Cultura STAMPA

Populisti digitali

Un libro sul rapporto tra leadership politica ed evoluzione dei media
Populisti digitali

Sempre maggiormente – e da sempre più tempo – come mostra anche la cronaca politica quotidiana, il tema della leadership è diventato centrale all’interno delle nostre liberaldemocrazie (e della loro, piuttosto inquietante, versione postdemocratica). E un ruolo decisivo nella formazione e consolidamento delle figure dei leader politici lo gioca, da un po’ di tempo a questa parte, come noto, il sistema mediale. A fare il punto sullo stato delle cose, all’insegna di una prospettiva comparata internazionale (e con particolare attenzione a due interessanti case-study in materia, vale a dire Italia e Gran Bretagna), ci pensa un libro appena uscito e realizzato da un gruppo di professori dell’università Luiss, che operano nell’ambito del Centre for Media and Communication Studies “Massimo Baldini” (fondato nel 2009 in memoria del preside della facoltà di Scienze politiche dell’ateneo romano), La leadership politica. Media e costruzione del consenso di Emiliana De Blasio, Matthew Hibberd, Michael Higgins e Michele Sorice.
Un volume con finalità didattiche e accademiche, ma la cui consultazione è consigliabile a tutti, operatori dell’informazione e appassionati, oltre che studiosi, per l’affresco analitico davvero esaustivo che tratteggia rispetto ad ambiti quali le diverse tipologie e l’evoluzione dei populismi, le modalità di espressione della leadership politica nella storia italiana più recente, le caratteristiche dello spazio pubblico mediatizzato e i connotati originali alla base del delinearsi di forme di leadership globale.
Michael Higgins (docente all’Università di Strathclyde, a Glasgow) racconta con dovizia di particolari la storia del populismo anglofono, da Lord Salisbury (una cui “arringa” al congresso del suo Partito conservatore e unionista, nel 1897, presenta impressionanti similitudini con taluni discorsi dell’indimenticata Sarah Palin) al primo ministro conservatore Stanley Baldwin e il populismo delle immagini negli anni Trenta, da Margaret Thatcher, campionessa del populismo autoritario, sino al nostro coevo David Cameron, il quale, nell’analisi dello studioso, si pone, al di là delle forme esteriori, in assoluta continuità con la modalità di fare politica della “Iron Lady”.
Al caso italiano – sempre assai peculiare, come ben sappiamo per esperienza diretta – è consacrata l’analisi di Michele Sorice, che mostra come, nel nostro paese, gli effetti indotti dalla spettacolarizzazione della politica abbiano prodotto la trasformazione della «retorica della mobilitazione» in «retorica della seduzione» sin dai tempi del Psi di Bettino Craxi. Una nazione fortemente connotata dalle subculture politiche che hanno garantito il compromesso altissimo della carta costituzionale si trova così proiettata, dagli anni Ottanta in avanti, nella centrifuga di fenomeni quali la celebrity politics, la pipolisation e la “popolarizzazione”, di cui il berlusconismo e i succedanei tuttora attivi sono stati (e sono tuttora) significativamente intrisi. Sorice individua, inoltre, quattro retoriche che alimentano il populismo di questi anni, ovvero la retorica antisistema , quella antistatalista, l’antipartitica e quella anti intellettuale, le quali si scagliano contro differenti generi di bersagli e il cui ventaglio ricopre (ahinoi…) appieno i processi di delegittimazione che hanno investito la politica (e specialmente le sue classi dirigenti) in questi ultimi anni.
Il populismo, insomma, malattia degenerativa della crisi delle democrazie liberale e spia del loro stato di sofferenza, in primis per quanto concerne i meccanismi della rappresentanza, a cui hanno anche, a loro modo, tentato di porre rimedio le varie strategie di consultazione e sondoscopia volte a favorire il governo dell’opinione pubblica (di cui parlava già a inizio Novecento lo storico e giurista James Bryce). Un’avventura culturale e politologica interessante – che raggiunse punte come la fondazione, negli anni Trenta, dell’American Institute of Public Opinion da parte del celebre George Gallup – e che si rivela tutt’altro che scevra di distorsioni cognitive e “trabocchetti” politici, come gli autori del libro evidenziano.
E si tratta, a ben guardare, dei medesimi rischi che costellano talune manifestazioni attuali e postmodernissime della webpolitics e del webpopulism (trattato da Emiliana De Blasio), nelle quali possiamo così ritrovare dei tratti, davvero, di “lunga durata”.
Nel suo volume Le conseguenze della modernità (1989), Anthony Giddens evidenziava come le società contemporanee richiedano un elevato tasso di “fiducia” in chi gestisce i sistemi complessi da parte della cittadinanza; un aspetto che, fino a poco fa, si potrebbe dire, si è mantenuto valido anche per i più convinti populisti, nessuno dei quali, tutto sommato, avrebbe veramente rimesso in discussione certi processi e procedure, o talune competenze tecniche. Ma proprio il “grillismo” odierno, da questo punto di vista, costituisce un notevole (e impressionante) salto di “qualità”, all’insegna di un discorso pubblico intento a magnificare le «sorti magnifiche e progressive» di chi naviga in rete e si costruisce “da sé” qualsivoglia sapere e specialismo tecnico (con la glorificazione acritica e “pelosa” dei self made men della tecnica).
Un certo tasso di entusiasmo e ingenuità è sicuramente presente in una parte del “popolo 5 stelle”, e lo si può comprendere nella sua buona fede, ma, in questo caso, ci troviamo, nuovamente, dalle parti di una retorica antiintellettuale e di una sua reviviscenza, mutatis mutandis, all’interno di un elettorato molto composito, come dimostra l’analisi dei flussi elettorali e anche il vivace dibattito tra alcuni studiosi svoltosi recentemente proprio sulle colonne di Europa. Una parte del quale ha, sicuramente, ascendenze o trascorsi “progressisti”, con i quali bisogna fare i conti.
Di qui, il porsi di una sfida molto seria per il centrosinistra, che ha bisogno di creatività politologica, oltre che di ingegneria istituzionale, e di valutare con attenzione tutta una serie di strumenti – dalla democrazia deliberativa alla questione delle leadership globali (indagate da Matthew Hibberd, con particolare riferimento alla tematica del climate change) – offerti, sotto il profilo analitico, dalle pagine di questo libro, testo di studio, ma anche, in un certo qual modo, “cassetta degli attrezzi” nella quale frugare attentamente e “golosamente” per chi fa politica da sponde progressive.

(Illustrazione di Giancarlo Montelli)