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L’allarme di Carlassare: quale forma di governo?

È ancora tutto da definire l’indirizzo. Di che riforma stiamo parlando?

Le dimissioni, polemiche e motivate, dell’eminente costituzionalista Lorenza Carlassare dal gruppo dei cosiddetti “saggi” nominati dal governo per le riforme istituzionali, non possono essere passate sotto silenzio.

Il governo Letta ha investito nelle riforme istituzionali. Avrebbe potuto esprimersi, in coerenza con la vocazione del suo presidente, privilegiando i temi economici e sociali, peraltro percepiti in modo più drammatico e diretto dagli italiani e lasciando al parlamento il compito di occuparsi delle riforme costituzionali.

Invece ha voluto legare il suo destino a quello del complesso procedimento per cambiare le regole con una ambizione costituente: persino i numeri evocano qualcosa della storica Assemblea. Sono settantacinque, come i membri della Commissione incaricata dai costituenti, i nuovi “redattori”, sommando i 35 consulenti del governo – il gotha del costituzionalismo italiano – con i 40 parlamentari (più due presidenti delle commissioni) che saranno chiamati a scrivere e a proporre alle assemblee di camera e senato le riforme.

Tra i consulenti, i “saggi”, ci sono accademici che rappresentano le scuole più varie e talvolta divergenti e le più importanti firme delle principali testate italiane. La sensazione, però, è che la complessità del procedimento origini da un’impostazione diversa da quella che è poi risultata essere. In partenza c’era Bersani e un’ipotesi di governo nel perimetro del centrosinistra, e la “Convenzione”, così si chiamava, avrebbe rappresentato l’offerta alla importante opposizione del centrodestra, di condivisione del processo riformatore. Poi è arrivato Letta e l’originaria opposizione è diventata parte organica della maggioranza. è rimasto sul tavolo il marchingegno della Convenzione che però tendeva a spostare il più possibile la responsabilità della proposta dal parlamento al governo.

Si è scelto, dunque, il percorso inedito di una bicameralina “saggiamente assistita” e una modifica della procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione che riduce di un mese l’intervallo della doppia lettura e obbliga al referendum a prescindere dalla soglia di approvazione della riforma. Ma è ancora tutto da definire l’indirizzo. Di che riforma stiamo parlando? Della manutenzione evolutiva della democrazia parlamentare disegnata dalla Costituzione del 1948, così come si immaginò nel gruppo di lavoro Violante nella passata legislatura, o, come molti e autorevoli fanno intendere, di presidenzialismo, nella sue diverse declinazioni possibili?

Non mi pare questione di poco conto. Se, per ipotesi, si dovesse propendere per una repubblica presidenziale saremmo di fronte a un capovolgimento radicale dell’impianto costituzionale. Mi domando: non sarebbe in questo caso più adeguata un’assemblea Costituente eletta dal popolo con preciso mandato? E, in ogni caso, chi decide la direzione di marcia da intraprendere? Rammento che alla Costituente fu un odg Perassi a tracciare il percorso relativo alla forma di governo che avrebbe fatto da riferimento all’assemblea, odg nel quale veniva esplicitamente adottato il «sistema parlamentare da disciplinarsi con dispositivi costituzionali idonei». Sulla base di una relazione di Mortati e Conti venne dunque scelta una via da cui si sviluppò l’impianto dello stato ordinamento.

Oggi chi darà questo fondamentale indirizzo di lavoro? I “saggi”, il cui compito in tutta evidenza è solo quello di tradurre “tecnicamente” in testo un indirizzo? Mi pare chiaro che la responsabilità dell’indicazione spetti al parlamento, che ancora non l’ha fatto, perché si è espresso solo sul piano delle procedure. E allora si proceda, e presto. Perché senza un indirizzo parlamentare sulle forma di governo che vogliamo non si capisce cosa sarà chiamata a fare nei prossimi mesi la creme della scienza costituzionale italiana. La Carlassare, col suo gesto dichiara anche questo.

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