Cultura STAMPA

Aldo Moro riscoperto dai trentenni

Al convegno per i trentacinque anni dalla scomparsa dello statista si è vista una nuova generazione di studiosi, spesso precari, nati dopo la tragedia di via Caetani. Che guardano a Moro con uno sguardo inedito
Aldo Moro riscoperto dai trentenni

Raccontare Aldo Moro senza ricordarselo. A trentacinque anni dalla morte dello statista, c’è ormai un’intera generazione di studiosi nati dopo la tragedia di via Caetani. Ed è stata questa nuova generazione di storici la protagonista del convegno Studiare Aldo Moro per capire l’Italia, una vetrina per il meglio delle nuove ricerche sul cinque volte presidente del consiglio. Perché su di lui c’è ancora molto di “nuovo” da dire. Può sembrare strano, vista la mole di pubblicazioni, ma è solo negli ultimi anni (a partire forse dal 2008, il trentennale della morte, con un altro densissimo convegno dell’Accademia di studi storici Aldo Moro) che si è iniziato a studiare Moro al di là del caso Moro. La sua cultura, le scelte concrete al governo, la visione politica più ampia. Magari ci voleva proprio una generazione che quel dramma non l’ha vissuto direttamente, per guardare indietro con maggior lucidità.

È su questo che ha scommesso l’Accademia Aldo Moro quando ha lanciato la sua call for papers: l’idea di un convegno aperto, il più ricco possibile, che mettesse assieme storici affermati e nuove leve. Sono state selezionate quarantuno ricerche, più della metà firmate da trentenni: dottorandi, assegnisti, giovani professori o semplici “cultori della materia” (un modo cortese per definire chi lavora nel mondo universitario senza vedere un centesimo). Come se non bastasse, si è scelto un format poco diffuso in Italia in ambito umanistico, con presentazioni brevi e un discussant incaricato di dare una lettura critica dei paper.

Risultato: tanti spunti originali di ricerca (vedere per credere: gli abstract saranno tutti disponibili online entro pochi giorni), con dei tagli che raccontano molto non solo di Moro ma degli interessi della nuova generazione di suoi studiosi. Tanto per dirne una, c’è un’attenzione particolare alla dimensione internazionale dei problemi. In parte è per un motivo tutto contingente, e cioè che in molti paesi esteri la documentazione d’archivio viene resa disponibile prima di quanto non accada in Italia. È difficile però liberarsi dall’impressione che – negli anni del “ce lo chiede l’Europa” – si stia riscoprendo la connessione intima tra vicende interne e vicende internazionali. Si vuole capire la nascita del centro-sinistra nei primi anni Sessanta? Allora bisogna guardare alle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti (ne parla Francesco Bello), con l’Europa orientale (Sara Tavani) e l’Unione sovietica (Alessandro Salacone). E così il percorso verso la solidarietà nazionale può essere compreso solo se si coglie l’esistenza di «vincoli esterni» (Giovanni Bernardini ha studiato il ruolo della Repubblica federale tedesca di Helmut Schmidt).

Sono connessioni che Moro aveva ben presenti, e non solo per averle sperimentate da subito nel corso della sua carriera politica. Il politico pugliese dispone di una formazione culturale che è già proiettata verso l’Europa e il mondo. Ha chiaro in testa l’obiettivo dell’unificazione europea (Paolo Acanfora ha parlato di «due patrie» nel pensiero di Moro) e un’idea dell’Italia come mediatrice tra Est e Ovest, tra Nord e Sud del mondo (Jacopo Cellini). Spinge per un impegno di primo piano in tutti i contesti internazionali (Francesca Zilio ha lavorato sulla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, Mauro Campus sul nascente gruppo dei paesi sviluppati, l’allora G6) ma anche come media potenza regionale, nei confronti del near abroad: la normalizzazione dei rapporti con la Jugoslavia (sulla questione triestina, descritta da Diego D’Amelio), l’impegno per favorire la fine dei regimi autoritari in Grecia, Spagna e Portogallo (Marialuisa Lucia Sergio e Gaetano La Nave).

Moro che guarda all’estero, l’estero che guarda a Moro. Per chi racconta la politica italiana di oggi, è normale chiedersi: cosa pensano di noi oltre le Alpi? Ad ogni nuovo governo siamo abituati a tenere d’occhio le reazioni della stampa estera. Che dice il Financial Times di Monti? Come ha reagito la stampa tedesca alla nomina di Letta? Gli storici oggi fanno lo stesso, studiando le reazioni straniere alle mosse di Aldo Moro (ci hanno pensato Laura Ciglioni, per l’America, e Andrea Argenio, per la Francia). Colpa dell’esterofilia della nuove generazioni? Un provincialismo ribaltato? No – spiega Renato Moro nel suo ruolo di discussant – a volte da lontano si colgono dettagli che sfuggono a chi è troppo vicino ai fatti che racconta.

È il caso dello storico George Mosse, che capì meglio di molti analisti italiani il rapporto tra Moro e le «masse» (lo ha ricordato Donatello Aramini). Più in generale la nuova storiografia su Moro sta iniziando a usare fonti finora trascurate. Non si studia solo Moro, ma l’immagine di Moro nella stampa (Gianluca Scroccu ha riletto L’Unità, Guido Panvini ha guardato all’estrema destra, Ilenia Imperi e Ilaria Maria Priscilla Barzaghi hanno analizzato l’aspetto comunicativo e iconografico) e nell’arte, da Todo Modo di Sciascia, portato al cinema da Elio Petri (e analizzato da Maurizio Zinni), fino ad Aldo Morto di Daniele Timpano, in scena proprio in questi giorni e citato da Lia Perrone.

Sono i soli accenni al Moro “prigioniero”, anche perché – e nei tre giorni di convegno è stato ripetuto più volte, come nell’intervento di Tiziano Torresi sugli anni della formazione giovanile – non si capisce il Moro dei 55 giorni senza quello dei sessant’anni precedenti, mentre può non essere vero il contrario. Ad esempio, spiega Giovanni Mario Ceci, non si potrebbe leggere la «strategia dell’attenzione» ai comunisti a fine anni Sessanta con gli stessi occhi con cui si guarda alla solidarietà nazionale degli anni Settanta.

E torniamo alla voglia di raccontare il politico al di là della sua fine: il ruolo nella Democrazia cristiana (Maria Lorenza Murtas ha ricostruito gli anni della segreteria e la rivalità con Antonio Segni); il complesso rapporto tra identità cristiana e laicità, specie dopo il referendum sul divorzio, analizzato da Michele Marchi. La platea del convegno sorride amaramente quando Daria Gabusi, raccontando le riforme della scuola messe in piedi da Moro insieme a Luigi Gui, ricorda che negli anni Sessanta si spendeva per l’istruzione un quinto del bilancio pubblico italiano. Altri tempi, certo: diversa la demografia e le disponibilità finanziarie. Ma anche, forse, un’altra cultura, un altro senso delle priorità dell’azione politica.

@lorbiondi

TAG: