Interni STAMPA

Il presidente, da notaio a leader

Da Pertini a Napolitano. Storia recente della trasformazione del ruolo dell'inquilino del Quirinale. Dal libro collettivo di Lucia Annunziata, Il Potere, Marsilio editore.
Il presidente, da notaio a leader

Il fenomeno dell’interventismo del capo dello stato non nasce nella Seconda Repubblica come risposta ai deragliamenti istituzionali del premier imprenditore. Sostenuto dal favore dell’opinione pubblica e indirizzato verso la denuncia dei limiti, della corruzione e dell’incapacità di autoriforma del sistema dei partiti, fa la sua comparsa sulla scena politica al crepuscolo della Prima Repubblica, con Sandro Pertini, settimo presidente (1978-1985), eletto con i voti di Dc, Psi e Pci, il primo a infrangere l’immagine del presidente «notaio». La funzione di sollecitazione del capo dello stato nei confronti della politica, che poi diverrà il cosiddetto «potere di esternazione», emerse per la prima volta nel- la risoluzione della controversia parasindacale dei controllori di volo, convocati al Quirinale la notte del 20 ottobre 1979. In seguito, dopo la sua visita in Irpinia, il 26 novembre 1980, per la tragedia del terremoto, Pertini denunciò pubblicamente l’impotenza e l’inefficienza nei soccorsi in un famoso discorso televisivo a reti unificate, una veemente denuncia di quei settori dello stato che avrebbero speculato sulle disgrazie, come nel caso del Belice. Altra infrazione alla sacralità della figura silenziosa del capo dello stato è la presenza di Pertini ai tentativi di salvataggio di Alfredino Rampi, il bambino di sei anni caduto in un pozzo a Vermicino nel 1981 o, ancora, l’esultanza del presidente allo stadio di Madrid per la vittoria ai mondiali di calcio del 1982, di fronte a un imbarazzato re Juan Carlos.

Innovazioni sul piano dell’immaginario collettivo, ma anche sul fronte dell’interpretazione delle norme: per esempio, secondo Pertini, la Costituzione non intendeva limitare a cinque il numero di senatori a vita che possono sedere in parlamento, ma consente a ogni presidente della repubblica di nominarne fino a cinque. Così fece, dunque, imitato poi da Francesco Cossiga. Tutti strappi, quelli di Pertini, non senza conseguenze politico-istituzionali per i suoi successori. Nella sua presidenza è persino possibile individuare i primi non troppo dissimulati segni di incrinatura nei rapporti con la presidenza del Consiglio. Sebbene Pertini avesse conferito per due volte a Craxi l’incarico di formare il governo, infatti, i rapporti tra i due furono sempre velati da ombre. Diverso temperamento, si disse. In realtà, dietro un’apparente incomprensione a livello personale, s’intravedeva un contrasto di natura politica, per via dei rapporti che Pertini aveva conservato con Enrico Berlinguer, mentre tra il Psi di Craxi e il Pci si consumava uno scontro violentissimo.
Tutti gli effetti della rupture di Pertini vennero confermati nel corso, con finale turbolento, della presidenza di Francesco Cossiga (1985-1992), eletto con i voti di Dc, Psi, Pci, Pri, Pli, Psdi: il presidente delle esternazioni, dell’aperta discesa in campo, dopo cinque anni di quasi ininterrotta scrupolosa osservanza del ruolo notarile presidenziale, quasi a voler dare il segno di un’esplicita cesura rispetto all’esperienza Pertini. La caduta del muro di Berlino segnò, per il democristiano Cossiga, un passaggio traumatico, che lo portò a uno scontro aspro e a una polemica violenta con i partiti e il parlamento.

