Cultura STAMPA

Le tre piaghe della Chiesa

Don Vinicio Albanesi, guida della comunità di Capodarco, descrive il malessere della religiosità italiana e propone le possibili vie d’uscita, a cominciare da un ritorno all’essenziale
Le tre piaghe della Chiesa

La prevalenza delle parole umane sulla parola di Dio, la mancanza di semplicità evangelica, gli atteggiamenti ipocriti che esprimono esteriormente virtù cristiane contraddette però nella pratica. Sono questi per don Vinicio Albanesi i tre mali della Chiesa: verbalismo, estetismo, moralismo. E siccome don Vinicio ama la Chiesa, come ha dimostrato nella sua ormai lunga esperienza alla guida della Comunità di Capodarco e poi del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, ha deciso di mettere le sue riflessioni nero su bianco. Ne è uscito I tre mali della Chiesa in Italia (editrice Ancora, 176 pagine, 16 euro), un libro che fa tornare alla mente Le cinque piaghe della Chiesa di Antonio Rosmini e soprattutto fa meditare.
«Sono quasi dieci anni – scrive don Vinicio – che il problema della crisi della Chiesa in Italia mi gira nella mente e nell’anima». Il libro nasce così. Non per accusare, ma per esprimere tutta la pena di un credente di fronte al «profondo malessere» della Chiesa e soprattutto alla mancanza di prospettive.
Quella che don Vinicio racconta è una Chiesa «stanca e disorientata». Dalle parrocchie agli ordini religiosi, dalla partecipazione ai sacramenti alle varie strutture pubbliche, il panorama è desolante. Dietro una facciata sfarzosa e solenne, si nasconde «la crisi progressiva e inarrestabile di una comunità cristiana che non regge gli sviluppi della vita delle persone e del mondo, chiusa nello sconforto di speranze sistematicamente deluse o aggrappata a tendenze intransigenti». C’è un senso di frustrazione in questa analisi, e don Vinicio non fa nulla per nasconderla. Qualcuno potrà anche non condividerla, ma il fatto che sia formulata da chi per tanti anni ha vissuto nella Chiesa deve far pensare.
I tempi del Concilio sembrano non solo lontanissimi, ben più lontani del mezzo secolo che ci separa dall’avvio di quel grande incontro, ma addirittura appartenenti a un’altra Chiesa. Una Chiesa che ancora voleva e poteva dire qualcosa a tutti, una Chiesa che, sia pure tra mille limiti e in mezzo a tanti tormenti, camminava accanto all’uomo. Innumerevoli sarebbero i brani di don Vinicio da citare alla lettera. Colpiscono in particolare i giudizi sul moralismo della e nella Chiesa, quando si spiega che lo stile moralistico investe anche le relazioni pubbliche. Occorre dirlo con chiarezza: nella Chiesa italiana o non ci si parla o ci si parla in modo ambiguo, spesso sotto una patina di formalità che rende i rapporti poco o per nulla autentici.
«Probabilmente l’attenzione esagerata alla verità, intesa non come ricerca, ma come buon nome da tutelare, ha accentuato il rischio di esteriorità. Una specie di falso rispetto, di modi complessi di comunicare, di forme non autentiche di relazionarsi. I rapporti tra cristiani difficilmente si esplicano con lealtà» e sia le parole sia gli atteggiamenti hanno sempre bisogno di essere sottoposti a interpretazione, «perché non è dato intendere ciò che esteriormente appare».
Il risultato è che nessuno si fida veramente dell’altro e che alla Chiesa stessa non si concede fiducia, perché appare trincerata dietro una prudenza e un senso di responsabilità che in realtà nascondono opportunismo. L’assenza di una vera comunione è «un secondo effetto nefasto» di questo moralismo che tutto pervade. Più si parla di unità, meno c’è senso di comunione. «Non si ha il coraggio del confronto: forte, leale, con scelte condivise, frutto di ascolto e riflessione. Si preferisce una pseudounità, scegliendo strade (di spiritualità, di pastorale, di governo) frutto di compromessi».
