Cultura STAMPA

Gobetti e la giovinezza perduta

La storia del giovane e prodigioso intellettuale e quella di uno studente di provincia nel romanzo di Paolo Di Paolo "Mandami tanta vita"
Gobetti e la giovinezza perduta

La feroce solitudine dell’intelligenza. Piero Gobetti morì così: intimamente solo, lontano dall’Italia e dagli affetti, affannato nel mettere in fila e a frutto le idee proprie e altrui, e troppo presto. La storia del giovane e prodigioso intellettuale torinese, l’incrocio col fascismo e la tragica china dell’esilio, rivivono intensamente nel nuovo romanzo di Paolo Di Paolo. Mandami tanta vita (Feltrinelli, 160 pp., 13 euro) ripercorre gli ultimi giorni di Gobetti, il congedo da Torino e dalla sua piccola famiglia, una moglie adorata come una provvidenza e un figlio appena nato, un pulcino, un “pussin” per cui teorizzare e costruire luoghi e tempi migliori in cui crescere, e poi Parigi, le stanze d’albergo fitte d’angoscia, la tosse che monta fino allo stremo. L’intelligenza che non basta a se stessa, perché ovunque riconosce i limiti, disperatamente, e corre, si fa conoscenza, motore instancabile di progetti di progresso e rivoluzione, e non si basta.

Di Paolo, non ancora trentenne, è da tempo riconosciuto come scrittore di talento e critico letterario di straordinaria cultura e ancora più straordinario acume. Antonio Tabucchi, nella sua ultima stagione, in lui aveva visto il prospettarsi di una grandezza che con Mandami tanta vita sembra conoscere già un’autentica esplosione. Il salto di qualità rispetto a Dove eravate tutti, romanzo con cui nel 2011 era approdato a Feltrinelli dopo anni fatti di una copiosa produzione per conto di editori piccoli o medi, è non solo evidente ma evidentemente notevole.

Alla vicenda di Gobetti Di Paolo intreccia quella di un altro giovane, piemontese di provincia che a Torino cerca con fatica un’identità e una coscienza che sono insieme politiche, letterarie e sentimentali. Moraldo cerca l’uomo che vuole essere, e si illude di trovarlo quasi come un riflesso di altri uomini ai suoi occhi già risolti, definiti, e in effetti pressoché ideali. «Come si fa a essere come te», immagina di poter chiedere al giovane e sfuggente editore che non risponde alle sue lettere e che un caso incredibile – come sa fare meglio il caso: due sconosciuti che si incontrano su una panchina, nel cuore di una grande città – sembra avergli messo a portata di mano, «come si arriva al punto per cui il talento, la sicurezza di sé, le occasioni si impastano nelle dosi giuste e fanno da combustibile per un lancio, per un volo». E poi c’è una donna, altrettanto inafferrabile, pure lei regalatagli dal caso, la donna artista che lo seduce e gli sbarra la strada, la donna che non sorride e che scappa, e scappando si scusa, come per oltraggio.

Mandami tanta vita è un romanzo scritto in punta di penna, e ispiratissimo, un romanzo che evoca molta letteratura e molta arte, e che tra il continuo rigirare di pensieri sul senso primario dell’agire da intellettuale, in sé e nella società che si abita, si impone soprattutto come romanzo romantico: l’amore impossibile e l’amore che salva, le passioni mulinanti che muovono e illudono, l’intelligenza che accende ma più spesso sconforta.
@giovdoz