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Facebook, i Big Data e la fine della privacy

Anticipiamo un articolo di James Fontanella, editorialista del Financial Times, tratto dal numero di "East" in uscita domani. Il Grande fratello nell'epoca dello smartphone
Facebook, i Big Data e la fine della privacy

Nascondino

L’onnipresente Grande fratello di George Orwell non si è mai veramente materializzato nel 1984. Ma c’è un nuovo occhio intrusivo, simile a quello immaginato dallo scrittore britannico, che comincia a preoccupare gli attivisti europei in difesa dei diritti civili. Big Brother si è trasformato in Big Data. L’agente misterioso che spia le nostre vite non è lo Stato ma le imprese fiorite su internet, che raccolgono i nostri gusti e le nostre preferenze, e addirittura i nostri pensieri e i nostri sogni. Nell’era di smartphone e tablet, con accesso ininterrotto a social network come Facebook, Instagram e Google, le nostre vite sono diventate un prezioso cespite d’impresa. Noi crediamo di essere clienti di queste aziende, ma la verità è che i nostri dati privati sono il prodotto che usano per realizzare profitti. Questo nuovo paradigma economico ha indotto Bruxelles a rivedere le regole di protezione dei dati.

La prima a intervenire è stata la combattiva Viviane Reding, commissaria europea alla giustizia. La Reding ha proposto un quadro di regolamentazione mirante ad armonizzare fra loro le norme di protezione dei dati in vigore nei 27 paesi membri dell’Unione. L’obiettivo primario della proposta era evitare che grandi imprese attive sul web come Google, Facebook e Microsoft facciano cattivo uso dell’enorme mole di informazioni che noi forniamo loro all’atto di utilizzare i loro servizi. I principi fondamentali erano che il controllo sui dati personali deve restare in mano all’utente e che l’azienda deve spiegare cosa intenda fare dei dati che raccoglie. Ma l’equilibrio fra il nostro diritto di utenti a veder protetti i nostri dati e la libertà delle imprese di fare innovazione monetizzandoli è un’equazione complessa.

Quasi tutti convengono che è inaccettabile che qualcuno venda immagini e dati personali relativi ad altri senza il loro permesso. Tuttavia esistono certe zone grigie. Nell’era pre-YouTube, se a una festa, uno si ubriacava e adottava comportamenti imbarazzanti, le ripercussioni dell’episodio restavano circoscritte a una cerchia ristretta: il danno, insomma, era localizzato. Oggi, se qualcuno ti riprende con il cellulare mentre ti sbronzi, prima che la sbronza ti sia passata quel video potrebbe aver già fatto mezzo giro del mondo: il danno sarebbe globale, con conseguenze per la tua vita privata e la tua carriera. Le imprese attive sul web lo sanno, e per questo all’utente si riconosce il diritto di pretendere che un video sia rimosso dalla circolazione. Ma cosa succede se milioni di altri utenti si appropriano di quel video? L’azienda internet può davvero rimuoverlo una volta per tutte?

Questi interrogativi non hanno ancora una risposta chiara. Secondo Jan Philipp Albrecht, il 30enne parlamentare europeo dei Verdi che in gennaio ha presentato una versione più radicale della proposta Reding, è indispensabile che vada rispettato il “diritto ad essere dimenticati”. Albrecht è fermamente convinto che le persone debbano conservare il controllo sui loro dati personali. È assai probabile che i giganti di Silicon Valley investiranno tutto il loro peso politico e la capacità di fare lobbying per contrastare queste posizioni sostenendo che un eccesso di regolamentazione rischia di nuocere a Internet.

E qualche ritorno dalla loro attività di lobbying lo hanno già visto quando il Parlamento europeo ha approvato una versione meno radicale della proposta Reding. Le grandi imprese tecnologiche hanno validi motivi per volere meno interventi governativi nella gestione della rete, ma sfruttare i dati personali degli utenti per far quattrini non è certo un modello d’impresa accettabile. È inaccettabile anche che la rete diventi un selvaggio West. È indispensabile che il web rimanga libero e accessibile a tutti – grazie a questo principio è cresciuto così rapidamente, trasformando la vita di tutti noi – ma bisogna garantire al consumatore i suoi diritti. Occorre adottare nuove regole per difendere gli utenti senza nuocere alle attività commerciali in rete.

Un compromesso si può trovare, ma il lobbying aggressivo delle grandi imprese del Web suscita forti preoccupazioni fra gli attivisti online. Secondo Jérémie Zimmermann di La Quadrature Du Net, un gruppo di tutela dei diritti degli utenti Internet, il Parlamento europeo è facilmente influenzabile dalle grandi corporation statunitensi contrarie all’inasprimento delle norme sulla privacy. Zimmermann sostiene che la decisione della Commissione europea di allentare le maglie della legge deve «dare la sveglia» ai cittadini dell’Unione, inducendoli a rammentare agli europarlamentari il motivo per cui sono stati eletti: difendere i loro interessi e non quelli dei grandi gruppi industriali. Le grandi imprese attive sul Web dovranno dar prova di moderazione e disponibilità a sacrificare parte dei loro utili per tenersi stretti i clienti. Se non lo capiscono, i politici di Bruxelles dovranno fare il possibile per difendere i loro netizen. In caso contrario, assisteremo forse alla nostra prima rivoluzione internet: «Liberté, égalité, fraternité 2.0».

Occupazione e crisi

Con grande allarme di molti governanti alle prese con una disoccupazione record nei rispettivi paesi, a partire dal 2014 circa 29 milioni di rumeni e di bulgari avranno il diritto di vivere e lavorare liberamente in tutti gli stati dell’Unione europea. In un momento in cui la disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti dal 1999, anno dell’adozione dell’euro, appare ragionevole la speranza di alcuni paesi – fra cui il Regno Unito, la Germania e la Francia – che le restrizioni sull’emigrazione all’interno dell’Unione vengano rese più severe. Ma sarebbe giusto? In altre parole, la decisione di ammettere la Bulgaria e la Romania nell’UE può apparire, col senno di poi, un errore. Ma si può ignorare una decisione presa di comune accordo?

Sarebbe come ribaltare la battaglia di principio condotta dall’Unione Europea in difesa della democrazia e dello stato di diritto. L’Unione vedrebbe infatti ridotte a zero le basi morali per intervenire la prossima volta che un capo di Stato romeno si azzarda a rovesciare o a gettare in carcere un esponente dell’opposizione. Per fortuna, la Commissione Europea sembra ben decisa a rispettare il protocollo, e recentemente Andor László, il Commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari Sociali e l’Integrazione, ha detto che ogni limitazione agli spostamenti dei lavoratori rumeni o bulgari sarebbe illegale. Se l’Unione Europea vuole salvaguardare la sua superiorità morale, deve continuare a rispettare gli accordi da cui ha tratto origine.

L’articolo è tratto dal numero che esce domani di “East”, la rivista di geopolitica diretta da Flavio Fusi ed edita da Europeye (presidente Giuseppe Scognamiglio)

 

Sommario EAST n.46