Il sistema politico era agonizzante e di lì a poco sarebbe crollato sotto il peso delle inchieste di Mani pulite, mentre la Lega si affacciava prepotentemente all’orizzonte. Cossiga attaccò l’inerzia complessiva del sistema politico, per imprimere una svolta riformatrice dall’alto. La reazione dei partiti nei suoi confronti fu altrettanto energica: venne accusato di oltrepassare i confini del suo mandato. Molti pensavano fosse impazzito. «Non sono pazzo», rispondeva Cossiga. «Io sono solo colui che si finge pazzo per poter dire la verità». A fine aprile del 1992, due mesi prima della scadenza del mandato, il presidente «picconatore» si dimise e in un lungo discorso televisivo tenuto il 25 aprile spiegò le sue ragioni. Nel dicembre del 1991, il Pci, che dopo il crollo del muro di Berlino era diventato Pds, aveva votato attraverso i suoi gruppi parlamentari la richiesta di impeachment del capo dello stato per «attentato alla Costituzione». L’accusa verso il presidente Cossiga era di aver «violato il dovere costituzionale dell’imparzialità» e aver «teso ad estendere le proprie prerogative a danno di quelle di altri poteri costituzionali». Il «senatore Cossiga», dice- va il Pds, ha aperto «una crisi istituzionale gravissima, dominata dal pericolo di cambiamento della forma di governo con mezzi non consentiti dalla Costituzione». I riformisti del Pds votarono no: per metter fine davvero ai «comportamenti inaccettabili» del capo dello stato, argomentò il loro leader di allora Giorgio Napolitano in polemica con Occhetto, sarebbe stato più efficace sforzarsi di costruire anzitutto un arco di forze parlamentari in grado di indurre Cossiga a prendere atto dell’inevitabilità delle sue dimissioni. La procura di Roma chiese l’archiviazione a favore di Cossiga nel febbraio 1992; la richiesta sarà accolta dal tribunale dei ministri nel 1994.
La reazione del parlamento al settennato di Cossiga portò alla scelta di Oscar Luigi Scalfaro, Dc, nono presidente tra gli anni 1992-1999. La sua elezione con i voti di Dc, Psi, Psdi, Pds, Pli, Verdi, Rete segna la fine della Prima Repubblica, nel cui naufragio affondò il tentativo di ascesa al Colle da parte di Forlani, sostenuto da Cra- xi, e di Andreotti. Gli avvisi di garanzia di Mani pulite falcidiavano allora il notabilato della Prima Repubblica; Dc e Psi erano decimati. Il 3 novembre 1993, mentre Berlusconi era ormai prossimo alla discesa in campo, tra le bombe di Firenze, Milano e Roma e sotto attacco per la vicenda dello scandalo dei fondi neri del Sisde, Scalfaro ruppe il silenzio con un clamoroso messaggio alla nazione di sette minuti in diretta televisiva sulle reti pubbliche e private. Il presidente, visibilmente indigna- to, parlò a braccio, consultando ogni tanto alcuni fogli di appunti. Scalfaro denunciò un tentativo di «lenta distruzione dello Stato» in atto nel paese e sostenne che occorreva difendere le istituzioni. Fu il discorso del «non ci sto». Berlusconi, che da due mesi aveva deciso di entrare in politica, sarebbe sceso in campo venti giorni dopo. Nel marzo 1994, sotto le insegne di Forza Italia e forte di un’alleanza a geometria variabile con l’Msi al Sud e con la Lega al Nord, Berlusconi vinse le elezioni. Il conflitto con il Quirinale iniziò poco dopo sulla nomina dei ministri, per il no di Scalfaro a Cesare Previti come ministro della Giustizia. La rottura definitiva tra i due avvenne nel dicembre 1994, quando Scalfaro, anziché sciogliere il parlamento dopo le dimissioni di Berlusconi a seguito della rottura con la Lega di Bossi, varò un altro governo affidato a Lamberto Dini.

