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Nostalgia McCartney a Verona, e Paul conquista l’Arena

Tre ore di concerto sul filo dei ricordi fra Beatles e Wings. L'omaggio a Lennon e Harrison
Nostalgia McCartney a Verona, e Paul conquista l'Arena

Metti Verona, l’Arena poi, mettici Paul McCartney, l’unica data in Italia del suo tour mondiale, e non ce n’è per nessuno.

Poi ci sarà sempre qualcuno a ricordare i 71 anni appena compiuti, come se avere contribuito a inventare il canone occidentale con i Beatles fosse poi una colpa. O che se ci fossero John o George, come fosse possibile dividere davvero i Quattro, come loro stessi si illusero di poter fare quel giorno maledetto di una quarantina d’anni fa. O che Paul, in fondo, e’ una sorta di manager della memoria collettiva, il più smagato e consapevole dei Beatles, un sopravvissuto che ancora mette in scena il suo passato, I believe in yesterday.

Poi parte Maybe I’m amazed, dedicata a Linda, così, Linda, tanto sappiamo bene di chi parla – prima aveva dedicato alla sua nuova compagna My Valentine, ma è ovvio che non potrà mai essere lo stesso – e c’è solo Paul, l’unico forse assieme a Bruce che dici il nome e già ci siamo capiti.

La voce non è quella argentina, e ci mancherebbe, ma non è la caricatura velata cui ci vorrebbe abituare l’età. E ha una carica che ipnotizza e rende l’aria elettrica, non è una Las Vegas per elefanti en plein air, ci sono ragazzi e non solo figli o mamme o papà a continuare come non ci fosse domani il nananana di Hey Jude.

Lui ti regala esattamente quello che speravi, un set di circa tre ore, rodati all’ingranaggio dal world tour e da una band di grandi, grandissimi professionisti, percussioni poderose, un multistrumentista a restituire il flavour beatlesiano, per dire il kazoo al posto della nota d’archi in Lovely Rita (si’, ha suonato Lovely Rita, e ha fatto capolino anche mr. Kite).

Equilibrio perfetto tra i brani, qualcosa dei Wings, appena uscito il DVD della leggendaria tournée americana, lui che fa finta di credere che ci siano fans dei Wings. E poi loro, le classiche – alcune, come Eleanor Rigby, resistono perfino allo strazio delle tastiere – da All my Loving a Let it Be, da Day Tripper a una lisergica Helter Skelter, da Your Mother Should Know a Something (l’omaggio a George, con l’ukulele, ma poi arriva dritta in fondo al cuore).

E poi la citazione per Hendrix con Foxy Lady, Another Day per la prima volta in Italia, un’ombra di impegno per le Pussy Riot sulle note di Back in the USSR, la pirotecnica baracconata di Live and let Die, e sopporti anche le banalità su Volare, l’aria di Figaro, il “mangiare” con cui ci prende per il culo.

Arriva, riconciliato, il tributo a John, standing ovation come ai Telegatti, ma quello era John e questo e’ Paul, e a Here today lo sguardo sale alle stelle.

Alza le chitarra, il suo basso a violino, in alto, all’applauso, come fossero gli alambicchi e le provette di un mago che sa esattamente la formula della Coca Cola, apre i tuoi codici con una nota sola.

Chiamatela nostalgia, di un’epoca in cui non c’eri neanche, fate come vi pare; poi spremetevi una lacrima come una spina che i Beatles vi hanno ficcato da qualche parte, una delle tante, e asciugatela presto mentre i figli sono distratti.

Il resto e’ una notte che sembrava giorno.

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  • Michele Boroni

    Gran pezzo. Grande invidia.

  • Patrizia Vassallo

    Un articolo ricco di banalità senza costrutto frutto dell’immaginazione di chi scrive. Peccato caro Sensi poteva impiegare il suo tempo a fare altro…. E onestamente mi dispiace averle dedicato anche mezzo minuto del mio tempo per scriverle queste cose….