Il paragone più usato per illustrare le difficoltà della situazione postelettorale, o quantomeno il più appropriato, è con la mitica difficoltà di trasportare sull’altra riva del fiume la capra e i cavoli, avendo un lupo con sé. Qualcuno ha anche evocato la quadratura del cerchio: altra impresa impossibile, più ancora della prima, come insegna il proverbio con la sua soluzione.
L’Italia, quella angosciata dai pericoli di una situazione che appare senza via di uscita, quella animata comunque dal desiderio di uscirne, quella politica disposta a rinunciare a lucrare almeno dall’orlo del famoso burrone, è alla ricerca di un barlume che faccia intravedere la fine del tunnel, e si affida ai miracoli del pontefice laico, quello ancora saldamente in carica.
Ma davvero sullo sfondo c’è una sola ipotesi, quella di un nuovo scioglimento a breve termine – tutt’al più con una nuova legge elettorale, con gli avvoltoi che già volteggiano ingordi sul prossimo cadavere del paese? Tutt’al più con una nuova legge elettorale, che richiederebbe peraltro un senso dell’interesse nazionale difficile a trovarsi quanto la soluzione del problema?
Potrebbe non essere una perdita di tempo provare a rovistare in quel tempio di preziosità dimenticate che è il ripostiglio della Costituzione, tante sono le norme dolosamente o distrattamente inattuate dalla sua entrata in vigore. Come si faceva quando c’erano le soffitte, piene di cose utili, dove trovare oggetti o memorie inopinate e dimenticate.
La prima norma che si trova, tra quelle attinenti al problema italiano, non è utile nell’immediato, ma va riportata in casa, e ben custodita. Oramai, con uno sviluppo rapidissimo, nel giro di un secondo maledetto ventennio, i due terzi abbondanti dell’intero panorama politico sono ormai presidiati da soggetti o coalizioni politiche del tutto estranei e incompatibili con i canoni minimi previsti per le formazioni politiche dagli ordinamenti democratici del nostro mondo: associazioni incontrollate e incontrollabili oscillanti, da noi, tra l’organizzazione monarchica primitiva e l’anarchia perfetta ma schiavistica di un formicaio destinato forse ad impazzire. Riesce difficile non rimpiangere la chiarezza inconfondibile della norma dell’articolo 49 della nostra Costituzione, che disciplina la vita dei partiti politici sul semplice presupposto che chi non pratica democrazia in casa propria difficilmente può governare democraticamente l’insieme delle case altrui.
Forse un’utilità più prossima alla urgenza del momento potrebbe averla l’articolo 67 della stessa Costituzione, ignorato nella pratica della politica repubblicana, addirittura umiliato negli anni del ventennio di seconda repubblica: è di questa campagna elettorale l’impegno sottoscritto, come patto per la candidatura, da ogni candidato del partito del centrodestra di appoggiare singoli interventi legislativi, pena verosimilmente la rinuncia al mandato. Quest’ultima, si spera, almeno con patto tacito, tra notori galantuomini quali quelli coinvolti nella vicenda.
L’articolo 67 dota ogni singolo parlamentare di una rappresentanza generale dell’intera popolazione e dell’intero territorio, «senza vincolo di mandato».
Può servire a qualcosa? Il parlamento è popolato da quasi un migliaio di persone, ormai private di qualsiasi funzione di servizio al paese, se non quella impersonale derivante dalla collocazione all’interno dei gruppi parlamentari. La presa di questi ultimi sui parlamentari è talmente ferrea da pretendere di vincolare ad una specifica autorizzazione lo stesso diritto costituzionale dei parlamentari di proposizione di proposte di legge o di emendamenti, così come anche di atti di controllo o indirizzo. Si tratta delle prerogative basiche, inalienabili di ogni deputato o senatore, l’essenza del mandato. E da qui, salendo nell’organizzazione dei lavori e della vita delle camere, sprovviste, queste persone mandate a Montecitorio e a palazzo Madama in nostra rappresentanza, di qualsiasi altra funzione che contenga un margine di responsabilità individuale. I neoparlamentari sembrano destinati ad un probabile licenziamento collettivo sulla base di decisioni prese in due o tre private stanze sparse qua e là, talora non si sa dove.
Con i nuovi costumi introdotti dalla forza politica emergente, parecchi deputati e senatori saranno assoggettati a decisioni extraparlamentari di non parlamentari, con cui nemmeno si conoscono. In un caso e nell’altro, la sanzione minima sarà un’espulsione dall’organismo collettivo di parte, se non un impegno a lasciare la camera di appartenenza e la funzione di rappresentanza.
C’è una qualche coerenza tra questa situazione e l’alta funzione di rappresentanza generale di cui ammanta i singoli parlamentari l’articolo 67 della Costituzione? Per questo, si può pensare che sia più in linea con l’impianto costituzionale del parlamento e con l’interesse nazionale l’assunzione di responsabilità individuali che non la silenziosa e passiva adesione a decisioni che coinvolgono la stessa sopravvivenza politica ed istituzionale del paese, la sua accettata presenza nelle necessarie sedi internazionali o sovranazionali, la qualità di una vita sociale ormai lacerata.
Forse no, non c’è coerenza. Forse, all’ultimo momento utile prima di una nuova chiamata alle urne, la risposta personale ad un appello che provenisse da un presidente incaricato di formare un governo su pochi punti di alta qualità, in piena trasparenza, senza contropartite individuali, potrebbe consentire a quasi mille nominati rappresentanti di un popolo che non li conosce di rendere un servizio vero al paese che sono chiamati a rappresentare, e di ritrovare la dignità perduta.
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