L’aprirsi dello scontro con Scalfaro, che sarebbe pro- seguito fino alla fine del mandato del presidente, degenerando da parte del Cavaliere sul piano dell’invettiva personale, ha rappresentato per Berlusconi una svolta e un punto di non ritorno sul piano della trasformazione dei rapporti istituzionali e politici tra esecutivo e Quirinale, così come oggi li conosciamo.
Il 18 maggio 1999, mentre era in carica il governo D’Alema, nel corso di una legislatura a maggioranza di centrosinistra nata con il governo Prodi, divenne presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi (1999- 2006). Eletto al primo scrutinio con 707 voti su 990, Sulla carta Ciampi era sostenuto da Ds, Partito popolare, Rinnovamento italiano, Democratici, Verdi, Sdi, Repubblicani, Comunisti italiani, Udeur, Forza Italia, Alleanza nazionale, Centro cristiano democratico, ma alla fine mancarono all’appello 180 voti. Il settennato di Ciampi filò senza intoppi nei rapporti con Palazzo Chigi, fino alle elezioni politiche di due anni dopo, nell’aprile 2001, che videro il ritorno di Berlusconi alla presidenza del Consiglio. Il premier, animato da un deciso quanto costituzionalmente confuso spirito presidenzialista, aveva deciso che era giunto il momento di mettere mano alla Costituzione: intanto a modo suo, riscrivendola di fatto, di fronte agli italiani, attraverso successivi, sistematici strappi e forzature.

È anche vero che a fine legislatura Berlusconi inserirà il presidenzialismo in un disegno complessivo di riforma istituzionale, votato a maggioranza dal suo centrodestra, che avrebbe trasformato così governo e Quirinale. Il capo dello stato sarebbe divenuto garante dell’«unità federale della Repubblica», avrebbe nominato i presidenti delle autorità indipendenti, sentiti i presidenti delle Camere e fino a un massimo di tre senatori a vita. Avrebbe nominato Primo ministro il candidato espresso dalla maggioranza uscita dalle elezioni, senza più la libertà di scelta contemplata dalla Costituzione; avrebbe potuto sciogliere la Camera dei deputati solo su richiesta del Primo ministro, in caso di morte, impedimento permanente o dimissioni dello stesso, se la Camera dei deputati avesse approvato una mozione di sfiducia al Primo ministro senza che la maggioranza uscita dalle elezioni ne avesse espresso uno nuovo, oppure se il voto di sfiducia fosse stato respinto con il voto determinante di deputati non appartenenti all’originaria maggioranza elettorale. L’età minima per essere eletto alla carica di presidente sarebbe scesa da cinquanta a quarant’anni. In parallelo, anche la presidenza del Consiglio avrebbe cambiato forma e sostanza: il presidente del Consiglio sarebbe diventato un Primo ministro con potere di revocare il mandato ai ministri e di dirigerne la politica. Infine, avrebbe potuto sciogliere direttamente le Camere, potere che l’attuale Costituzione affida al presidente della repubblica.

Dal profilo di questa riforma, che fu bocciata in un referendum costituzionale nel giugno 2006 con il 61,3% dei voti (Ciampi, ex presidente da un mese, dichiarò che avrebbe votato «no»), si intuisce che negli anni 2001-2006 Berlusconi non aveva ancora deciso di dare la scalata al Quirinale, un obiettivo mai dichiarato esplicitamente che il Cavaliere si porrà soltanto dopo la bocciatura della riforma costituzionale e la sconfitta subita alle elezioni politiche del 2006. Il disegno di Berlusconi, nell’unica riforma compiuta dei rapporti Palazzo Grazioli-Quirinale cui abbia mai dato corpo, è semmai quello di rafforzare i poteri del capo del governo e di ridurre drasticamente quelli del capo dello stato.

Negli anni di coabitazione con Ciampi Berlusconi ha, infatti, consolidato la convinzione maturata da tempo che, per il suo profilo di premier imprenditore, la stanza dei bottoni più funzionale sia quella del governo, ma con poteri rafforzati. In parallelo, va ulteriormente ridotto il peso del parlamento: lo farà negli anni successivi per legge ordinaria, con la riforma elettorale di Calderoli che toglie le preferenze e fa «nominare» ai capi di partito gli eletti e che, attraverso un premio di maggioranza, assegna un minimo di 340 deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa. In questa logica rientrano la riduzione e la limitazione dei poteri del presidente della repubblica che, a suo giudizio, ha dato ripetutamente prova di aver esondato e invaso il suo perimetro d’azione. Prima Scalfaro, poi Ciampi.

