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I politici e l’inganno dei tweet

Un estratto dal libro "E se noi domani-La sinistra che vorrrei" dell'ex segretario del Pd
I politici e l'inganno dei tweet

Cominciai a usare la rete quando ancora non c’era il www e ci si connetteva attraverso provider come MC-link. E, da allora, sono convinto che la rete sia una meraviglia di opportunità, la faccia più bella della globalizzazione: la possibilità di azzerare le distanze comunicative e di socializzare milioni di informazioni. La rete costituisce ambiti di ricerca, di confronto, di promozione umana. La rete è fattore di sviluppo economico e di miglioramento, grazie ai servizi on line, della possibilità di limitare spostamenti inutili e di riconquistare il bene primario del tempo.

Il tempo è stato infatti oggetto della grande rivoluzione indotta dalle tecnologie. Facciamo tutto più in fretta di prima ma ogni attesa ci sembra intollerabile. Viviamo in una costante ubiquità, che alimenta in noi una sensazione di onnipotenza, la percezione di essere «dentro le cose» che conosciamo e commentiamo in diretta, siamo a contatto permanente con una quantità immensa di desideri: desideri di cose, luoghi, persone che però non possiamo tutti soddisfare. Marco Niada, nel suo interessante Il tempo breve, scrive che questo decennio «ha premiato la velocità di esecuzione rispetto al ragionamento, l’impulso rispetto alla riflessione, il brevissimo termine rispetto al medio e lungo termine. Questa accelerazione ci ha reso tutti più irresponsabili. Dai politici ai cittadini comuni, nella ricerca del tutto e subito».

Possiamo molto di più, sappiamo molto di più, ma vogliamo tutto e subito, nella società veloce. Ma come tutte le meraviglie la rete ha un’altra faccia, quella contraddittoria. È difficile parlarne, per le stesse ragioni che sto per descrivere. I social network sono una parte della meraviglia: opinioni che circolano a migliaia, un tripudio della democrazia. Rapporti affettivi, familiari, di amicizia o di amore che si intrecciano per questa via. Un mondo piccolo, raggiungibile, umano. Ma i social hanno portato con sé anche dei mutamenti del «discorso pubblico». Spesso sono luoghi di cattiveria cinica e disumana.

Mi hanno colpito certe reazioni alla morte di Antonio Manganelli, veleni di sconcertante soddisfazione nutriti da accuse inventate – «Se lo merita per quello che ha fatto alla Diaz» – o ciò che qualcuno scrisse in calce alla notizia dell’ictus che aveva colpito Lamberto Sposini – «Se lo merita così la smette di fare la tv marmellata» oppure «Non dimentico che aveva lavorato con Berlusconi». O ancora i commenti comparsi sul sito del giornale fondato da Antonio Gramsci a proposito della morte di Margaret Thatcher: «Era ora!!!», «Le colpe non si estinguono con la morte. Era un’infame e nessuno la rimpiangerà!!!», «Giustizia è fatta!! È finalmente morta, purtroppo nel suo letto anziché giustiziata come avrebbe meritato, una delle peggiori nemiche dell’umanità del XX secolo. Morta con trentacinque anni di ritardo», «Bottegaia assassina», «Berlusconi corri, c’è posto anche per te».

Singoli, certo. Ma la circolazione sulla rete fornisce a quelle disumane assurdità una sorta di legittimazione. Diventano cose che si possono dire. E invece non si possono dire. Nessuno può negare nessun diritto di espressione. Ma certe cose non si possono umanamente, eticamente, moralmente dire.

In rete tutto è rapido e corto. Con due conseguenze: la semplificazione e la radicalizzazione delle posizioni. Il linguaggio della politica nel tempo di Berlusconi è perfettamente entrato negli stereotipi comunicativi dei social. Spesso prevale l’insulto personale, la apodittica affermazione di certezze fondate su balle spaziali che la rete inghiotte senza batter ciglio. Forse è l’inizio, forse si  prenderanno le misure. I social, per loro natura, dovrebbero essere luoghi aperti in cui la cosa più bella sono le idee e i pensieri dell’altro. Luoghi non afflitti dallo spirito di conservazione, dall’idolatria del no che anima il Paese, ma laboratori di una società aperta e dialogante, con la testa nel futuro.

