«La storia delle religioni ha messo in evidenza l’homo religiosus che vive l’esperienza del sacro nelle diverse circostanze della sua esistenza. Uno dei suoi aspetti è l’homo orans, l’uomo in preghiera». Queste parole portano la data del 14 settembre 2012 e costituiscono l’apertura della Prefazione, dal titolo Dall’esicasmo all’icona, che il compianto cardinale Julien Ries, uno dei massimi antropologi e storici della religione, appena scomparso, ha voluto scrivere ad un volume che dà lustro alle capacità di studio e conoscenza che alcuni studiosi italiani riescono a conservare e ampliare malgrado gli ostacoli sempre maggiori che il nostro paese pone ad una ricerca disinteressata.
Il testo in questione, appena pubblicato dalla Jaca Book di Milano, si intitola La preghiera e l’immagine. L’esicasmo tardobizantino (XIII-XIV secolo), rappresenta il frutto più maturo di Marco Toti, giovane studioso che sta affermandosi come uno dei più originali e interessanti studiosi nel campo storico-religioso, sia per oggetto di indagine che per metodologia di studio. Infatti l’autore, su un tema e periodo storico molto specifico e di apparente interesse specialistico, quale quello indicato nel sottotitolo del libro, riesce a offrire straordinari squarci non solo sulla permanente figura dell’homo orans, e sui diversi aspetti di quella pratica ascetica, diffusa nella Chiesa cristiana d’Oriente (in particolare nella tradizione detta “esicasta”), che va sotto il nome di “preghiera di Gesù”, ma anche e soprattutto sul mondo dell’icona (prezioso è l’inserto iconografico con 25 tavole a colori), compiuta raffigurazione di quel mondo intermedio fra il sensibile e l’intellegibile, chiamato mundus imaginalis, che i lettori più colti hanno già conosciuto nelle opere di Henry Corbin e Pavel Florenskij.
Se le ampie note ai singoli capitoli si mostrano come inviti per ulteriori approfondimenti, ci pare importante riportare uno dei punti essenziali della ricerca: l’esicasmo è sì una tecnica, ma orientata alla preghiera, ed il suo fine è la trasformazione del corpo da «carne del peccato» a «tempio dello spirito», come insegna la tradizione paolina.
E se qualcuno ricorda un originale e dimenticato intellettuale americano come Norman O. Brown, che più di 50 anni fa concludeva la sua importante e fortunata opera La vita contro la morte con il capitolo dedicato a La resurrezione della carne, invitando invano a riesaminare il misticismo occidentale del corpo, paolino in primis, forse possiamo dire ora che le sue parole non sono cadute nel vuoto.
