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Pd e Grillo, convivenza impossibile

E' soprattutto la politica estero (e l'euro) che separa i destini del Partito democratico e del Movimento 5 Stelle

Come si sa il 15 marzo si riuniranno le camere e comincerà ufficialmente il difficile percorso verso il prossimo governo. Molto si parla delle diverse possibilità per il capo dello stato, delle diverse alleanze e dei numeri necessari per far decollare il governo. Tuttavia, non solo di numeri un governo vive. Mi permetto di fare tre considerazioni.

La prima è che in Italia un governo di minoranza non può esistere. Tale opzione esiste solo dove – come in Portogallo o in alcuni paesi scandinavi – non è necessario un voto di fiducia ed il governo è immediatamente operativo alla nomina, restandolo finchè non gli venga espressamente votata la sfiducia contro.

Secondo, Grillo non ha interessi a fare alleanze, ed i suoi deputati non hanno interesse a disubbidirgli finchè le modalitalà di candidatura sono quelle attuali. Al M5S interessa tornare a votare prima che il suo bluff venga scoperto e prima che si cambi la legge elettorale. Il Porcellum infatti potrebbe permettergli di sperare di arrivare se non al 100% dei deputati come vorrebbe (numero che di per sè dovrebbe preoccupare chiunque abbia riminiscenze storiche) ma almeno al premio di maggioranza, con le consegnenze per il paese che possiamo ben immaginare. D’altra parte, sperare che i cittadini attribuiscano al M5S la responsabilità per una mancata formazione del governo e che quindi lo puniscano in un eventuale voto a giugno significa continuare a non capire il grado di esasperazione del paese.

Terzo e più importante. Gli 8 punti – che in effetti sono una cinquantina – è un elenco di ottime misure alcune delle quali necessitano di un paio di legislature per essere messe in atto. Con il voto a Grillo – diffuso sul paese come quello di nessun partito – i cittadini hanno chiaramente espresso il loro rigetto verso questo tipo di politica e la loro richiesta di segnali di cambiamento immediati e concreti. Si aspettano tagli immediati al costo della politica (a comunciare dal finanziamento pubblico ai partiti) e politiche per riavviare l’economia. Quest’ultime sono strettamente legate alla partecipazione del nostro paese all’Unione europea e all’euro. Tuttavia, gli 8 punti sono totalmente silenti su Europa, euro e politica estera, tema per altro sostanzialmente già assente dalla campagna elettorale.

Il Pd viene da tradizioni diverse, sia in tema di europa che di politica estera. Europeismo ed atlanticismo erano nel dna della Dc ma non in quello del Pci, che cominciò a diventare europeista solo a fine anni ’70. Fu proprio il presidente Giorgio Napolitano uno dei pontieri comunisti verso Europa e Stati Uniti, che in questo settennato non hanno mancato di mostrare la loro riconoscenza in materia. Da allora, a parte la campagna elettorale del 1996 – in cui l’Ulivo era per l’Unione economica e monetaria e Berlusconi contro – in Italia europeismo ed atlantismo sono sempre stati pilastri della politica estera. E, aggiungo, non potrebbe essere altrimenti.

Un paese piccolo, energeticamente dipendente dalle forniture estere, geograficamente esposto verso una zona problematica come il Medio Oriente (per tacer dei Balcani), in cui export e turismo sono componenti fondamentali della bilancia commerciale, non può pensare di tagliare i ponti con i propri alleati e vivere in splendida autarchia come pensò di fare Mussolini.

Cosa Grillo pensi della politica estera non è dato sapere, visto che il programma del M5S non ne parla. Vi sono però indizi che mostrano che non vi sono basi per un accordo con il Pd.

Innanzitutto l’euro. Grillo vuole un referendum per l’uscita dall’euro, cosa che ci consegnerebbe direttamente al baratto stile Argentina 10 anni fa. Grillo infatti dimentica che per un paese importatore netto di energia (in valuta estera) la svalutazione funziona solo sul breve periodo mentre sul medio e sul lungo fa effetto boomerang. Per altro, l’ultimo Eurobarometro mostra che gli italiani continuano ad evere fiducia nell’Europa e nell’euro. Solo il 2% crede che la sua eliminazione debba essere una priorità. E questo è tanto più vero per i giovani, proprio quelli che hanno in massa votato Grillo: il numero di italiani che ha fatto domanda per uno stage nelle istituzioni europee nello scorso anno è stato 20 volte maggiore a quello dei colleghi britannici.

Sulle relazioni transatlantiche non ci sono particolari pronunciamenti, fatti salvo gli epiteti contro Bilderberg & Co – le supposte lobby internazionali che regolerebbero il mondo – oltre ad innaggiamenti ai nemici degli Usa: dal defunto Chavez all’Iran, vittima secondo Grillo di una congiura internazionale orchestrata ovviamente con l’aiuto di Israele. Le posizioni antisemite di Grillo e del M5S stanno per altro destando preoccupazione sia in Israele che nella potente comunità ebraica americana la quale, non dovesse cambiare, non mancherà di far sentire la sua voce alla Casa Bianca ed al Congresso.

Non vedo come il Pd possa pensare di allearsi con un movimento che propugna tali idee. Dopo la fase del clown, all’estero cominceranno a guardare meglio nella sostanza di M5S e l’Italia si troverà velocemente isolata come l’Austria di Heider. Ricordo per inciso che – proprio a causa del caso Heider – il Trattato di Lisbona prevede la possibilità di una sospensione di un paese dall’Unione in caso di violazioni dei diritti umani, tra cui l’antisemitismo. Si dirà, con il vento che tira in Ungheria e non solo, saremmo in compagnia; certo, in pessima compagnia.

Per una serie di motivi facilmente intuibili il Pd è reticente ad un accordo con Pdl di Berlusconi ma date queste premesse, per il bene del paese, un governissimo appare oggi l’unica possibilità sensata per il bene del paese. Certo, in entrambe i partiti la vecchia leadership dovrebbe fare un passo indietro – a cominciare da Berlusconi – proprio per permettere un accordo di governo di breve durata, ma efficacie, che assicuri il completamento delle riforme affettuate da Monti (quindi anche con il supporto di Pd e Pdl), contribuisca alla definitiva uscita dell’Europa dalla crisi e rassicuri i partners internazionali ed europei sull’ancoramento italiano in materia di politica estera.

*Federiga Bindi è professore di Scienza politica e titolare della cattedra Jean Monnet all’Università di Roma Tor Vergata e Senior Fellow al Center for Transatlantic Relations a SAIS John Hopkins a Washington DC

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