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Una sinistra che perde pezzi?

Scomparsa la Thatcher, i democratici europei si ritrovano stretti tra la crisi del modello socialdemocratico e la sfida dei populismi. Parla Olaf Cramme, direttore di Policy Network
Una sinistra che perde pezzi?

Quando Policy Network e Global Progress hanno messo in piedi l’edizione 2013 della serie di incontri sulla Progressive governance, probabilmente non immaginavano di dover fare i conti con due episodi che sono destinati a segnare il clima in quel di Copenhagen. C’è il risultato poco esaltante delle elezioni italiane, certo. Ma c’è anche la morte di Margaret Thatcher.

Cosa c’entra la Lady di ferro con l’incontro danese di domani e dopodomani? Risposta facile: la crisi finanziaria ed economica di oggi ha le sue radici proprio nel decennio thatcheriano. Ma non basta. L’eredità della Thatcher ha esercitato la sua influenza su una grossa parte della sinistra europea a partire dagli anni Novanta. E non solo nel campo “blairiano”. Scriveva ieri il New Statesman che anche uno come Ed Miliband, considerato un leader della “sinistra” laburista, deve molto alla ex premier: «La Thatcher ha saputo spostare il centro della politica britannica», ha detto Miliband. Ora il leader laburista punta a fare lo stesso, ma in retromarcia: «Come la Thatcher cancellò un paradigma consolidato nei decenni del dopoguerra, così ora Miliband vuole cancellare il paradigma costruito dalla Lady e mai messo in discussione dai suoi successori». Blair e Brown – scrive George Eaton – si rassegnarono all’idea che la Gran Bretagna fosse un paese di destra, e agirono di conseguenza. Miliband oggi spera, complici le circostanze, di cambiare la testa degli inglesi.

È un discorso che in casa nostra può suonare familiare. E non basta rievocare la frase di Matteo Renzi sulla sinistra che vuole «cambiare gli italiani e non l’Italia». Si potrebbe tornare a Giuseppe Dossetti, il tema è lo stesso: un partito – e tanto più un partito che vuole rappresentare una sinistra “popolare” – deve ascoltare la voce della società, a costo di cedere al populismo? O può sperare di plasmare la società?

Il problema non è solo italiano. I partiti populisti proliferano in tutta Europa, con accenti diversi ma con lo stesso risultato: sistemi politici sempre più frammentati e sempre meno governabili. In Gran Bretagna c’è lo Uk independence party, che secondo alcuni rischia addirittura di diventare il primo partito alle prossime elezioni europee. Di fronte alla crescita di questi euroscettici un po’ xenofobi il Labour ha anche cercato di rivedere le proprie politiche sull’immigrazione. «Ma se li rincorriamo sul loro terreno è una sfida persa in partenza», ci dice il direttore di Policy Network Olaf Cramme.

Ad esempio il terreno delle ricette facili, quelle che basta uno schiocco di dita per rimettere le cose a posto. «È vero – prosegue Cramme – che i populisti parlano il linguaggio della semplicità mentre le proposte della sinistra sono spesso più complesse. Ma non è questo il punto. Agli elettori andrebbe anche bene di non capire il cento per cento di un programma di governo, ma devono potersi fidare di chi lo propone. Altrimenti basterebbero dei bravi tecnici. Invece ci vogliono politici capaci di proporre una linea politica chiara, in cui l’elettore possa riconoscersi». Il direttore del think-tank fondato da Peter Mandelson non potrebbe che indicare una soluzione “blairiana”, fatta di spin e comunicazione: «L’esempio di Tony Blair viene facile. Si potevano anche detestare le sue idee, ma per lo meno si sapeva cosa aveva in mente».

C’è però un problema di sostanza. Serve credibilità, si diceva. Ma i progressisti europei sembrano aver sprecato gli anni passati all’opposizione: «Non abbiamo fatto i compiti a casa», commenta Cramme. Vedi alla voce Francia: «Hollande ha mostrato un centrosinistra che si presenta impreparato alla prova del governo». Si era tentata la strada dell’«empatia»: la sinistra capisce i vostri problemi, è stato il principale messaggio di campagna elettorale. E nella Francia di Sarkozy è bastato a vincere le elezioni, ma non ha tolto l’impressione, dopo il voto, che il nuovo governo non avesse una linea di politica economica.

Poi lo «shock» del risultato italiano, mentre le elezioni tedesche dell’autunno non sembrano riservare molte speranze di vittoria per la Spd, e mentre in Spagna il Psoe ancora non riesce a rialzarsi dalla batosta elettorale, nonostante la crisi dei popolari. «La gente pensa: ok, no all’austerità, ma ci possiamo fidare di voi?».

Non è neppure (solo) una questione di programmi. «Di buone proposte ce ne sono molte: affrontare gli interessi corporativi, rivolgersi a chi sta fuori dal mercato del lavoro e dal sistema previdenziale, reindirizzare parte della spesa pubblica su chi fatica a entrare nel mondo del lavoro, sui genitori single, sugli immigrati». Cramme torna sull’esempio inglese: durante la segreteria Miliband il Labour è tornato a discutere, a parlare di idee. «Ma sull’economia ci vuole un salto di qualità. Bisogna mettere il paese sottosopra, servono riforme più coraggiose e a due anni dalle elezioni ancora non c’è nulla».

Sono consigli per quei partiti progressisti che si preparano alle prossime sfide elettorali. Poi, certo, c’è la questione del governo. Se il centrosinistra riuscirà a governare – in Italia e in Germania – si tratterà quasi certamente di esecutivi di coalizione. E si dovrà pensare a come unire le riforme coraggiose a coabitazioni più o meno complicate. Anche di questo si parlerà a Copenhagen. Ma la risposta, inutile dirlo, non sembra davvero a portata di mano.

@lorbiondi

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