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Google, le tasse e il capitalismo responsabile

Il discorso di Ed Miliband alla Big Tent di Google, un attacco frontale al tentativo dell'azienda di eludere il fisco. E un manifesto su nuove tecnologie, istruzione e crescita economica
Google, le tasse e il capitalismo responsabile

È bello essere qui nella Big Tent di Google. Voglio cominciare mostrandovi quattro fotografie e chiedendovi di indicare qual è quella fuori posto, perché riguarda il tema del mio discorso: che tipo di futuro vogliamo costruire.

Il primo è mio padre, Ralph Miliband, uno studioso marxista. Il secondo è Willy Wonka, quel genio del proprietario della Fabbrica di cioccolato, che alla fine la regala alla famiglia di Charlie. La terza è Margaret Hodge, la presidente laburista della Commissione bilancio che, come sapete, è stata molto critica nei confronti di Google negli ultimi giorni. E l’ultima foto è di Google, col vostro slogan fondativo: «Don’t be evil», non siate cattivi. Secondo voi qual è la foto fuori posto?

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Vi dico come la penso io: fuori posto è mio padre. Lui è l’unico tra questi ad aver pensato che la strada verso una società giusta non passasse per il capitalismo, ma attraverso un socialismo fondato sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Non era il solo a pensarla così, ovviamente. Fino al 1995 questa idea andava insieme con la tessera del partito che ora guido. Tony Blair la cancellò, e fece bene, perché nazionalizzare la grande industria non è la strada giusta verso una società più equa.

Di questi tempi ci sono persone che vi diranno che, visto che il capitalismo è destinato a durare, non ci sono più grandi alternative sul tipo di società di cui abbiamo bisogno. Ma non penso che sia così. Ci sono altre quattro persone che possono aiutarci a capire il perché.

La prima: vi presento Richard O’Neill, un piccolo imprenditore con un’azienda che si chiama School Office Services a Londra. Benché sia un’azienda molto competitiva, lui va fiero di dare a tutti i suoi impiegati un salario di sussistenza. Il secondo è Muhammad Yunus, il genio della microfinanza che ha vinto il premio Nobel. Il terzo è Charlie Mayfield, il capo della più grande catena inglese di grande distribuzione, John Lewis, che è di proprietà dei suoi stessi dipendenti e ripartisce i profitti tra tutti i lavoratori. E il quarto è Montgomery Burns, che dirige una centrale nucleare nei Simpson.

Stavolta è evidente qual è la persona fuori posto. Il signor Burns non è proprio una brava persona. Lascia in giro le sue scorie nucleari. Certo, è un personaggio dei cartoni, ma avrei potuto sostituirlo con la Royal Bank of Scotland, o altre grandi banche prima della crisi finanziaria. Mi aiuta ad arrivare al punto: c’è una scelta da fare.

Internet e il signor Burns

C’è un “capitalismo irresponsabile”, con differenze enormi tra i più ricchi e i più poveri, il potere concentrato in poche mani, e tutti pensano solo a far soldi in fretta, a qualunque costo. E c’è un “capitalismo responsabile”, in cui sono le imprese a dettare l’agenda, le aziende puntano a realizzare profitti, ma allo stesso tempo c’è una società equa, il potere è diffuso e ciascuno accetta le proprie responsabilità nei confronti degli altri. La mia idea è questa: non solo il capitalismo responsabile è più giusto, ma con esso è più facile che tutto il paese ce la faccia. È una cosa che dico da due anni, come leader del Labour. Oggi vorrei applicarla a internet e all’era digitale.

Innanzitutto, ci sono molte ragioni per credere che la tecnologia digitale ci stia portando verso un capitalismo più responsabile. Le nuove tecnologie hanno aperto il mercato a persone che prima non vi avevano accesso, dal contadino africano al piccolo imprenditore del mio collegio. Dalla politica ai media, hanno aiutato ad abbattere le vecchie gerarchie. E rendendo il mondo più interconnesso, internet crea comunità che si rendono conto più facilmente delle responsabilità reciproche.

Ovviamente, Google è in prima linea. Le persone di tutto il mondo hanno bisogno di voi. Dal vostro motore di ricerca, a Gmail, ai Google glass, siete stati l’avanguardia di questa rivoluzione. Voglio applaudire alle vostre innovazioni.

E ovviamente siete abituati a sentirvi dire questo genere di cose dai politici. Ma se mi limitassi a questo, se non vi facessi alcune grandi domande che chiedono una risposta, allora francamente la mia presenza qui non avrebbe senso.

Ci sono scelte che dobbiamo compiere. Internet crea opportunità per milioni di persone, ma interi paesi e popoli rischiano di rimanere indietro. Internet distrugge le vecchie gerarchie, ma rischia di creare nuovi centri di interesse. Internet connette persone di ogni parte del mondo, ma può anche consentire ad aziende fantasma di sfuggire alle proprie responsabilità.

Le regole che fissiamo, i comportamenti che incentiviamo, le culture che premiamo ci possono aiutare a determinare il tipo di futuro in cui ci ritroveremo. Determinare se la nostra economia avrà più signori Burns o più Charlie Mayfield.

Una scuola per i creativi del futuro

In Gran Bretagna ci sono 2,6 milioni di case che non sono raggiunte dalla banda larga. Milioni di persone che non hanno mai usato internet. Il digital divide esclude i potenziali designer, gli innovatori, gli imprenditori di domani. Dobbiamo cambiare le cose. Non va bene per loro e per il futuro del nostro paese.

