I cardinali con passaporto statunitense che entrano al conclave 2013 sono undici rispetto ai sette del 2005: il pontificato di Benedetto XVI non solo ha ri-italianizzato il collegio cardinalizio e ha dato maggiore peso alla curia romana, ma ha anche riconosciuto alla chiesa cattolica negli Stati Uniti un peso maggiore. Il paese è ancora segnato da una “religione civile” di origine protestante, ma il protestantesimo delle chiese storiche (luterani e anglicani) sta rapidamente cedendo il passo al cattolicesimo. Per la prima volta in un conclave la chiesa americana si presenta con dei cardinali che hanno chances di elezione: in ogni caso, i cardinali americani potranno far sentire nei dibattiti la loro voce come mai prima. Quasi per paradosso, la chiesa che più ha sofferto nell’ultimo decennio per lo scandalo degli abusi sessuali commessi dal clero, oggi può far sentire la propria voce anche per il fatto di essere sopravvissuta dal punto di vista culturale e finanziario, e di aver mostrato che lo scandalo della pedofilia non è un problema soltanto americano.
Tra gli undici cardinali statunitensi che entrano in conclave, sono i vescovi diocesani a cui gli elettori potrebbero guardare. L’arcivescovo di Washington D.C., Wuerl, al suo primo conclave, è un conservatore ma moderato rispetto alle ultime nomine episcopali americane, che non ha mostrato troppa dimestichezza col mondo romano: la sua relazione al Sinodo sulla nuova evangelizzazione del 2012 non ha lasciato il segno. Anche l’arcivescovo di New York, Dolan, è al suo primo conclave, ma è una figura assai più incisiva e divisiva di Wuerl, specialmente per l’aggressività mostrata nei confronti dell’amministrazione Obama dal 2010 in poi, quando fu inaspettatamente eletto presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti: storico di formazione, è uomo privo di particolari intuizioni teologiche e di tocco pastorale. Popolare presso i media, non sa evitare di trasmettere alcuni aspetti caricaturali del prete irlandese-americano anni cinquanta. Appena prima di partire per Roma fu interrogato dai magistrati per la gestione dello scandalo degli abusi a Milwaukee, dove fu vescovo tra 2002 e 2009. L’eredità dello scandalo degli abusi potrebbe rendere più difficile la sua candidatura come quella di altri vescovi diocesani. Un cardinale che invece potrebbe venire rafforzato dallo scandalo è l’arcivescovo di Boston, il cappuccino O’Malley. La diocesi di Boston, che al conclave del 2005 venne rappresentata (per così dire) soltanto dal cardinale Law (travolto dallo scandalo e salvato da Giovanni Paolo II con la nomina ad arciprete di Santa Maria Maggiore nel 2004), è quella da cui tutto il sex abuse scandal iniziò: una percentuale altissima di preti coinvolti, e vari ufficiali della curia diocesana che coprirono i preti pedofili. Il cardinale O’Malley, a Boston dal 2003, ha ricostruito la diocesi, mostrando tatto pastorale, umiltà personale e istituzionale, ma anche fermezza nei rapporti con la politica. Un candidato con la forza di un europeo senza le debolezze di un americano è il cardinale Ouellet, che ha il curriculum giusto: esperienza di diocesi (dal 2002 al 2010 a Quèbec) in un contesto come quello canadese culturalmente simile alla secolarizzazione europea, ed esperienza in curia romana, in un dicastero cruciale come quello per i vescovi (dal 2010). Ratzingeriano non solo per carriera ma anche per cultura, una sua elezione sarebbe una scelta di continuità col pontificato precedente, ma anche di novità: un papa americano ma canadese e francofono. Ouellet sarebbe un compromesso tra la necessità di un papa non europeo e il bisogno di evitare le incognite politiche rappresentate da un papa statunitense. Il lungo ponte sull’Atlantico tra Washington e il Vaticano è stato costruito, con molta pazienza, negli ultimi due secoli: è un ponte ancora relativamente giovane e instabile. Anche tra molti cattolici americani vi è la sensazione che la libertà della chiesa nei confronti della cultura e del potere politico in America sarebbe meglio servita da un papa non statunitense.