Gli stessi documenti ecclesiali «sono sempre caratterizzati da un’ambiguità di linguaggio che è sintomo anche di approcci sfuggenti». C’è come il perenne tentativo di tenere assieme tutto, destra e sinistra, luci e ombre, per non scontentare veramente nessuno, per non dare veramente problemi a nessuno. Ma la «mancanza del coraggio delle scelte confina con l’inganno, con il rischio che i confini del bene e del male si confondano, fino a perdersi».
Questa Chiesa malata di formalismo ed esteriorità, dove magari ci si ossequia per poi sparlare allegramente alle spalle di tutti, non è più una casa accogliente. È un luogo in cui «sono rarissimi i momenti nei quali ciascuno si sente a suo agio, al proprio posto». Purtroppo «prevale la narcosi che non è saggezza ed equilibrio, ma solo formalismo esterno». L’egoismo sostanziale e diffuso, insieme causa e frutto di questa situazione, si fa particolarmente devastante quando sfocia nella commistione della Chiesa con il potere temporale. «Tramontata definitivamente l’ipotesi di cristianità, in Italia e in Europa, la tentazione egoistica di rimanere al centro di assetti istituzionali per molti cristiani non solo è perseguibile, ma anche augurabile. Ciò che non si può ottenere per adesione, lo si chiede per legge».
La pretesa di orientare in modo cristiano istituzioni ormai completamente avulse da una prospettiva cristiana porta a «patteggiare con la politica» in vista di orientamenti legislativi cristiani. Un’operazione sbagliata sotto tutti i profili perché mortifica la Chiesa, impegnata in un do ut des che non ha nulla di evangelico, e soprattutto non conduce ai risultati sperati.
Qui il discorso si innesta quindi sulla questione dei laici cattolici e della laicità del credente. Un fronte rispetto al quale la lezione conciliare è stata dimenticata e tradita, perché al posto della valorizzazione del laico abbiamo «una presenza gerarchica pattizia» con le conseguenti collusioni, e al posto della tutela del bene comune, cioè di tutti, abbiamo il tentativo di tutelare per via istituzionale la fede e la sana dottrina.
Don Vinicio è chiarissimo quando scrive che un primo nodo da sciogliere, per uscire da tutti questi equivoci, sarebbe quello del regime concordatario, che è invece continuamente esaltato come una forma di collaborazione. «Basterebbe un maggiore distacco della Santa Sede con le vicende italiane per ritrovare meno relazioni e orpelli reciproci». Nel libro di don Vinicio, ed è questo un altro suo pregio, c’è però anche una parte propositiva. Occorre decisamente tornare all’essenziale, cioè al Cristo, al suo esempio, alla sua parola. Solo così si può dare speranza al mondo ma prima di tutto a se stessi. Il che implica una scelta di radicale povertà sotto tutti i profili, quella povertà che è libertà e garantisce autonomia di giudizio e di proposta.
Quella povertà che rende credibile la testimonianza. «Nella Chiesa istituzionale è invalsa la strana logica aziendale: essere sempre e comunque favorevoli al potere vigente. Una logica che dice di partire dalla tutela delle istituzioni ecclesiastiche, ma che paga un prezzo troppo alto in termini di scambio».
Il Vangelo non può essere piegato ai calcoli e allo scambio. Quella sognata da don Vinicio per il futuro è una comunità cristiana umile, leale, plurima, misericordiosa, affettuosa, coraggiosa, fiduciosa, affidata a Dio e non all’opportunismo. Bisogna parlarne. Uscendo dal clima di sospetto reciproco e di paura alimentato anche da quei movimenti ecclesiali che, in nome della presenza cristiana, sempre più manifestamente cadono in preda alla logica del potere.