Ma sfruttare al meglio la Rete vuol dire ben altro del semplice accesso alla banda larga. Bisogna mettere la creatività al centro nel nostro sistema educativo. Purtroppo però le cose si stanno muovendo nella direzione opposta. In tre anni le scuole inglesi hanno ridotto del 15 per cento le ore di arte, disegno ed educazione tecnica. C’è un terzo di insegnanti in meno che ricevono una formazione specifica su questi temi. E non c’è da stupirsi, viste le priorità dell’attuale governo. Arte, disegno e tecnica sono state ridotte a materie di serie B. È esattamente il tipo di messaggio che non dovremmo dare.

Pensate a sir Jony Ive. Da bambino, il suo regalo di Natale era passare un’ora in classe coi suoi genitori, che insegnavano disegno. E alla fine sir Jony ha cambiato il mondo disegnando l’iMac e l’iPad. Dobbiamo assicurarci che le prossime generazioni non siano solo capaci di usare Google, Facebook e YouTube, ma che sappiano immaginare il prossimo stadio del mondo digitale.

Un’economia per tutti

La seconda parte del nostro compito è dare spazio alla capacità di internet di trasformare la nostra economia. E assicurarsi che il potere non sia concentrato in poche mani, ma che consenta anche all’impresa più piccola di fiorire. Dare modo ai singoli creativi di lavorare al fianco sia del settore pubblico sia delle aziende globali, per creare la prossima generazione di tecnologia. Questo potrà succedere solo se le grandi aziende non schiacciano i concorrenti più piccoli. A volte questo succede spontaneamente sui mercati. Come quando Google ha dato Android al mondo, open source. Così facendo ha evitato che gli smartphone diventassero un monopolio. Ma non possiamo affidarci solo al privato.

Il settore pubblico dovrebbe lavorare per allargare il campo delle opportunità. Pensate a grandi istituzioni come la Bbc e la British Library: possiamo fare di più per renderle aperte, attraverso uno spazio pubblico digitale. Pensate al vecchio mondo, quello in cui dovevate recarsi alla British Library e fare la tessera per entrare. Ora immaginate un mondo nuovo, in cui non serve andare lì e fare una tessera esclusiva per accedere agli incredibili archivi che hanno.

E dobbiamo assicurarci che la creatività ottenga un ritorno economico adeguato. Per questo il Labour sta lavorando col governo per una nuova legge che risolva i problemi del copyright, della pirateria e della proprietà intellettuale. (…)

Aziende reponsabili

Per creare un capitalismo più responsabile, abbiamo bisogno anche di aziende responsabili. È fantastico che la Big Tent di Google incoraggi il dibattito su qualsiasi problema. Vorrei discutere con voi sulla questione delle tasse, di cui si è parlato tanto in questi giorni: con Google, Apple e Amazon sotto i riflettori. La prima e primaria responsabilità di un governo è fare leggi giuste. Sono d’accordo con l’appello di Google per una riforma internazionale della tassazione. Il governo dovrà avanzare proposte per far sì che questo si realizzi al G8. Serve trasparenza su quanto profitto realizza un’azienda e quante tasse paga paese per paese. Una riforma che impedisca alle aziende di trasferire i profitti per evitare di pagare. Un giro di vite sui paradisi fiscali.

Spero che Google ci sostenga nei nostri intenti. E, lasciate che ve lo dica, se non riusciremo a raggiungere un accordo internazionale, un governo laburista agirà qui in Gran Bretagna.

Ma un’azienda responsabile deve fare di più che rispettare la lettera delle leggi. Nel manifesto di lancio di Google, nel 2004, c’era scritto: «Non siate cattivi. Saremo più forti nel lungo periodo, saremo sostenuti meglio – come azionisti e non solo – da un’azienda che fa del bene al mondo, anche se nell’immediato non c’è nessun ritorno. È un aspetto importante della nostra cultura, ampiamente condiviso nell’azienda». Lo dicevate voi: i vostri impiegati vogliono avere la sensazione di stare facendo la cosa giusta. E anche i vostri utenti lo vogliono.

Perché pagare le tasse

Per la nostra società è importante che arrivino i messaggi giusti dall’alto. È impossibile che io sia l’unica persona qui dentro a essere delusa che una grande azienda come Google si riduca a sostenere che, pur impiegando migliaia di persone in Gran Bretagna, pur guadagnando migliaia di sterline in Gran Bretagna, debba pagare solo l’un per cento di quei guadagni in tasse. Quando Google fa del bene per il mondo, vi applaudo. Ma quando Eric Schmidt dice che il suo approccio al problema delle tasse è semplice capitalismo, non sono d’accordo. È un peccato che Eric Schimdt non sia qui a farselo dire di persona. Quando Google fa i salti mortali per non pagare le tasse, io dico che fa male. E non solo io. È cristallino, basta leggere i vostri principi fondatori.

Ho cominiciato con mio padre e vorrei finire con lui. Mio padre aveva torto a proposito della proprietà dei mezzi di produzione. Ma su una cosa aveva ragione. Era arrivato qui come profugo a sedici anni, nel 1940. Ed entrò nella marina di Sua Maestà. Parlava spesso di quei giorni in marina, quando persone di tutte le estrazioni, di provenienze diversissime, si trovarono insieme per un obiettivo comune. È così che la Gran Bretagna ce l’ha fatta. È così che le grandi aziende ce la fanno. È questo il cuore del capitalismo responsabile. È questo ciò che chiamo One Nation. È questo il futuro che dobbiamo costruire insieme.

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