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Il Trentino, laboratorio dell’alleanza dem-Monti

Sono candidato in Trentino, la terra dove ho vissuto, lavorato e fatto politica da più di trent’anni, nel collegio di Pergine Valsugana. Sì, in un “collegio”: in Trentino, grazie all’autonomia speciale, abbiamo infatti il privilegio di votare al senato con il Mattarellum anziché col Porcellum: collegi uninominali maggioritari, anziché lunghe liste proporzionali bloccate. Un collegio difficile, che dal 1994 ad oggi il centrosinistra non ha mai vinto.
Negli altri due collegi trentini, dove invece abbiamo vinto quasi sempre, i collegi di Trento e di Rovereto, sono stati candidati esponenti delle due forze alleate con noi nei comuni e nella provincia autonoma: gli autonomisti del Patt, storicamente legati alla Svp, e l’Unione per il Trentino di Lorenzo Dellai, che a livello nazionale si riconosce nella “Scelta civica” di Mario Monti. In Trentino (non in Alto Adige) il Pd è il primo partito e, come spesso succede, è il partito maggiore che deve farsi carico della tenuta della coalizione. Per questo il Pd ha accettato di correre nel collegio più difficile.
Del resto, noi democratici trentini avevamo un particolare interesse a tenere unita la coalizione. Per centrare l’obiettivo di portare Bersani a guidare il governo del paese, non solo dobbiamo arrivare primi alla camera (e conquistare così il premio di maggioranza), ma dobbiamo anche conquistare, regione per regione, il maggior numero di senatori.
Con l’accordo nazionale “per l’autonomia” tra Svp-Patt e Pd, firmato da Bersani e allargato in provincia di Trento ai “montiani” di Dellai, puntiamo ad eleggere tutti e sei i senatori in palio nei collegi, e a lasciare alla destra solo quello di recupero proporzionale. Soprattutto, comprendendo i “montiani” nell’alleanza, ancora una volta facciamo del Trentino, come è spesso accaduto in passato, da De Gasperi fino alla Margherita, un laboratorio politico nazionale: nei collegi uninominali trentini, esperienza unica in Italia, il simbolo del Pd sarà abbinato sulla scheda alla stella alpina degli autonomisti e al simbolo locale (Upt) dei dellaiani-montiani.
Viene così anticipata prima del voto, sia pure su un piano poco più che simbolico, quell’alleanza tra Bersani e Monti che, al di là delle polemiche a tratti eccessive, forse inevitabili in campagna elettorale, è oggi l’unica proposta sul campo per il governo del paese. Solo se si riuscirà a dar vita, dopo il voto, ad una alleanza tra il centrosinistra guidato da Bersani e il centro di Monti, l’Italia potrà infatti contare su un governo che punti con determinazione a rimettere in moto la crescita e a fermare la paurosa emorragia in atto di imprese e di posti di lavoro, senza compromettere la relativa stabilità finanziaria e la credibilità internazionale faticosamente riconquistate.
Insieme all’invito, nell’interesse del paese, a far prevalere ciò che unisce su ciò che divide, dal Trentino giunge a Bersani e a Monti il richiamo a considerare che la via di uscita dalla crisi non potrà essere trovata in una nuova fase di centralismo e di verticalizzazione delle decisioni, ma piuttosto in una rinnovata cultura dell’autonomia responsabile, in un nuovo patto con e tra i territori, con le loro diversità e complementarietà.
È evidente che obiettivi e acquisizioni di tale portata politica valevano e valgono il rischio che corriamo nel collegio più difficile. Non so se ce la faremo a vincerlo. Ma è un’impresa nella quale vale la pena cimentarsi.