando tra lingue, religioni e continenti alla
ricerca di se stesso.
Non è difficile prevedere che rimarrà un piccolo
classico. Ma per chi ha vissuto in America negli ultimi otto anni
sembra ancora incredibile che un intellettuale possa sedere alla
Casa Bianca. Bush si vantava di leggere un centinaio di libri l’anno,
ma ogni volta che lo diceva faceva venire in mente la battuta di
Woody Allen: «Ho letto Guerra e pace in tre giorni. Parla della Russia».
Obama invece viene fotografato nel maggio del 2008 con una copia de Il
mondo post-americano di Fareed Zakaria, un dito infilato tra le pagine a
mo’ di segnalibro, e nessuno dubita che lo stia leggendo davvero.
Pochi giorni dopo le elezioni, sulla Michigan Avenue di Chicago, una
fotografia lo ritrae con in mano le poesie di Derek Walcott che ha appena
comprato, tanto che Walcott gli dedica subito una poesia, 40 acri e un
mulo (che era la promessa, pochissimo mantenuta, che si faceva ai
neri dopo la guerra di secessione – una poesia decisamente migliore di
quella di Elizabeth Alexander letta all’inaugurazione, ma Walcott non è
cittadino americano).
Qual è dunque la sua lista di lettura? Prima di
tutto i classici afro-americani W.E.B. Du Bois, Langston Hughes,
Richard Wright, James Baldwin e Ralph Ellison, nonché la biografia in più
volumi di Martin Luther King scritta da Taylor Branch, ma anche
Sant’Agostino, Nietzsche e Reinhold Niebuhr, un teologo luterano molto
discusso negli anni cinquanta e poco letto oggi, ma che da molti punti di
vista sembra aver formato la visione etico-politica di Obama: l’uomo di
fede deve impegnarsi nella politica senza presumere di salvarla, e senza
cadere nelle opposte tentazioni dell’infallibilità e della presunzione
d’innocenza. In letteratura, i suoi classici sono Emerson e Melville,
Doris Lessing e Toni Morrison, ma anche una scrittrice meno nota,
appartata e raffinatissima come Marilynne Robinson (il suo Gilead è stato
recentemente pubblicato da Einaudi), che indaga attraverso storie
familiari il contrasto tra esistenza quotidiana e fede. Un discorso a
parte meritano le biografie dei presidenti e i loro scritti. La composizione
del suo consiglio dei ministri è stata condotta tenendo alla mano A Team
of Rivals (Una squadra di rivali), il voluminoso studio di Doris Kearns
Goodwin sull’abilità politica di Lincoln di far lavorare per lui anche chi
era su posizioni diverse dalle sue (e che grazie a Obama è diventato un
bestseller).
Obama si misura su Lincoln come Machiavelli misurava
Firenze sulla repubblica romana, una storia ideale, un paradigma il cui
valore non è mai tramontato.
Ma forse il segno più evidente di una
maturità raggiunta è che, pur venerando Lincoln, Obama non cerca di
imitarne lo stile, non è a caccia del giro di parole perfetto e fulminante
che a Lincoln veniva senza sforzo, e anzi abbassa il tono
quando capisce che la gente prenderebbe l’enfasi retorica come una
rassicurazione sul fatto che le cose non stanno andando così male
se possono essere condite con una bella frase. Come ha detto nel
discorso inaugurale, citando dalla Bibbia, «Siamo una nazione giovane,
ma è il momento di mettere da parte le cose
dell’infanzia».
ALESSANDRO CARRERA