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Come si cambia la Costituzione lo decida il congresso

Tra il dossettiano Prodi e la dossettiana Bindi stiamo con Bindi

Il governo Letta-Alfano, di emergenza nazionale e “a termine”, come ha ribadito il presidente della repubblica il 2 giugno (e non solo per sollecitarlo a operare senza perdite di tempo), ci sta bene. Non ci starebbe bene un governo Letta-Berlusconi, quest’ultimo rappresentato per procura. Lo diciamo perché il Partito democratico non ha dato alcun mandato ad alcuno per un simile governo.

E tuttavia un governo simile acquista parvenze concrete nell’immaginario collettivo, non solo per le parole provocatorie di Brunetta, ma per gli atti del consiglio dei ministri e nelle mezze parole di Letta, tradotte liberamente da Alfano. Vedi l’Imu, alla quale molti avrebbero preferito, nell’ordine delle urgenze, provvedimenti e stanziamenti a favore delle imprese e dell’occupazione. Vedi finanziamento pubblico dei partiti, spacciato come abolizione, ma per fortuna solo rimodulato per consentire alla politica di fare, sotto ferrei controlli, la sua parte anche a spese di tutti. Vedi la legge elettorale, mentre dalle ville sarde arriva la provocazione «A me il Porcellum piace». Vedi la forma della repubblica, che una parte della cultura dossettiana vorrebbe “presidenziale” cioè direttamente “governante”: a rimorchio di una destra plutocratica e anarcoide, che non c’era in assemblea costituente, quando Dossetti dialogava sul tema con Calamandrei, non col monopolista privato dell’informazione e dell’identificazione dell’interesse privato con quello pubblico.

Su questo tema, fra il dossettiano presidenzialista Prodi e la dossettiana parlamentarista Bindi stiamo con Bindi (parlo a titolo personale, s’intende). E anch’io il 2 giugno sono stato a Bologna, non solo col cuore, che è parte di noi nella storia nazionale in cui ciascuno ama identificarsi, ma anche della ragione politica e della chiarezza delle idee, intorbidata da giornaloni che fin negli editoriali confondono il governo eletto col sistema del doppio turno di collegio, che c’era anche durante il regno d’Italia o nella Francia radicale della terza repubblica, e il semipresidenzialismo gollista, spacciato, come un dogma, per  completamento necessario di quel sistema.

In quest’opera di diseducazione civica, l’informazione laica deve continuare la sua opera di alfabetizzazione, così come gli apostoli post-unitari lottarono nelle campagne per insegnare ai ragazzi a leggere e scrivere: nonostante il senso comune delle famiglie e della società padronale, che li voleva al lavoro dei campi fin dai primi anni di vita. A quest’opera di educazione civica appartiene anche il “no” all’eventuale mutazione antropologica del centrosinistra e della sua cultura liberaldemocratica, socialista democratica e cattolico democratica, che rivendica la sua legittimtà dalla stessa assemblea costituente; e che vede nel presidenzialismo (non quello astratto, ma quello concretamente possibile del berlusconismo, del maradonismo, del grillismo), il seppellimento della Costituzione di cui Napolitano è il garante e tanti di noi sono i sacerdoti e i fedeli laici.

Perciò Alfano non preannunci l’aurora dell’ennesima vittoria berlusconiana, scambiando le criptiche parole di Letta per «segnali significativi dal Pd».

Nessun segnale personale, per quanto autorevole, può cambiare storia, natura e prospettiva del Partito democratico. Può farlo solo un congresso che sia il punto d’arrivo di uno scontro frontale tra fautori dell’una o dell’altra soluzione: scontro di cui non ebbero paura partiti come la Dc, il Pli, i demolaburisti quando, alla vigilia del referendun istituzionale del 1946, risolsero le loro divisioni in congressi, dopo dibattiti culturali, di stampa, di piazza e di assemblee.

Questa è la democrazia, l’esatto opposto del partito padronale. Quel che il padrone di Arcore può imporre ai suoi sudditi, o il padrone di Genova può pretendere dai suoi plagiati, nessuno nel Pd può chiederlo a uomini e donne liberi.

Nell’attesa del congresso, sarebbe doveroso per tutti i vertici del Pd ribadire che se la politica si è ridotta a sottoprodotto organico, la colpa è dei politici incapaci o omertosi o ignoranti, non della Costituzione. E non sarebbe male se, invece di perderci a inseguire gli altri su Imu, finanziamento dei partiti, presidenzialismo, ribadissimo la nostra indipendenza di cultura e di giudizio in tutte le sedi: alla vigilia del ballottaggio di Marino a Roma e dei tanti altri sindaci ed elettori che nelle città e nelle province si fanno il mazzo per non alzare bandiera bianca.

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  • paolo.ottoboni

    E’ davvero incredibile come tanti nel PD siano così arrendevoli in tutto nei confronti del PDL. Ne seguono le indicazioni, ne attuano gli ordini del giorno e dei provvedimenti.
    Adesso si aggregano perfino a questa baggianata del presidenzialismo o semi che sia.
    Sembrano vuoti di idee e probabilmente lo sono anche. E allora qui sta il problema.
    La mancanza di radici ideali si fa sentire in modo pesante. Spinge a vedere la politica solo come piccola tattica del giorno per giorno. E fa emergere lo spirito gregario verso chi sa essere arrogante.