E infatti, sebbene eletto anche con i voti di Forza Italia, Ciampi non si comporterà con la gratitudine che, a giudizio di Berlusconi, gli era dovuta in cambio dell’elezione al Colle. «Gli attriti con Ciampi furono numerosi», racconterà Eugenio Scalfari, legato all’ex presidente da un profondo rapporto d’amicizia, in un memorabile articolo su «Repubblica» del 14 marzo 2010. «Due di essi in particolare avvennero in circostanze di estrema tensione. Il primo in occasione della nomina di tre giudici della Corte costituzionale, il secondo nel momento della promulgazione della legge Gasparri sul sistema televisivo nazionale».

L’episodio concernente la nomina dei tre giudici della Consulta nella quota che la Costituzione riserva al Presidente della Repubblica, avvenne nella sala della Vetrata del Quirinale. Erano presenti il segretario generale del Quirinale, Gifuni e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. I temi da discutere erano due: i rapporti con la Commissione europea di Bruxelles dove il premier doveva recarsi per risolvere alcuni importanti problemi e la nomina dei tre giudici. Esaurito il primo argomento Ciampi estrasse da una cartella i tre provvedimenti di nomina e comunicò a Berlusconi i nomi da lui prescelti. Berlusconi obiettò che voleva pensarci e chiese tempo per riflettere e formulare una rosa di nomi alternativa. Ciampi gli rispose che la scelta, a termini di Costituzione, era di sua esclusiva spettanza e che la firma del presidente del Consiglio era un atto dovuto che serviva semplicemente a certificare in forma notarile che la firma del Capo dello Stato era autentica e avvenuta in sua presenza. Ciò detto e senza ulteriori indugi Ciampi prese la penna e firmò passando i tre documenti a Berlusconi per la controfirma. A quel punto il premier si alzò e con tono infuriato disse che non avrebbe mai firmato non perché avesse antipatia per i nomi dei giudici ma perché nessuno poteva obbligarlo a sottoporsi ad una scelta che non derivava da lui, fonte unica di sovranità perché derivante dal popolo sovrano. La risposta di Ciampi fu gelida: «I documenti ti verranno trasmessi tra un’ora a Palazzo Chigi. Li ho firmati in tua presenza e in presenza di due testimoni qualificati. Se non li riavrò immediatamente indietro da te controfirmati sarò costretto a sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale». «Ti saluto» rispose altrettanto gelidamente Berlusconi e uscì dalla Vetrata seguito da Letta. In serata i tre atti di nomina tornarono a Ciampi debitamente controfirmati.

Il secondo episodio avvenne nel corso di una colazione al Quirinale, sempre alla presenza di Gifuni e di Letta. Il parlamento aveva votato la legge Gasparri e l’aveva trasmessa a Ciampi per la firma di promulgazione. Presentava, agli occhi del Capo dello Stato, svariati e seri motivi di incostituzionalità e mortificava quel pluralismo dell’informazione che è un requisito essenziale in una democrazia e sul quale, appena qualche mese prima, Ciampi aveva inviato al parlamento un suo messaggio. La colazione era da poco iniziata quando Ciampi informò il suo ospite del suo propo- sito di rinviare la legge alle Camere, come la Costituzione lo autorizza a fare motivando le ragioni del rinvio e i punti della legge da modificare. Berlusconi non si aspettava quel rinvio. Si alzò con impeto e alzò la voce dicendo che quella era una vera e propria pugnalata alla schiena. Ciampi (così il suo racconto) restò seduto continuando a mangiare ma
ripeté che avrebbe rinviato la legge al parlamento. L’altro gli gridò che la legge sarebbe stata comunque approvata tal quale e rinviata al Quirinale e aggiunse: «Ti rendi conto che tu stai danneggiando Mediaset e che Mediaset è una cosa mia? Tu stai danneggiando una cosa mia». A quel punto si alzò anche Ciampi e gli disse: «Questo che hai appena detto è molto grave. Stai confessando che Mediaset è cosa tua, cioè stai sottolineando a me un conflitto di interessi plateale. Se avessi avuto un dubbio a rinviare la legge, adesso ne ho addirittura l’obbligo». «Allora tra noi sarà guerra e sei tu che l’hai voluta. Non metterò più piede in questo palazzo». Uscì con il fido Letta. Ciampi rinviò la legge. Il premier per sei mesi non mise più piede al Quirinale.

