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Perché il lavoro dei saggi è stato utile

Dalla forma di governo ai referendum un passo avanti per risolvere i problemi

Il lavoro dei saggi non è stato inutile, e non è servito solo a “prender tempo”, come, diminuendo alquanto il suo ruolo, aveva preconizzato Valerio Onida nel corso della nota telefonata “rubata” una settimana fa.

Limitandoci, adesso, ad una impressione a prima lettura della parte istituzionale, si può dire, riassuntivamente, che tutti i temi caldi in materia di riforme sono stati toccati e su di essi si è formata una opinione unanime ovvero di maggioranza (e in tali casi sono indicate espressamente le riserve dell’uno o dell’altro saggio), ma non c’è stata fuga dai problemi.

Certo non mancano talune genericità – ma il terreno da arare era vasto ed aspro – e nel caso più controverso, quello della nuova legge elettorale volutamente non viene presentata una scelta, ma piuttosto tre opzioni.

Comincio da questo tema – il più caldo e dibattuto – segnalando che, correttamente, esso viene connesso a quello della forma di governo. I saggi non si pronunciano esplicitamente a favore di uno dei tre modelli – tedesco, spagnolo o Mattarellum rivisitato – che potrebbero prendere il posto dell’attuale Porcellum, evidentemente difeso da nessuno. Con parole forse anche troppo caute si limitano a dire che la legge elettorale futura dovrebbe prevedere un sistema misto (in parte proporzionale e in parte maggioritario), un alto sbarramento, che resta tuttavia indeterminato tra la più netta indicazione della Germania (5%) e quella implicita scaturente dal sistema spagnolo, congiunto a un premio di governabilità, ma non così alto come è quello che in taluni casi consegue alla legge elettorale vigente. Qui, forse, è mancato il coraggio di indicare una quota (ragionevolmente tra il 35% e il 40%) che darebbe consistenza democratica all’acquisizione di un premio di maggioranza tale da portare i seggi fino al 54%, come oggi avviene. Ma subito entra in campo il problema della forma di governo.

La scelta si indirizza alla forma parlamentare razionalizzata piuttosto che a quella semipresidenziale. La prima, alquanto vicina a quella vigente in Germania oggi, prevede fondamentalmente la sfiducia costruttiva, la possibilità del presidente del consiglio di nominare e revocare i ministri e di chiedere al presidente della repubblica lo scioglimento delle camere, non avendo peraltro la possibilità di determinarlo unilateralmente. E questi sono senz’altro poteri forti, tali da avvicinarci ad un modello di premierato senza cadere nei pericoli della sua versione assolutistica.

Un buon lavoro di sintesi di quanto la dottrina costituzionalistica e l’opinione pubblica avevano elaborato negli ultimi anni si esprime con la ripulsa secca e definitiva del bicameralismo perfetto e paritario. Si elimina così non tanto il doppione di una seconda camera rappresentativa delle regioni, di cui nessuno vuole privarsi, ma dell’inciampo più grave alla governabilità rappresentato dalla necessità di una doppia fiducia, sia iniziale sia in continuum anche da parte del senato. Se aggiungiamo che una norma costituzionale prevede che il senato sia oggi eletto su base regionale, con la conseguenza di tanti premi elettorali destinati a elidersi a vicenda, abbiamo la dimostrazione di una delle più gravi impasse che frenano la nostra vita democratica. Di conseguenza, dovremmo avere un senato delle regioni (forse troppo poco è previsto a favore delle altre autonomie locali) che non darà più la fiducia e che, ridotto drasticamente nel numero dei senatori (che passano da 315 a 120) e dalle spese di funzionamento conseguenti, si occuperà di funzioni legislative, ma prevalentemente amministrative, coronando un lungo percorso di razionalizzazione della funzione normativa.

Nello stesso settore vanno segnalati interventi precisi da farsi in materia di decreti legge, di regolamenti parlamentari, di rafforzamento della sede legislativa redigente e dell’iniziativa popolare. Finalmente si dovrebbe mettere mano a un decente statuto dell’opposizione e alla potatura di quei gruppi parlamentari che non superino una ragionevole soglia di successo nelle elezioni.
La diminuzione dei deputati da 630 a 480 è significativa e ragionevole, senza indulgere ad eccessi demagogici.

In materia di referendum sono apprezzabili due novità. Per quelli di revisione costituzionale, si propone, opportunamente, che ad essi sempre si debba ricorrere a prescindere dal consenso ottenuto nella votazione parlamentare. Quanto ai referendum abrogativi, si aumenta il numero delle firme per richiederlo ma si riduce il quorum di validità. Molto opportuna anche la disposizione che anticipa il giudizio di ammissibilità quando si ha un numero sufficiente ma non spropositato di sottoscrittori.
Altre novità rilevanti riguardano gli statuti dei partiti, per tutelare la democraticità interna, riaffermando tuttavia la necessità di un finanziamento pubblico.

Il punto più delicato sul quale sarà opportuno ritornare con una ulteriore riflessione riguarda il veicolo proposto per portare avanti le riforma istituzionali e costituzionali. Tre saggi propongono una commissione redigente che, per intenderci, si avvicinerebbe al modello delle precedenti commissioni Bozzi e D’Alema, mentre Onida esprime perplessità preferendo l’attuale modello di interventi puntuali sulla base del vigente articolo 138 della Costituzione.

In conclusione, la prima lettura del testo consegnato al presidente Napolitano sembrerebbe confermare che questo possa essere il primo gradino, ma in ascesa, della sperabile ripresa del paese.

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