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Sull’APgate rischia anche Obama

Sull'APgate rischia anche Obama

The Associated Press, 165 anni di storia, tremiladuecento dipendenti, di cui due terzi giornalisti, 280 uffici in 120 paesi del mondo, cinquantuno premi Pulitzer, è un gigante multimediale dell’informazione, una cooperativa non profit di cui sono membri gran parte dei giornali e delle stazioni radio-tv americane, un’agenzia di stampa rispettata per gli alti livelli di accuratezza e oggettività del suo giornalismo. Avere spiato i suoi reporter, come ha fatto il dipartimento di giustizia nell’arco di due mesi nel 2012, è una scelleratezza che l’amministrazione Obama rischia di pagare a caro prezzo, non importa se il portavoce della Casa Bianca prenda le distanze dal nuovo Watergate, affermando la totale estraneità del presidente e del suo staff.

La vicenda – una “intrusione massiccia e senza precedenti” – ha immediatamente preso una brutta piega per l’amministrazione democratica, sia sul lato più politico, con l’opposizione repubblicana che cavalca lo scandalo pretendendo spiegazioni adeguate, ma anche con esponenti democratici all’attacco; sia sul lato etico, perché l’attività abusiva di controllo ai danni dei giornalisti dell’Ap è uno scioccante affronto alle garanzie basilari della costituzione in materia di libertà di stampa e di espressione. The Newspaper Association of America, l’associazione professionale che rappresenta circa duemila giornali negli Stati Uniti e in Canada, ha diffuso una nota nella quale stigmatizza l’operazione «esnza precedenti» del Justice Department ai danni dell’Associated Press, osservando che «simili azioni traumatizzano la coscienza americana e violano la libertà di critica della stampa protetta dalla costituzione statunitense e dal Bill of Rights».

Secondo quanto ha reso noto il presidente e ad dell’agenzia di stampa, Gary Pruitt, la AP è stata informata venerdì scorso che il dipartimento della giustizia ha raccolto nell’aprile e nel maggio 2012 le registrazioni da oltre venti linee telefoniche e cellulari in uso all’agenzia stessa e a suoi giornalisti, in particolare nelle sedi di New York, Hartford e Washington, tra cui anche una linea a disposizione dei cronisti parlamentari dell’AP alla camera dei rappresentanti, di cui sono state documentate le chiamate in entrata e in uscita. «Non ci possono essere giustificazioni possibili per una così ampia raccolta di comunicazioni telefoniche della Associated Press e dei suoi giornalisti» e le informazioni ottenute dal governo «vanno ben oltre» ciò che sarebbe giustificato da una singola indagine giudiziaria, ha scritto Pruitt in una lettera di indirizzata al procuratore generale (ministro della giustizia) Eric Holder, uomo di punta dell’amministrazione Obama, molto legato al presidente. L’affaire riguarda un’indagine condotta dal procuratore del District of Columbia relativa alle informazioni contenute in un servizio dell’AP dello scorso anno. Il servizio, pubblicato nel maggio 2012, dava conto di un’operazione condotta dalla Cia nello Yemen che aveva portato alla scoperta di un piano di al Qaeda per far esplodere un aereo diretto negli Stati Uniti. Si trattava di una vicenda imbarazzante per l’amministrazione democratica, che aveva da poco rassicurato l’opinione pubblica sull’assenza di un piano terroristico di questo tipo. Il direttore della Cia John Brennan era stato a suo tempo interrogato dall’Fbi, che gli aveva chiesto se fosse stato lui la fonte di quella notizia Ap. Brennan, oltre a negare, aveva definito quello scoop dell’Ap come una «pericolosa rivelazione di notizie coperte dal segreto di stato» Lo stesso New York Times ricorda come in passato ci furono magistrati che ottennero trascrizioni delle telefonate di giornalisti, ma mai su una scala così vasta come nel caso dell’Ap.

L’APgate è tanto più imbarazzante per la Casa Bianca perché si somma ad altre due storie che in questi giorni sono le top news sui media nazionali e che hanno lo stesso sapore, quello – secondo la narrativa repubblicana, ma non solo – di una pericolosa inclinazione al controllo degli avversari e alla manipolazione di dati sensibili. È il caso dell’accanimento dell’Internal Revenue Service (Irs), il fisco americano, nei confronti di gruppi politici conservatori e che ha costretto il portavoce di Obama, Jay Carney, a dichiarare che «l’azione dovrà essere condannata e definita inappropriata». È una storia che risale al 2010 ed è poi continuata fino all’anno scorso, quando almeno 75 gruppi dei Tea Party sono stati selezionati per controlli più approfonditi da parte dell’erario, per comprendere se potevano godere delle esenzioni fiscali in quanto movimenti politici. I dipendenti incaricati di svolgere i controlli avevano anche chiesto tutte le liste delle persone che hanno donato denaro ai gruppi. Le pubbliche scuse da parte di Lois Lerner, dirigente della sezione dell’Irs competente per le esenzioni, non hanno placato i repubblicani (“non cambiano la situazione”, ha detto il potente senatore Gop Mitch McConnell) né i Tea Party che chiedono le dimissioni di tutte le persone coinvolte e le scuse da parte dello stesso Obama.

Ultime, le rivelazioni della rete tv Abc sulla dinamica dell’attacco al consolato di Bengasi, un dossier che da allora non ha mai cessato di essere materia contundente contro la Casa Bianca da parte dei falchi repubblicani. Secondo le trascrizioni di alcune e-mail scambiate fra dipartimento di stato e Casa Bianca in merito alla versione da dare in pubblico su quanto avvenuto nella notte dell’11 settembre 2012 nella città della Cirenaica, quando furono assassinati l’ambasciatore Usa Stevens e altri due americani, sorge il sospetto di una manipolazione della versione ufficiale. Ovvero che fosse la degenerazione di una manifestazione spontanea, come ha affermato alcuni giorni dopo anche l’ambasciatore statunitense all’Onu Susan Rice, e non invece un’azione preorganizzata.

Sono temi – se si scorrono le pagine della storia delle presidenze americane – spesso ricorrenti, soprattutto nel corso del secondo mandato, quando nel capo dell’esecutivo sembra rafforzarsi la sensazione di un potere pressoché illimitato – la presidenza imperiale – o sembra indebolirsi la volontà di controllo sui ministeri e sui servizi segreti, perché s’allenta la preoccupazione di dover essere rieletti. Forse sono atteggiamenti in parte sovrapponibili. Accade anche che l’opposizione ma anche il proprio partito di riferimento diventino più esigenti, perché avvertono il rischio di una presidenza senza vincoli e limiti e dunque pericolosamente tentata dall’abuso di potere.

Difficile dire se, nei tre casi che chiamano in causa Barack Obama, ci sia qualcosa del genere, o se semplicemente le vicende siano casualmente esplose contemporaneamente, pur essendo avvenute nel corso del primo mandato. Fatto sta che mettono alla prova questo presidente, così come l’Iran-contras affair, o Irangate, mise sulla graticola Ronald Reagan. E ne minò la reputazione.

@GuidoMoltedo

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