Gli episodi di contrasto tra Berlusconi e Ciampi non si limitano a quelli rievocati da Scalfari. Tra le leggi del governo Berlusconi che Ciampi rifiutò di firmare e rinviò alle Camere spiccano la riforma dell’ordinamento giudiziario – duramente contestata da magistratura e opposizioni –, la cosiddetta «Ciramina», che estendeva i diritti della Cirami agli eletti nei consigli regionali e, infine, la legge sull’inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Ma il vivido racconto di Scalfari, illuminante del carattere dell’uomo e del politico Berlusconi, ci fa capire perché, nel maggio 2006, con al governo il centrosinistra per la breve stagione del Prodi ii, in occasione dell’elezione del successore di Ciampi al Quirinale il Cavaliere intimerà a Casini, a Fini e a Bossi di tenersi a debita distanza da una partita che sarebbe stata decisa a sinistra e da cui lui, alla luce dell’esperienza dei rapporti con Ciampi, intendeva chiamarsi fuori.

Al primo scrutinio Berlusconi impose di votare Gianni Letta, ma vennero meno sessanta voti del cen- trodestra e il Cavaliere accusò l’Udc di tradimento. Da quel momento l’ordine di Berlusconi alla Casa delle Libertà fu tassativo: votare scheda bianca. Il 13 maggio 2006 il parlamento eleggerà undicesimo presidente della repubblica Giorgio Napolitano: l’ex dirigente storico del Pci, nel frattempo nominato senatore a vita da Ciampi, ottenne 543 voti: tutti del centrosinistra, con l’eccezione dei voti dal centrodestra, dei dissidenti Udc Follini e Tabacci. Il partito di Casini, Forza Italia e An votarono scheda bianca; la Lega votò Bossi. «Questa finta maggioranza con soli 20 mila voti di scarto ha occupato in un mese la presidenza delle Camere, il governo e il Quirinale. Oggi registriamo il fatto che se lo avessimo fatto noi avrebbero gridato al colpo di Stato», disse Berlusconi. Con queste premesse, nel corso dei successivi tre anni e mezzo, i rapporti tra Berlusconi e Napolitano, con il Cavaliere per un tratto all’opposizione e poi di nuovo al governo dall’aprile 2008, sarebbero stati quasi sempre burrascosi.

La conquista del quirinale

È proprio tra la fine del settennato di Ciampi e l’inizio della coabitazione con Napolitano che, si dice, Berlusconi abbia maturato la sua ultima e più recente «svolta presidenzialista». Rinuncia sostanzialmente all’idea di modificare la Costituzione e abbassa il profilo formale della sfida: gli anni passano anche per lui, i poteri del Quirinale, che ha visto esercitare da Ciampi e ancor più da Napolitano in modo assai dinamico ed energico, non appaiono poi così disprezzabili.
I margini d’intervento del capo dello stato non sono affatto esili: con una buona squadra di giuristi si può intervenire sul filo dell’interpretazione delle norme, ma, soprattutto, Berlusconi sa che con il suo carisma e facendo leva sulla propaganda mediatica, il Quirinale potrebbe essere trasformato nell’ultimo palcoscenico della sua irresistibile ascesa, consegnandolo alla storia anche come capo di stato, con il prezioso bene accessorio di sette anni di immunità giudiziaria.

