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Che cosa dice Matteo Renzi

Intorno al sindaco di Firenze tira un po' un'aria da salvatore della patria, e la prima notizia è che lui non se ne fa minimamente condizionare. Il suo schema non prevede strappi. A meno che...
Che cosa dice Matteo Renzi

Che cosa vuole fare Matteo Renzi? Che cosa dirà domani alla direzione del Pd, ammesso che dica qualcosa? Che cosa ha detto oggi all’ora di pranzo a Mario Monti, che cosa dirà tra qualche ora nell’intervista registrata per Ballarò?

Intorno al sindaco di Firenze tira una certa aria da salvatore della patria, e la prima notizia è che l’interessato non se ne fa minimamente condizionare. Anzi. A costo di deludere le attese (molte anche un po’ pelose), lo schema di comportamento che s’è dato per i prossimi mesi non prevede strappi e ricalca abbastanza la linea di condotta che Renzi assunse alla fine del 2011.

Ricordiamo come andò, perché aiuta a interpretare le mosse del Renzi di oggi, ammesso e non concesso che per l’Italia si ripresenti una situazione in qualche modo paragonabile a quella di allora, cioè l’avvio di un’altra transizione di governo super-tecnica o super-istituzionale per tenere l’emergenza dei conti e di nuovo preparare il terreno a un’altra scadenza elettorale.

Dopo un 2011 fiammeggiante, passato ad alludere a possibili discese in campo e a invocare primarie, dal momento dell’insediamento di Monti Renzi si ritirò dentro palazzo Vecchio e si fece dimenticare. Una dote che il sindaco ha nel sangue è la valutazione dei tempi della politica. E infatti riapparve sulla scena nella fase giusta, solo otto mesi dopo, per ingaggiare con Bersani il duello rusticano delle primarie innescato anche per l’urgenza di rispondere all’avanzata grillina (Sicilia, Parma). Come andò a finire è storia di ieri.

Ora Renzi non intende accelerare i tempi di una nuova scalata al Pd, che però considera comunque inevitabile. Alcuni di coloro coi quali parla di solito hanno tratto dalla sconfitta elettorale di Bersani la conclusione che la vicenda storica del Pd, proprio perché in continuità con quella di Pci-Pds-Ds, sia sostanzialmente finita.

Renzi non la pensa così. Chiaro, vede la propria area di riferimento molto più in grande di quello che è l’angusto perimetro del centrosinistra uscito dalle elezioni (e può darsi che abbia parlato anche di questo oggi a pranzo con Monti, anche se la portata principale sono state le informazioni sugli orientamenti del Quirinale). Ciò nonostante, il sindaco continua a pensare che il Pd rimanga lo strumento centrale per arrivare – lui e le sue idee – al governo del paese. E di conseguenza sa di dover comunque affrontare un’altra conta nelle primarie, stavolta partendo da posizioni di vantaggio contro la sinistra interna guidata o da Stefano Fassina oppure, più probabilmente, da Fabrizio Barca.

Tutto questo nell’autunno prossimo, sempre nel caso che si realizzasse lo scenario di governo tecnico e di nuove elezioni entro un anno da oggi. E quindi nel caso che “il giro di ruota” promosso dallo stesso Bersani possa svolgersi nei tempi ordinari.

Nel frattempo? Nel frattempo la musica non cambia: «Faccio il sindaco di Firenze». Ma a Ballarò stasera – e forse anche domani, ma non è sicuro di intervenire in direzione – Renzi rilancerà con forza i temi con i quali, fosse toccato a lui, si sarebbe contrapposto a Grillo in campagna elettorale. Abolizione delle province. Abolizione (non riduzione) del finanziamento pubblico dei partiti. Dimezzamento del numero dei parlamentari. Semplificazione e sburocratizzazione in dosi da cavallo.

Ora su questi punti convergono praticamente tutti. Lo stesso Bersani ha invertito le gerarchie del proprio programma di governo mettendo le questioni sociali e del lavoro agli ultimi posti. Ma Renzi farà dire (più che dire lui in prima persona) che contro Cinquestelle il candidato-rottamatore sarebbe stato più credibile sul terreno dei costi della politica rispetto a un segretario di partito, senza contare l’aggravante (non dichiarata allora, e neanche oggi) del contemporaneo scandalo Monte dei Paschi.

Quanto allo stretto immediato, alla soluzione della crisi politico-istituzionale, Renzi non ha ricette pronte. Non crede alle chances di successo di Bersani. Nel Pd è perfettamente allineato con coloro che si rimettono totalmente nelle mani del capo dello stato. Vuole personalmente tenersi alla larghissima da ingegnerie, formule e formulette.

Non si tirerà fuori dalla sconfitta del Pd: ha partecipato alla campagna elettorale, vuole confermarsi leale, non scaricherà la colpa su Bersani. Non ne ha neanche bisogno, del resto. Ma le conseguenze della sconfitta, quelle le lascia tutte sulle spalle del segretario e del gruppo dirigente che appena quattro mesi fa lo respingeva come un corpo estraneo, e oggi mosso dall’istinto di sopravvivenza aspetta le sue parole.

Non ne verranno, di clamorose. A meno che. A meno che davvero, soprattutto per anticipare le mosse del sindaco futuro candidato, la sinistra interna del Pd non forzi la mano per portare il paese a elezioni immediate. In quel caso (improbabile, assai improbabile) quella di domani si trasformerà in una direzione di guerra. E non battaglierà solo Matteo Renzi.

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  • Silbi

    che triastezza incredibile leggere questo articolo.
    Il Pd è veramente finito

  • leprechaun

    Ma insomma, questo Renzi fa come Grillo! Non demorde, non reagisce a tono!
    Che si sia ispirato a Grillo? Che sia l’alter-ego di Grillo, il suo doppio?
    Che sia Grillo sotto mentite spoglie?

  • Antonio Moro

    Il PD e’ finito. Vero. Quando gli apparati e la rincorsa verso una sinistra che non c’è, ne hanno fatto un partito conservatore, gestito da un’oligarchia ideologizzata.

  • silvano

    il PD mi dispiace dirlo è nato vecchio..ha perseguito le stesse direttive dell’ulivo ed anche di prima..Dopo la morte di Berlinquer non ebbero il coraggio di rinnovarsi e elessero alla segreteria l’on Natta invece di Ochetto, in seguito hanno ritardto i cambiamenti con Dalema Veltroni ed adesso con on Bersani..persogna seria e computa ma non un premier ed adesso siamop nella m… più completa…..