Cultura STAMPA

Tiziano, la rivincita dell’arte
sul tramonto della politica

Alle Scuderie del Quirinale una grande mostra su uno dei massimi interpreti del Cinquecento
Tiziano, la rivincita dell'arte  sul tramonto della politica

L’Italia ha galleggiato per secoli grazie al monopolio del simbolico e dell’immaginario. È stato il geniale segreto della Chiesa di Roma e, più tardi, di una civiltà delle arti che ha costretto le corti europee a rivolgersi sempre più a Roma, Firenze e Venezia per rifornirsi dei simboli e delle immagini necessarie alla giustificazione del loro crescente potere. Come spiegare altrimenti l’umiliazione di Enrico IV a Canossa, costretto a inginocchiarsi davanti a Gregorio VII Aldobrandeschi dopo averlo inutilmente sfidato? Un episodio non dissimile a questo racconta dell’imperatore Carlo V chinarsi al cospetto del maestro Tiziano Vecellio, per raccogliere il pennello che gli era cascato di mano. “Natura potentior ars” era la divisa del pittore, il quale aveva scelto come emblema un’orsa che, leccando un cucciolo appena nato gli conferisce forma e lo libera dall’ammasso indistinguibile in cui l’aveva partorito. «L’arte è più potente della natura» ed è ammaestramento per i potenti poiché rivela le cose nella loro verità, ben oltre l’apparenza confusa dell’esperienza sensibile.

È questa incredibile capacità intellettuale di dare forma al mondo nella cultura ad aver permesso ai tanti centri italiani di rimanere nel cuore dell’Europa moderna anche dopo il declino politico della penisola. Una capacità che una grande retrospettiva  alla Scuderie del Quirinale (fino al 16 giugno) racconta attraverso la lunghissima ricerca di Tiziano Vecellio, pittore partito da Pieve di Cadore, fino a conquistare i Gonzaga e poi Carlo V, diventando il ritrattista ufficiale degli Asburgo. Il suo linguaggio rinascimentale è quello mistico della laguna e tanto figlio dell’arte bizantina che cerca di ripodurre la realtà in pittura avvalendosi delle qualità spaziali del colore. Sono gli azzurrini, i gialli pallidi spalmati a olio in strati sovrapposti, che accostati ai rossi delle vesti, al verde scuro degli alberi e degli interni aprono verso un’illusoria e luminosa terza dimensione detta “prospettiva atmosferica”. Una maniera tutta veneziana, sensuale, che verrà definita «arte del colore» per distinguerla dall’altra corrente rinascimentale, fiorentina e romana, molto più fredda e intellettualistica, detta “del disegno” che persegue lo stesso sforzo di rappresentazione illusionistica, ma servendosi di un palinsesto geometrico di linee disposte prospetticamente verso un unico o un duplice punto di fuga. Due modi di rappresentare la conquista moderna dello spazio da cui traggono origine tutte le contrapposizioni ideologiche dell’arte moderna e contemporanea, a cominciare da quella tra neoclassicismo e il barocco, fino all’altra più recente tra espressionismo e concettualismo.

La mostra delle Scuderie, ricchissima di opere e con alcuni indiscussi capolavori, tra cui l’anconetana Vergine con il Bambino in gloria del 1520, il magnetico Uomo con il guanto del Louvre del 1524 o l’incredibile Martirio di San Lorenzo della chiesa veneziana dei Gesuiti che assieme all’Autoritratto del 1565 apre la rassegna, permette di attraversare in tutte le sue fasi la ricerca estetica del pittore, dagli anni della formazione imbevuti di giorgionismo al punto da rendere quasi indistinguibile la sua mano da quella del maestro, a quelli più tardivi, in rivalità con il manierismo oscuro di Tintoretto improntato a una sintesi monumentale con la pittura romana e toscana. Ma soprattutto, ricorda una gloria artistica che fa da contraltare al declino più assoluto dell’Italia. Solo per fare un esempio, evoca il Sacco di Roma del 1527, autentico disastro storico-politico, che sul piano culturale provocava, però, la fuga a Venezia di Pietro Bembo e Jacopo Sansovino, consentendo nel momento più oscuro la nascita di uno dei circoli umanistici più luminosi e influenti per la storia d’Europa.
@simone_verde

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