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Un governo dal piglio costituente

Riforme istituzionali, non solo la legge elettorale ma anche interventi sulla Costituzione che richiedono tempi lunghi
Un governo dal piglio costituente

Ha garantito «grande impegno e determinazione» affinché dal suo governo nasca «una politica italiana diversa». Enrico Letta ha posto immediatamente, accettando l’incarico al Quirinale, le «riforme costituzionali» come priorità per l’esecutivo che si accinge a costituire. Costituzionali, si badi bene: il che vuole dire che l’orizzonte che Letta (e Napolitano) si sono posti non è a brevissima (e nemmeno breve) scadenza. Non si tratta, insomma, di approvare una nuova legge elettorale e andare a votare, ma di incidere in maniera profonda sulle norme che regolano la vita democratica del paese. A partire, ha spiegato il premier incaricato, dalla riduzione del numero dei parlamentari e dal superamento del bicameralismo perfetto, «che è uno degli elementi che hanno bloccato il paese».

Il corposo documento elaborato dai “saggi” Onida, Mauro, Violante e Quagliariello (quest’ultimo indicato ancora come probabile ministro, con delega proprio alle riforme) contiene già un elenco di priorità condivise su cui avviare la discussione tra le forze politiche. Magari in quella “commissione redigente” che dovrebbe essere presieduta da un esponente del Pdl e che rimane ancora come ipotesi pienamente in campo. Anche perché garantirebbe quella «più larga partecipazione possibile» invocata anche ieri da Letta. La legge costituzionale che la formalizza dovrebbe essere quindi uno dei primissimi provvedimenti da presentare al vaglio del parlamento, per garantirne rapidamente l’avvio dell’iter, che richiede almeno sei mesi di tempo.

In passato, Letta ha insistito molto sulla necessità di superare il Porcellum, insistendo sulla restituzione ai cittadini della facoltà di scegliere i parlamentari e, comunque, sul mantenimento di un premio di governabilità. Indicazioni assolutamente in linea con quelle espresse dai “saggi”, che indicano tra le possibili opzioni i modelli tedesco e spagnolo o un ritorno al Mattarellum (ma senza scorporo). In ogni caso – è scritto nel documento – la nuova legge potrebbe prevedere un sistema misto (in parte proporzionale e in parte maggioritario), un alto sbarramento, implicito o esplicito, ed eventualmente un ragionevole premio di governabilità». Si riparte, quindi, da dove si era interrotto il confronto nella precedente legislatura.

La riduzione del numero dei parlamentari dovrebbe essere al contempo esplicita (da 630 a 480 deputati e da 315 a 120 senatori) e implicita: l’istituzione di un senato delle regioni al posto dell’attuale camera alta, infatti, comporterebbe anche il superamento dell’elezione diretta dei suoi componenti, che verrebbero scelti dai consigli regionali.

Ma Letta al Quirinale ha parlato anche della necessità di una «moralizzazione della vita pubblica», che passa anche inevitabilmente per una diversa regolazione dell’attività dei partiti e del loro finanziamento. I “saggi” – va detto – si sono espressi contro l’abolizione sic et simpliciter del finanziamento pubblico alle forze politiche, specificando che il rimborso delle spese elettorali «deve essere giustificato e documentato all’interno di rigorosi tetti di spesa» e che vanno agevolati i contributi privati attraverso significativi sgravi fiscali.

Va ricordato, infine, che proprio Letta è stato il primo firmatario nella precedente legislatura di una proposta di legge sull’abolizione dei vitalizi per i parlamentari. Anche su questo, il premier incaricato si farà certamente sentire.

@rudyfc

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