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Tonini: «Un’idea di partito da anni ’50, ma neanche Bersani è riuscito a costruirlo»

Al nuovo vicepresidente dei senatori dem non convince l'analisi della sconfitta contenuta nel documento bersaniano. E insiste: «Non possiamo aver paura di una leadership democratica e contendibile»
Tonini: «Un'idea di partito da anni '50, ma neanche Bersani è riuscito a costruirlo»

«Tutti i partiti europei consentono la formazione di una leadership democratica e il suo controllo. Il Pd non può averne paura». Giorgio Tonini, neo eletto vicepresidente del gruppo dem al senato, commenta con Europa il documento pre-congressuale pubblicato oggi da un gruppo di dirigenti vicino a Pier Luigi Bersani. Dimostra «grande rispetto» per gli autori di un «testo politico che ha un suo spessore. È quello che dobbiamo fare tutti: dare sostanza politica e culturale al nostro dibattito». Poi, però, prende le distanze da gran parte dei contenuti espressi.

Che cosa non le è piaciuto?
La parte che mi convince di meno è l’analisi della sconfitta: la trovo consolatoria e auto-assolutoria. Il centrosinistra ha opposto alle politiche dei governi berlusconiani solo alcuni sprazzi di riformismo, senza mai riuscire ad avviare un nuovo ciclo.

Siete stati troppo subalterni al governo Monti, come lasciano intendere gli autori del documento?
L’Italia ha bisogno di ridurre il debito e il deficit, che rappresentano una nostra debolezza strutturale. Certo, le riforme sono spesso costose, a tratti anche recessive, ma agli interventi duri a livello nazionale deve accompagnarsi una leva europea per favorire la crescita. Oggi l’Italia può rivendicare la necessità di interventi dall’Ue proprio perché ha fatto i “compiti a casa”. E il Pd, a sua volta, dovrebbe rivendicare con più forza il fatto di aver messo le basi con il governo Monti per consentire l’uscita dalla procedura d’infrazione.

Sulle riforme istituzionali, però, dovrebbe essere più in sintonia con quanto scritto nel testo…
Sì, apprezzo quella parte. Sono convinto anch’io che un semi-presidenzialismo ben fatto, con i dovuti pesi e contrappesi, sia da preferire rispetto a un governo con una premiership rafforzata.

Come si concilia questa opzione con le critiche alla leadership contenute nel documento?
La loro mi sembra una critica debola e confusa. È un elemento costitutivo del Pd il fatto che i leader nascano da un collettivo: non a caso, siamo gli unici a chiamarci “partito”. E la stessa cosa avviene anche negli altri paesi europei: in Gran Bretagna c’è il capo dell’esecutivo democratico più potente del mondo, ma trova un limite ai suoi poteri proprio nel partito. Thatcher e Blair hanno dovuto abbandonare il governo proprio perché avevano perso la fiducia dei rispettivi partiti. Noi non vogliamo certo seguire il modello berlusconiano della leadership “nel vuoto”, ma non possiamo nemmeno aver paura di una leadership democratica e contendibile.

L’area bersaniana, però, sembra voler valorizzare maggiormente il collettivo rispetto all’individuo…
È un’idea che considero nostalgica e sulla quale non posso non notare che su questa piattaforma Bersani vinse il congresso nel 2009 e non è riuscito comunque a realizzarla. La società è cambiata e pensare a un modello di partito che c’era negli anni Cinquanta vuol dire non fare nulla per migliorarsi. L’effetto è quello che abbiamo sotto gli occhi: un correntismo esasperato. Per questo, non possiamo tornare indietro dal partito “degli iscritti e degli elettori”. Dobbiamo solo fare uno sforzo di idee per farlo funzionare meglio.

Per combattere le correnti, gli autori pensano di valorizzare maggiormente i territori. È d’accordo?
È giusto svincolare il territorio dalle rigidità nazionali. Ma non possiamo nasconderci che spesso nei territori il correntismo è più esasperato che a Roma. Guardo con molta diffidenza all’idea che qualcuno sta avanzando di anticipare i congressi locali rispetto a quello nazionale: c’è il rischio di far trovare al nuovo segretario un partito già chiuso a riccio.

@rudyfc

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