Nasce così in Berlusconi, che negherà sempre risolutamente, l’idea di spiccare un salto verso il Colle grazie alla maggioranza parlamentare di cui gode, non appena gli si presenterà l’occasione. Se mai Napolitano si dimettesse prima della scadenza del maggio 2013, i numeri di cui dispone lo farebbero eleggere capo dello stato a maggioranza semplice, dopo la terza votazione con maggioranza qualificata. Altrimenti, Berlusconi lavorerà per ottenere una più forte maggioranza parlamentare che gli apra la strada all’elezione al Quirinale nel 2013 o, nell’eventualità di elezioni anticipate, nel 2012. Anche in quest’ultimo caso, l’obiettivo è far nascere un parlamento a lui fedele che, un anno dopo, potrebbe eleggerlo presidente della repubblica. Tutto senza modificare di una virgola gli attuali poteri del capo dello stato, a dispetto delle sortite propagandistiche su possibili riforme costituzionali riguardanti il ruolo e le funzioni del presidente della repubblica.

Prima di arrivare a questa pragmatica conclusione, il Berlusconi di inizio legislatura aveva, però, tentato uno strano affondo.
Nella conferenza stampa di fine anno del 2008 il Cavaliere rilanciò a freddo l’idea di una riforma presidenzialista: «L’Italia è pronta per l’elezione diretta del presidente della repubblica. È auspicabile una riforma della Costituzione in senso presidenziale. Il capo del governo deve almeno avere gli stessi poteri che hanno gli altri premier Ue», disse, spiazzando persino il suo staff. La reazione a quella personale, inedita e inaudita
ipotesi a vocazione sudamericana da parte degli alleati – la Lega e all’epoca ancora Fini – fu glaciale: quello slittamento verbale e deragliamento politico, faceva saltare ogni possibile intesa bipartisan con il Pd sulla cosiddetta bozza Violante, che prevedeva il rafforza- mento delle funzioni del premier e una contestuale attribuzione di più forti poteri di controllo al parlamento. Su quel dialogo scommetteva Fini, già presidente della Camera, per mantenere buoni rapporti istituzionali con il Pd, e così pure la Lega, per tenersi aperto un canale di confronto e trattativa con gli avversari sul federalismo.

Da allora Berlusconi ha rinfoderato l’opzione presidenzialista, i cui contorni resteranno sempre volutamente confusi, ma soprattutto non verranno mai più trasferiti nero su bianco in una compiuta ipotesi di riforma presidenziale. In realtà, quella primitiva vocazione presidenzialista Berlusconi non l’ha mai dismessa: viceversa, l’ha interiorizzata e le ha dato corpo nei fatti, a dispetto delle procedure di riforma, teorizzando un proprio esclusivo e incontrastato diritto alla decisione, denunciando la sua insofferenza ai contrappesi, scontrandosi apertamente con gli altri poteri dello stato in nome di una sua presunta «elezione diretta da parte del popolo».

In questo schema di gioco si trova ancora oggi Berlusconi, nonostante la gravità della sua posizione di imputato in vari processi, culminati con quello per l’affaire Ruby.
E in questo schema Berlusconi ha comunque rafforzato le sue convinzioni, studiando con cura le mosse di Napolitano il quale, a fronte di un parlamento indebolito e di un’opposizione caratterizzata da numerose fragilità, fa da argine alle forzature del governo con sempre maggiore energia e un’ormai costante esposizio- ne politica personale e dell’istituzione Quirinale.
L’elenco dei contrasti tra Berlusconi e Napolitano, in tre anni di «coabitazione», è assai più lungo e denso di quello che caratterizzò i rapporti tra Berlusconi e Ciampi. I punti più acuti della crisi sono stati sulla prima versione del lodo Alfano, poi sul legittimo impedimento; aspro è lo scontro sul Processo breve, sulle intercettazioni, su alcune norme contenute nella riforma del processo penale, per non parlare del decreto «Englaro» sull’obbligo dell’alimentazione e dell’idratazione che Napolitano rifiutò di firmare nel febbraio 2009. È sempre il Quirinale che fa cambiare i contenuti più controversi del disegno di legge che istituisce le ronde e che a marzo rinvia alle Camere quello sul lavoro, che secondo l’opposizione consentirebbe di aggirare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

