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Professioni, altro che liberalizzazione

L’articolo 3 del decreto legge del 13 agosto, contenuto in una delle prime versioni della manovra economica (nella quale però questo articolo è sempre rimasto) recita: “Liberalizzazioni, privatizzazioni ed altre misure per favorire lo sviluppo”, sottotitolo: “Abrogazione delle indebite restrizioni all’accesso e all’esercizio delle professioni e delle attività economiche”.
Ci siamo! Allora la riforma delle professioni si fa, via alle restrizioni concorrenziali, alle caste, alle frustrazioni che spesso i giovani professionisti o i professionisti senza albero genealogico subiscono, finalmente dopo venti anni siamo al dunque… però che strano non si sente la solita levata di scudi da parte dei presidenti degli ordini professionali, come mai? Andiamo allora a vedere cosa c’è nell’articolo 3, sotto al titolo, nelle parti più significative.
Al comma 5 iniziano le disposizioni in materia: qui si conferma la permanenza dell’esame di stato per le professioni regolamentate senza modificarne meccanismi e modalità; alla lettera a) si confermano i limiti territoriali previsti per farmacie e notai (ma poi su questo aspetto torneremo) e alla lettera b) del medesimo comma la prima sorpresa: l’introduzione per tutte le professioni della formazione permanente continua obbligatoria, gestita dagli ordini, obbligo che se non rispettato da parte degli iscritti verrà considerato un «illecito disciplinare».
Già immagino l’architetto Renzo Piano o il giornalista Eugenio Scalfari sui banchi dell’ordine di appartenenza a prendere febbrilmente appunti sulle edotte novità professionali che i loro colleghi (in questo caso direi loro professori) nominati chissà da chi e chissà come, gli spiegheranno… e se poi non si presenteranno che farà il presidente del loro ordine professionale, gli manderà un sollecito? Li sospenderà? Comunque sono stati accontentati i vertici degli ordini e i loro ventennali presidenti, che da decenni battevano su questo punto e ora se passerà, potranno gestire oltre all’esame di stato anche il business dei corsi di formazione in regime di monopolio, obbligatorio come ogni casta che si rispetti.
Alla lettera f) si prova ad abbozzare un organismo disciplinare separato dalle funzioni amministrative ordinarie dell’ordine ma senza convinzione, senza specificare alcunché ma soprattutto senza l’inserimento di altri soggetti in queste commissioni (per es. associazioni consumatori).
In altri commi è tutto un affannarsi a dire che ciò che non è vietato è libero e che l’attività professionale è libera, salvo le normative vigenti, ovvero non modificando le norme attuali il sistema ordinistico resta come e più di prima in virtù delle novità introdotte.
Negli articoli 9 e 10 addirittura è previsto un meccanismo che consente al ministro competente di «revocare l’abrogazione di norme restrittive» entro quattro mesi dall’entrata in vigore del decreto. Tradotto: se per sbaglio abbiamo liberalizzato qualcosa, ditecelo che lo cambiamo subito.
Ma torniamo al comma 5 lettera a), in pratica la norma che consente a notai e farmacisti di dormire sonni tranquilli in quanto si salvaguardia il limite territoriale. La commissione bilancio del senato ha approvato domenica l’emendamento 3.32 testo 2 che aggiunge una piccola postilla “di salvaguardia” per le farmacie sicuramente frutto della competenza del senatore Battaglia Antonio, avvocato cassazionista, del PdL. Tale emendamento non vuole lasciare dubbi sul fatto che le farmacie sono fuori da qualsiasi forma di liberalizzazione quando fa aggiungere che la limitazione del numero di persone che sono titolate ad esercitare una certa professione in tutto il territorio dello stato o in una sua parte è consentita unicamente dove risponda a ragioni di interesse pubblico «…tra cui in particolare quelle connesse alla tutela della salute umana».
Questo perchè nei giorni scorsi qualcuno aveva messo in dubbio la forza della locuzione «d’interesse pubblico» essendo le farmacie imprese a tutti gli effetti. Così per non correre rischi hanno provveduto a chiudere tutti i varchi ancora aperti.
Il caso appena descritto ci illustra in modo lampante il metodo adottato da questa maggioranza confusa nell’azione politica ed economica ma bene attenta a conservare le rendite di posizione e i loro possibili bacini di consenso, sotto un titolo illusorio si prova a prendere per il naso Ue, Bce e Trichet, ma al contempo si appesantisce il settore delle professioni che avrebbe bisogno di una manovra di tuttaltro respiro.