Rassegna Stampa STAMPA

Usa-Talebani, chi vince?

Ieri l'annuncio della Casa Bianca, stamattina c'è già una sospensione. Ma comunque dopo dodici anni i colloqui dovrebbero iniziare domani in Qatar, dove le delegazioni iniziano a trattare una riconciliazione. Intanto, morto Giuliano Ibrahim, si ragiona sugli italiani e la jihad

La notizia che domani a Doha inizia una trattativa di pace tra gli Stati Uniti e i Talebani, piombata sui leader del G8 riuniti a ragionare di exit stratgy in Siria, è letta da più parti come una «non vittoria» degli Stati Uniti, almeno nelle premesse – anche se il negoziato sarebbe appena stato sospeso, come scrivono le agenzie stamattina citando il portavoce del presidente afgano Hamid Karzai: «Vi è una contraddizione tra ciò che il governo americano dice e ciò che fa in merito alle discussioni di pace», ha dichiarato Aimal Faizi.

Sui giornali è già una «vittoria di facciata» scrive Vittorio Zucconi sulla Repubblica, che paragona l’evento ai trattati Usa-Vietnam di quarant’anni fa. «Non significa che un accordo sia imminente o possibile», spiega, ma c’è un valore «simbolico» evidente che non può essere «mimetizzato da formule diplomatiche» ed è una fine «ingloriosa», per gli Stati Uniti, con 2400 soldati uccisi e un nemico che si trasforma in interlocutore. Ora si deve almeno evitare un futuro effetto domino.

«Gli arcinemici al tavolo», scrive il Messaggero, il che vuol dire «che la pregiudiziale è stata superata», anche se non è certo che sarà un successo – Karzai ha già annunciato di voler portare i negoziati nel suo paese. Per ora si andrà in Qatar, dove i Talebani hanno appena inaugurato una sede proprio nel giorno in cui si celebrava il passaggio di consegne nelle mani dell’esercito locale, sintomo di una volontà di «costruire relazioni col mondo» davanti ai media del pianeta.

Il vincitore che negozia mentre se ne sta andando, commenta Sergio Romano sul Corriere della Sera, ha un valore simbolico che peserà durante questi negoziati, e gli americani ora dovranno porsi nuove domande sul successo delle diverse guerre fatte in nome dell’esportazione della democrazia.

Mimmo Candito sulla Stampa aggiunge altri elementi: in realtà nella capitale del Qatar è da più di un anno i talebani hanno il loro inirizzo, racconta, e non c’è «solo gente con il turbante fasciato sulla testa». Comunque, è già il segno che «anche i guerriglieri più irriducibili alla fine cedono alla poliotica»: lo stesso Karzai aveva frenato spesso sulla strada delle trattative.

A questo viene affiancata oggi la storia del ventenne genovese convertito all’Islam, Giuliano Delnevo divenuto Ibrahim, morto tra i ribelli anti-Assad in Siria. La Stampa gli dedica due pagine e la foto in prima, il Corriere parla di «decine di giovani dall’Italia alla Siria per combattere» mentre di «un caso isolato» nota il Messaggero, citando anche il ministro Bonino e il suo invito a «non esagerare».

Una «battaglia persa» la sua, scrive Repubblica, che cita un gruppo di (forse) cinquanta reclutati in Italia (sulla cifra non c’è proprio accordo). Non liquidatelo come un «percorso assurdo», argomenta Gabriele Romagnoli: Giuliano avrebbe scelto questa battaglia perché «sulla via di Damasco» ci si può perdere e chi oggi è in cerca di una causa non la trova in Italia, «deve cercarla di importazione» e chi agisce così non sono « terroristi, ma persone che pensano di «aver trovato una ragione per fuggire».

 

 

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