La tensione tra Palazzo Grazioli e il Quirinale è permanente. A tratti può dare l’impressione che stia scemando, ma, se così appare, è solo un atteggiamento più conciliante. Come quando, per evitare tensioni con il Colle sullo scudo fiscale, Berlusconi abbassò improvvisamente i toni. Ma il Berlusconi più autentico nei suoi rapporti con Napolitano è quello che abbiamo visto scatenarsi il giorno della sentenza della Corte costituzionale che bocciò il lodo Alfano il 7 ottobre 2009: «Il capo dello Stato», si sfogò Berlusconi senza freni, «sapete voi da che parte sta. Abbiamo giudici della corte costituzionale eletti da tre capi dello stato di sinistra, che fanno della corte costituzionale non un organo di garanzia ma un organo politico». E ancora: «Non mi interessa quello che dice Napolitano, mi sento preso in giro».

Tra alti e bassi, il premier ha provocato da allora un’infinita serie di incidenti con il presidente della repubblica, tra cui vale la pena ricordare il violento discorso contro pm e Corte costituzionale, tenuto da Berlusconi all’estero, dalla tribuna del congresso del Ppe a Bonn. Ogni volta il Quirinale replica con note ufficiali o informali in cui esprime disappunto e riafferma la fiducia negli organi della giustizia, essendo peraltro, il capo dello stato, anche capo del Csm. Ciononostante, non ha mancato in più occasioni di tendere una mano al governo in difficoltà, come in occasione del decreto salva-liste alle regionali del marzo 2010 per evitare l’esclusione del Pdl dalla competizione elettorale: «Era l’unica soluzione politica possibile per rimediare al caos liste visti i tempi stretti».
A giugno Palazzo Grazioli fa un nuovo sgarbo a Napolitano: dopo le dimissioni di Scajola si fa sapere al Colle che c’è la nomina di un ministro in arrivo, quella di Brancher. Solo a ridosso del giuramento Napolitano apprende che il neoministro (che nei giorni successivi si dimetterà) non è il successore di Scajola e che il posto allo Sviluppo resterà ancora vacante per mesi.

Una sorta di beffa, come quella che si sussurra sia stata messa in atto più volte con il trucco della presentazione di testi di legge «mutanti» sottoposti al Quirinale per la firma. Testi che, dopo una prima valutazione da parte degli uffici del Colle, cambiavano forma tra Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi, per approdare poi, così modificati, in parlamento. Un braccio di ferro continuo, estenuante. Tra il Quirinale che vigila sulla correttezza delle procedure, che interviene a tutela dei principi costituzionali talvolta violati dai testi legislativi del governo e opera per abbassare i toni troppo acuti della polemica politica, e «Berlusconi convinto che Napolitano e il suo staff», dice Giulio Anselmi, «siano dei frenatori». Ma non per questo il Quirinale arretra, anzi. Se possibile intensifica la sua azione, ora esprimendo formali riserve sulla nomina di ministri, ora chiedendo un dibattito parlamentare a seguito del cambio di maggioranza dopo l’uscita di Fli e la sua sostituzione con il nuovo gruppo parlamentare dei Responsabili. E così via.

Fin qui, però, siamo ancora nell’«ordinaria amministrazione» del conflitto tra Palazzo Grazioli e il Quirinale. Per capire fin dove sia arrivato lo scontro tra i due presidenti e ciò che più di ogni altra cosa Berlusconi teme da parte di Napolitano, bisogna prendere in esa- me il periodo di tempo intercorso tra la rottura di Fini con il premier dell’aprile 2010 e il voto di fiducia del 14 dicembre scorso. Per otto lunghi mesi il Pdl, i giornali e le televisioni di proprietà o vicini al presidente del Consiglio non hanno smesso un solo giorno di esercitare una minacciosa e costante pressione su Napolitano perché, in caso di crisi di governo, procedesse all’immediato scioglimento delle Camere per andare a elezioni anticipate e non al tentativo di formazione di un nuovo governo, come invece la Costituzione prescrive.

