Caro Orlando, quindici giorni fa ascoltai in un localino di questi nostri paesi fra il lago di Bracciano e il mare il suo comizio conclusivo della campagna elettorale del centrosinistra, che contribuì a rianimarci dopo il silenzio tombale e l’abbandono da parte del Pd, dopo i giorni bellissimi delle primarie. Per circa due mesi passavamo davanti alle vertine dei fondachi con lo stemma Pd, ma mai una voce, una luce, una parola che ci dicessero qualcosa. I candidati che avevano messo quattro uova nel piatto raccogliendo più preferenze alle primarie, se ne fottevano della propaganda, di strappare voti agli altri partiti, grillini e Pdl in testa. E ora ci permettiamo di offrire a Berlusconi il senato e di dubitare del diritto di Bersani di ricevere l’incarico dal Quirinale.
Melania Turco, melania@melanialibero.it
Cara professoressa, la mia chiacchieratina di quella sera, prima delle elezioni, più che un atto di generosità verso un partito che non ci conosceva e che non conoscevamo, fu il dispetto di un elettore che praticamente voleva dire: «Se non mi richiami tu, parto volontario io». Mi ero stancato d’essere arrivato agli sgoccioli della campagna elettorale senza vedere un manifesto, senza trovare un depliant o volantino nella cassetta postale (c’erano quelli del cavaliere, di Casapound, di Fn), senza ricevere una stramaledetta telefonata che mi dicesse qualcosa e mi spingesse a uscire a mia volta dall’ intorpidimento, dal comportarmi allo stesso modo: nessuno mi chiede il voto, a nessuno chiedo di votare. Questa è stata la condizione umana prima che politica in cui si sono trovati quanti fra noi, per tutta la vita, hanno svolto una parte silenziosa ma attiva in ogni campagna elettorale. A completare l’opera di devastazione degli entusiasmi, ci si è messo prima il risultato del 25 marzo (è una settimana che non ci si telefona fra amici, per non guardarsi negli occhi), poi i primi brontolii dei soliti noti contro Bersani per una campagna elettorale che tutti sentivamo troppo bonaria ma nessuno ha osato provare a correggere in corsa, poi l’alluvionale urinaria intervista di D’Alema al “Corriere della Sera”, il gioioso quotidiano del “quiaeta non movere”: aprire la legislatura regalando subito a Grillo la presidenza della camera e a Berlusconi quella del senato (perché non direttamente al senatore De Gregorio?) Ieri, poi, ci s’è messo pure uno dei feldmarescialli del giornale, Antonio Polito, a spiegarci che, siccome il Pd vuole il maggioritario a doppio turno come in Francia e il Pdl il presidenzialismo, ben potrebbero fare il governo Pd-Pdl e realizzare il presidenzialismo maggioritario. Appunto, come in Francia. Dimenticando che in Francia li fecero De Gaulle e Debré, non Berlusoni e Ghedini, più esperti in leggi ad personam che in riforme repubblicane.
Ma certi giornalisti scrivono sul ritmo della tarantella napoletana: ricorda Carosello? Vuole la mia opinione? Napolitano deve mandare Bersani in parlamento per avere la fiducia della camera; se il senato glie la nega, il centrosinistra subirà finalmente quel trauma che da volgo disperso lo ritrasformerebbe in popolo, lo sveglierebbe dal sonno, lo risospingerebbe alla lotta, a uscire dall’Ambra Jovinelli e riprendersi piazza San Giovanni. Ce la prendemmo perfino noi girotondini, che non avevamo la puzza del politichese sotto il naso.
