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Lo zio Neil, forever Young

Quasi settant’anni, alle spalle una vita di malanni che stenderebbero un toro, e quella prorompente forza genuina, quelle mani che non tradiscono, quella voce che non indugia mai
Lo zio Neil, forever Young

Come un uragano. La potenza è ancora tutta lì, la formidabile energia che riesce a sprigionare questo sessantottenne lungagnone canadese ha ancora qualcosa di materiale e mistico, come un cielo che si muove tutto insieme, grigio e pesante, un cielo di piombo che travolge ogni cosa si pari sulla sua strada. La furia degli elementi, si dice così, no? Ecco, Neil Young, nel 2013, è esattamente questo. È ancora esattamente e meravigliosamente questo.

In Italia per due date col suo Alchemy Tour, dopo Lucca arriva a Roma, alle Capannelle, terzultimo atto (domani sfileranno i Sigur Ros, lunedì chiuderanno i Blur) di un’edizione di Rock in Roma mostruosa. Arriva in un venerdì rovente, Young, ma a sera, dopo che sul palco è già passato il talentuoso ed eccentrico Devendra Banhart, l’aria comincia a muoversi, quasi a rinfrescarsi. L’uomo delle praterie entra in scena puntuale, t-shirt scura e cappello nero da cow-boy in testa, insieme ai suoi vecchi Crazy Horse, e i quattro iniziano subito una cavalcata che si interromperà solo due ore e un quarto più tardi.

Lo zio Neil, da lassù, in due minuti mette già in chiaro le cose. Ha insegnato il rock and roll alla gente che ha fatto il migliore rock and roll degli ultimi trent’anni, dai Pearl Jam ai Sonic Youth a tutti gli altri, e si vede. Maneggia la chitarra elettrica come un ragazzino, ricama tappeti sonori interminabili, ondeggia al vento dei ventilatori che gli scompiglia i capelli più bianchi che grigi e gli scalza il cappello, se lo rimette in testa, sguardo basso, torvo. Parte con Love and Only Love, pescata da Ragged Glory, anno 1990, e dopo un attimo è già il momento del primo classico, Powderfinger, che eccita la platea, perché a un gigante del genere, a volte, si vorrebbe chiedere di suonare solo pezzi così.

Ma il bello di Young, e per coloro che non si fossero tenuti aggiornati lo dimostrerà in maniera fin troppo evidente questo concerto, è che alcune delle ultime cose che ha scritto per Psychedelic Pill, l’ultimo disco uscito lo scorso anno, sono probabilmente tra le migliori della sua intera carriera. La title-track, per esempio, o l’ipnotica Ramada Inn con cui riprenderà in braccio la chitarra elettrica dopo la breve sessione acustica di metà serata. Oppure Walk Like a Giant, il vero sogno infranto ma non svanito dell’hippie pronto a salvare il mondo che Young sentiva di essere, con la sua coda che lentamente si trasforma in battaglia, in guerra, come Hendrix e Star Spangled Banner, a Woodstock, un secolo fa.

A Woodstock c’era anche Mr Young, insieme a Crosby, Stills e Nash, poco più di un ragazzino preso grossomodo nell’istante precedente a quello in cui sarebbe cominciato a diventare quello che oggi tutto conosciamo. Quello di Heart of Gold, che a Roma fa da solo, acustica e armonica a bocca, in un tripudio assoluto, seguita da Blowin’in the Wind, l’inno scappato di mano a Dylan cinquant’anni fa e che tutti cantano più o meno a memoria. Ma senza elettricità Neil Young non sa più vivere, e dopo l’inedito Singer Without a Song, suonato a un piano da saloon, torna a mulinare sulla sua Gibson fino al trionfo di Rockin’ in a Free World.

Poi il canadese farfuglia un paio di parole di ringraziamento, le uniche di tutta la serata, saluta e se ne va a prendere un po’ di fiato dietro il palco coi suoi cavalli pazzi. Un paio di minuti, prima di concedersi in una lunga passerella finale: Cortez the Killer e Cinnamon Girl, altri due pezzi da novanta, due regali in più per la sua gente. E insomma finisce così, con tutti a domandarsi, banalmente ma inevitabilmente, come fa. Come fa, Neil Young, a essere ancora così. Quasi settant’anni, alle spalle una vita di malanni che stenderebbero un toro, e quella prorompente forza genuina, quelle mani che non tradiscono, quella voce che non indugia mai. È che anche in quest’epoca di piccoli uomini e piccoli pensieri esistono i giganti, semplicemente. A noi, ogni tanto, in notti come questa, tocca il privilegio di poterci issare sulle loro spalle.

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