A questa persistente azione di minaccia alle prerogative del capo dello stato non si sono sottratte neppure personalità di altissimo profilo istituzionale, come il presidente del Senato, Renato Schifani. «Sarebbe bene che esponenti politici di qualsiasi parte non dessero indicazioni» sul ricorso o meno al voto anticipato «senza averne titolo e in modo sbrigativo e strumentale [...]. Le mie responsabilità istituzionali entreranno in gioco solo quando risultasse in parlamento che la maggioranza si è dissolta e quindi si aprisse una crisi di governo. Compirò in tal caso tutti i passi che la Costituzione e la prassi ad essa ispiratasi chiaramente dettano», disse con durezza l’estate scorsa Napolitano. Inutilmente, perché quella campagna intimidatoria contro il Quirinale è calata d’intensità soltanto dopo che Berlusconi, incassata la fiducia a metà dicembre, ha potuto tirare un sospiro di sollievo.

Ma le tregue tra Palazzo Grazioli e il Quirinale non reggono che per qualche settimana. Perché Berlusconi, che temeva un governo istituzionale prima del 14 dicembre, continua a temerlo. E più ancora teme le elezioni anticipate, per il rischio che il Terzo polo, formatosi nel frattempo, faccia perdere voti al suo centrodestra – già da mesi in caduta libera in tutti i sondaggi – e gli impedisca di conquistare il Senato. Lo si è visto quando, di fronte ai violenti attacchi del presidente Berlusconi contro la procura di Milano per il processo Ruby, è stata ventilata l’ipotesi teorica di uno scioglimento delle Camere da parte di Napolitano, in forza dell’articolo 88 della Costituzione. La dura polemica sul tema del potere del Quirinale di sciogliere le Camere e sulla controfirma governativa dell’atto, al di là dell’aspetto dottrinario, racchiude meglio di qualsiasi altro esempio i termini dello scontro tra i due poteri nella loro nuova configurazione materiale, il loro complicato dualismo e la loro difficile coabitazione.

Il mandato di Napolitano scade il 15 maggio 2013, nella legislatura successiva a quella in corso: sarà il prossimo parlamento (al naturale esaurimento dell’attuale legislatura o scaturito da eventuali elezioni anticipate) a eleggere il successore di Napolitano. È perciò evidente il carattere del tutto speciale delle prossime elezioni politiche che «conterranno» – si può dire – anche l’elezione del Quirinale. Sottocoperta, l’intero manovrare della politica si sta ormai da tempo concentrando su questo punto strategico: quale parlamento, e con quale maggioranza politica, eleggerà il presidente della repubblica, e non già, soltanto, chi sarà il nuovo presidente del Consiglio. La tensione nel paese è così alta che l’idea di trovare una convergenza sul nome di una personalità largamente unificante potrebbe persino, per la prima volta nella storia repubblicana, diventare il baricentro della piattaforma politica di un’alleanza elettorale di cui il presidente della repubblica più che il candidato premier sarebbe il principale tratto caratterizzante.

Queste «doppie» elezioni, questa doppia battaglia che s’avvicina, presenta sempre più le caratteristiche dell’epilogo di una guerra, per la sua portata storica dal punto di vista politico e i suoi riflessi istituzionali sul complesso del sistema di potere: il suo esito avrà conseguenze per i prossimi decenni. Anche perché l’approssimarsi di queste scadenze tende a coincidere con la fase terminale del ciclo berlusconiano iniziato nell’ormai lontano 1994. L’era della Seconda Repubblica si sta chiudendo.

* estratto dal capitolo Neogeografia istituzionale: due Presidenti e sei Palazzi di Francesco Lo Sardo. Dal libro collettivo di Lucia Annunziata, Il Potere, Marsilio editore, pubblicato a ottobre 2011. Il capitolo si ferma alla vigilia della nascita del governo Monti.

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