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Contro il mito dello streaming

Tra Pd e Movimento 5 Stelle è iniziata una strana rincorsa alla diretta web. Che culminerà oggi nelle prime consultazioni online nella storia della repubblica. Siamo sicuri sia un passo avanti?
Contro il mito dello streaming

Con lo streaming della trattativa sul tredicesimo emendamento gli Stati Uniti non avrebbero mai abolito la schiavitù e Steven Spielberg non avrebbe mai girato Lincoln. Si dirà: troppo facile. Vero. Però da un po’ di tempo tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle è iniziata una strana rincorsa a chi ha meno paura della diretta web. Una competizione che avrà il suo culmine questa mattina con la trasmissione dell’incontro tra Bersani e la delegazione Cinquestelle, le prime consultazioni in streaming della storia della Repubblica. Un paradosso: uno dei momenti più delicati, importanti e alti della democrazia – la trattativa tra le forze parlamentari per la formazione di un governo – viene reso pubblico e per questo, di fatto, cambia natura, si svuota, muta di segno. Naturalmente la decisione della diretta è figlia del fatto che gli spazi della trattativa tra Bersani e il Movimento 5 stelle si erano già chiusi, forse non si sono mai davvero aperti, e comunque non sarebbe stato quello il luogo dell’accordo visto che Beppe Grillo non ci sarà.

Poco importa chi abbia avuto per primo l’idea dello streaming. Il Pd rivendica la scelta, i grillini pure. Ma già la contesa svela quanto sia ormai radicato il nuovo mito della politica italiana. Un mito che precede la nascita del web (l’autoevidenza delle immagini, la disintermediazione) ma che con la Rete diventa sinonimo di trasparenza assoluta, purezza, assenza di mediazioni, accesso universale. La metafora della casa di vetro. Come se la ripresa unica da una telecamera fissa rendesse il flusso delle immagini più vicino alla Verità. Su questo giornale Stefania Carini ha fatto notare che «siamo tornati indietro di anni rispetto ai reality» grazie ai quali «avevamo scoperto che la tv è mediazione sempre». Cioè cornice, discorso.

La diretta streaming viene oggi sbandierata come misura della democrazia interna, metodo anti-Casta, prova regina delle proprie buone intenzioni. Una china pericolosa. L’onere della prova si è come rovesciato: quello che non viene trasmesso in streaming puzza di opaco, sporco, oscuro. Le stesse parole regine della politica (trattativa, compromesso, mediazione) diventano qualcosa di cui vergognarsi.
«Noi non abbiamo niente da nascondere, noi abbiamo trasmesso la nostra direzione in diretta streaming» ha ripetuto più volte il leader del Pd per marcare le propria differenza rispetto al Movimento 5 Stelle. Il quale per primo ha rivendicato l’uso dello diretta web come mezzo di emancipazione dal Palazzo. L’autopresentazione dei candidati grillini trasmessa in streaming da un hotel romano probabilmente fisserà l’atto di nascita simbolico della Terza repubblica. Ma nessuno ha avuto accesso allo psicodramma del gruppo parlamentare al senato sull’alternativa Grasso-Schifani, così come nessuno sa cosa si siano detti qualche giorno fa Ugo Sposetti e Denis Verdini sorpresi dalla telecamera di Diego Bianchi-Zoro in un bar vicino a Montecitorio.

I libri di sociologi, politologi ed esperti di media su riservatezza e democrazia riempirebbe la biblioteca della Camera. Senza riunioni segrete e notturne molti governi non sarebbero nati, accordi importanti come quello sulla concertazione del ‘93 non sarebbero mai stati firmati. La diretta streaming non rappresenta di per sé un’alterazione della democrazia ma cambia le regole del gioco. Senza il web l’incontro di questa mattina tra Bersani e la delegazione Cinquestelle sarebbe stato diverso, un’altra rappresentazione. E non solo perché, banalmente, ognuno recita una parte a favore di telecamera (un sociologo come Erving Goffman ci insegna che anche nella vita quotidiana recitiamo una parte). Ma il fatto stesso che la diretta incentivi alcuni comportamenti e non altri contraddice il mito della trasparenza assoluta, figlio in fondo dell’idea che la politica sia una cosa semplice, un linguaggio diretto, un codice senza codice. Non è così.

Probabilmente il mito dello streaming è anche la reazione ad anni di retroscenismo, un’overdose di ricostruzioni e dietrologie spesso reticenti sulle fonti e distratte sui fatti. Un film come quello di Spielberg ci ricorda che, anche per nobilissime cause, la politica è “sangue e merda” (secondo la celebre espressione di Rino Formica), segreti più o meno confessabili, trattative per nulla trasparenti. Scena e retroscena, appunto. L’importante è non dimenticare che, in quel caso, si stava decidendo di cancellare la schiavitù, non di salvare un governo Berlusconi. Non trasformiamo Lincoln in un alibi per la politica peggiore.

@GiovanniCocconi

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