C’è poi un problema che riguarda la politica e il suo rapporto con la rete. Accadde la stessa cosa con la definitiva affermazione della televisione quando qualcuno spiegò ai politici che «bisogna guardare in macchina» e, ancora oggi, si vedono attempati senatori che ignorano scortesemente l’intervistatrice e fissano rapiti l’obietti- vo della telecamera pensando che questo darà più incisività alle loro parole, spesso vuote. Così tutti si sono precipitati su Twitter e Facebook e ora vivono in una condizione di dipendenza totale. Rilanciano, narcisi, i messaggi che parlano bene di loro e sono ossessionati da quello che la rete dice. Così tendono ad assecondarla, perdendo dosi massicce di autonomia culturale e politica. «Lo ha detto la rete» per molti è il nuovo «lo ha detto il comitato centrale», ed essendo la rete, per sua stessa natura, veloce e semplificata, allora la politica si è fatta rapida e banale. Si è aggiunto un tassello alla sua crisi di fondo: la perdita di respiro, ambizione, visione. Certe volte penso a cosa sarebbe accaduto se i social network fossero esistiti al tempo in cui Togliatti decise l’amnistia per i fascisti o quando Berlinguer ebbe il coraggio di sostenere che si stava meglio sotto l’ombrello della Nato che sotto quello del patto di Varsavia.

La rete è un luogo moderno dell’incontro e del dialogo sul quale nessun bavaglio può essere messo. Semmai anche lì è giusto favorire il gusto delle opinioni dell’altro e la curiosità del nuovo. Ma questo è puramente un fatto culturale. La politica non si rifugi dietro l’alibi del «l’ha detto la rete» per sfuggire al tema del suo coraggio e della sua sovranità. È come per i sondaggi. I politici dei quali bisogna più diffidare sono quelli che decidono per la loro comunità seguendo ciò che dicono le rilevazioni di opinione. Un vero dirigente politico segue la sua coscienza e l’interesse generale. E bisogna stare attenti perché il pericolo è che nel momento più complesso della storia si facciano avanti risposte semplificate. E, in generale, che predomini una cultura che prescinde dal vecchio saggio ammonimento di Marco Aurelio: «Guarda sempre all’insieme».

La società del frammento, della semplificazione tende all’invettiva e all’emotività. Invece bisogna convivere con la meraviglia della tecnologia mantenendosene autonomi, seguendo un filo di ispirazione etica e politica e non zigzagando appresso alle mode del momento. Altrimenti la politica, e anche l’informazione, saranno una ancella passiva degli umori espressi di volta in volta da quella parte di mondo che sulla rete comunica. Ci sono direttori di giornale, come uomini politici, che, se ricevono cinquanta e-mail o tweet, scambiano questo con l’orientamento generale del Paese o si affrettano a titolare: La rete in subbuglio… La rete è un mare grande, che merita rispetto, che va guardato con autonomia di pensiero. Che va ascoltato, ma non assecondato furbamente e cinicamente, come fosse un bambino capriccioso.

I sommovimenti della rete che, non dimentichiamolo, riguardano ancora una cerchia ristretta di persone, hanno effetti immediati sui comportamenti politici dei decisori. Gli eletti o i dirigenti di partito vengono raggiunti da insulti, critiche, rampogne per ogni loro comportamento. E se un tempo la protesta di un cittadino o di un militante era affidata a una lettera, ora arriva direttamente, immediatamente, sul telefono del politico. «È la rete, bellezza.» E, per fragilità o furbizia, si tende ad assecondare qualsiasi umore salga dai tablet, compulsati freneticamente durante ogni riunione. Scambiando quel mondo per il mondo si fanno dipendere i propri comportamenti dalle sollecitazioni che la rete, in quell’istante e con l’istinto, produce. La statura di un decisore pubblico è nella sua autonomia, sempre e da chiunque, nella sua capacità di anteporre a ogni cosa gli interessi generali verificati con la propria coscienza. Altrimenti basterà mettere un applausometro al posto di persone dotate di cervello e pensiero. Ricordando sempre, però, quanti applausi nella storia sono stati indirizzati a leader e idee sbagliati.

Il consenso è una conquista faticosa e onesta, quello che nasce troppo facilmente dall’accettazione del volere della folla è, dai tempi di Barabba, rischioso ed effimero. La politica, se non è un mestiere come gli altri, ma una missione, richiede scelte dolorose, talvolta impopolari. Ma che hanno un senso solo se sono racchiuse in una visione della propria società e del suo futuro. Bisogna diffidare sempre dei politici senza motivazioni grandi e di quelli per i quali l’unica motivazione sono loro medesimi.

 

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