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La guerra in Iraq di Kevin Powers

Einaudi pubblica “Yellow Birds”, il romanzo potente e terribile sul conflitto voluto da George W. Bush scritto da un veterano. Un documento straordinario e un esempio di letteratura eccellente
La guerra in Iraq di Kevin Powers

La vertiginosa, oscura materia di cui si compone la guerra, ogni guerra, è ciò che rende Yellow Birds (traduzione di Matteo Colombo, Einaudi Stile Libero), un romanzo potente e terribile. Kevin Powers, il soldato americano che ha visto e vissuto molte delle cose che poi ha finito per raccontare in questo libro, merita di essere ricordato come un grande testimone e un grande narratore. La guerra, l’Iraq, il dolore e la morte: tutto è già storia, e Yellow Birds è un documento straordinario e un esempio di letteratura eccellente.

Ognuno di noi ritiene di sapere, e a ragione, molto di ciò che è successo in Iraq nella guerra voluta da George W. Bush e dalla sua banda. Ha avuto modo di spiegarlo lo stesso Powers: nessun conflitto è mai stato coperto dai media internazionali come questo, esistono montagne di resoconti, inchieste, articoli, fotografie, filmati in merito. Quando la gente gli chiedeva come fosse laggiù, Powers ha capito che intendeva qualcosa di diverso: «Volevano sapere com’era fisicamente, emotivamente e psicologicamente. Ecco perché ho scritto questo libro».

E in effetti non è semplicemente il racconto della tragedia che dà a Yellow Birds il valore che indubitabilmente ha. No, si tratta di altro. Si tratta del lento scorrere del tempo, del dilatarsi di ogni forma di percezione, nei momenti in cui accadono le cose che accadono “laggiù”. L’odore del Tigri, i proiettili che sibilano, i corpi che si muovono, e i pensieri che si impallano, inciampano, ed evocano altri pensieri, altre antiche percezioni che appartengono a giorni lontani, assurdamente lontani. L’infanzia o l’adolescenza nella desolata Virginia, volti, nomi, storie impossibili. La battaglia infuria e la mente ti riporta lì, e non c’è spiegazione. La morte ti sfiora, ed è sul punto di abbracciarti, ma la Virginia che t’ha cresciuto rimarrà per sempre lì, e questo, a pensarci bene, non è concepibile.

Yellow Birds è la guerra che ammala chi la fa, inevitabilmente. È la storia di tre soldati, di tre giovani uomini che si trovano a che fare con qualcosa di enorme, e che sanno di non potercela fare, in ogni caso. È la storia di un esercito che devasta e massacra, e poi fraternizza, e poi devasta di nuovo, e ancora socializza, e di nuovo massacra. L’esercito degli Stati Uniti, la polizza sulla nostra vita di cittadini occidentali da così tanto tempo, frega il nemico e frega se stesso prima di tutto. Il trionfo della libertà, la democrazia da esportazione, la lotta agli Stati canaglia, ok, ma alla fine chi spara e chi uccide e chi muore non ha idea di cosa significhi, chi spara e chi uccide e chi muore è un uomo, o una donna, alle prese con una logica solo presunta, che non si può capire, che naturalmente è sbagliata, che fa male e contagia senza possibilità di guarigione.

Powers, un uomo di poco più di trent’anni che è stato soldato alla fine del mondo e una volta tornato a casa ha studiato, e s’è laureato, ed è diventato poeta e scrittore, attinge a piene mani dalla grande tradizione della letteratura del Sud per plasmare quella materia oscura e farne un’opera preziosa, destinata a rimanere.

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