Commenti STAMPA

Sud America, il ritorno del papa

Su ventidue viaggi finora compiuti in venticinque paesi, Benedetto XVI è stato una sola volta nell’America Latina: nel 2007, in Brasile. Poiché, pur in diminuzione, i latinoamericani rappresentano ancora una bella fetta dei cattolici di tutto il mondo, era necessario che il papa tornasse da quelle parti, un po’ troppo trascurate nella sua geografia apostolica. L’occasione è stata offerta da due anniversari: il duecentesimo dell’indipendenza del Messico e il quattrocentesimo del ritrovamento della statuetta della Virgen de la Caridad del Cobre, patrona di Cuba.
Così oggi papa Ratzinger parte per il suo viaggio numero ventitre, che lo porta in due realtà complesse, dove la Chiesa cattolica sta giocando partite non facili. Il cattolico Messico (dove Wojtyla andò ben cinque volte) è anche il paese di un anticlericalismo esasperato, dove, non bisogna dimenticarlo, ci fu un tempo in cui preti e suore che giravano in abito religioso venivano multati (quando andava bene), i seminari, gli istituti di istruzione e i giornali cattolici erano chiusi e i missionari espulsi.
Tempi lontani, si dirà, specie da quando, nel 2000, il Partito di azione nazionale, di centrodestra e filocattolico, ha strappato per la prima volta il potere al Partito rivoluzionario istituzionale. Ma ora è stata la Chiesa stessa a darsi la zappa sui piedi con lo scandalo di Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, definito dal papa «un falso profeta», riconosciuto responsabile di abusi sessuali, dipendente dalla morfina e morto nel 2008, in circostanze mai chiarite, dopo essere stato sospeso nel 2006 dalla Congregazione per la dottrina della fede. Per la Chiesa un colpo durissimo, reso ancora più devastante dal fatto che molte testimonianze, anche di ex legionari, dimostrano che il Vaticano era stato messo in guardia sul conto di padre Marcial addirittura fin dal 1944 (e in proposito un libro uscirà in Messico proprio nei giorni della visita papale).
Quanto a Cuba, molte cose sono cambiate dal 1998, quando un Castro ancora pimpante accolse Giovanni Paolo II. Anche grazie a quella visita, la Chiesa cattolica, scegliendo la via del dialogo e dei piccoli passi, è riuscita a ottenere più libertà di culto e di presenza nella società, e ora i rapporti tra le gerarchie cattoliche e il regime sono più che buoni. Lo scontro riguarda invece i vertici della Chiesa e ampi settori del dissenso, per nulla concordi con la strategia del dialogo e piuttosto critici anche verso la visita del papa. Prima di venire, dicono questi dissidenti, Benedetto avrebbe dovuto chiedere la garanzia di poter incontrare gli oppositori.
Non tutto il dissenso cattolico la pensa così. Alcuni storici avversari del regime, come Oswaldo Payà, pur facendo presenti le perplessità, si dicono in ogni caso felici per l’arrivo del papa e sicuri che la visita porterà risultati positivi. Tuttavia è fuori dubbio che le tensioni ci sono. La situazione è resa ancor più paradossale dal rincorrersi di voci circa una possibile “conversione” dell’ottantacinquenne líder máximo. Un incontro con il pontefice non è ufficialmente previsto, ma a Cuba, e anche in Vaticano, è dato per scontato. Su come avverrà, riservatezza assoluta. Il vecchio e malato condottiero (che studiò dai gesuiti) chiederà di confessarsi e magari di ricevere l’unzione degli infermi? Chissà.
Intanto il vescovo di Santiago de Cuba, Garcia Ibanes, dice alla Radio Vaticana: «La nostra preoccupazione è che tutto il paese senta il bisogno della riconciliazione».