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Il gioco poco chiaro dei nuovi costituenti

A seconda del verdetto della Cassazione si aprono scenari diversi sulle regole

Siccome il 30 può succedere tutto, tutto può succedere anche il 31. Per esempio che, confermata la condanna, nella destra prevalgano i fautori delle elezioni anticipate, appena demonizzate dal capo dello stato. Oppure, rimodulata l’interdizione del leader, cantino vittoria i fautori delle larghe intese, per far piazza pulita in due anni della repubblica parlamentare e barattare il presidenzialismo con la legge maggioritaria. Il ricatto dei due anni per rifare la repubblica in chiave sudamericana (tra l’altro, attualissima), trova convergenza d’interessi nel Pdl, che non rinuncerà mai al Porcellum prima di aver incassato un assetto autoritario del governo, e nel Pd, che spera in un governo lungo, anche in attesa di un taumaturgo che gli tolga (al Pd) le bende del regolamento. Non è ironia della sorte se Grillo, dopo aver coperto di letame Costituzione e istituzioni, s’atteggi a paladino della Carta, prima col filibustering alla camera, poi, ottenuto il rinvio delle prime votazioni costituzionali al 6 settembre («Dal 6 al 9 settembre tutti a Roma», ha ordinato ai suoi sudditi-deputati), con qualche vagonata di firme per la raccolta del Fatto, che ne annuncia 500 mila.

Sono le 500 mila firme che, in calce all’appello del professor Pace, avremmo dovuto raccogliere noi dell’associazionismo laico-democratico: sull’orma di “Se non ora quando”, Per la difesa della Rai, Popolo viola, insomma una collaudata esperienza. Ma anche la società dei dotti è in stato confusionario.

Ogni giorno, mentre a destra si ritoccano fotografie di Silvio Dorian Gray e nel Pd s’affaccia un nuovo aspirante segretario, spuntano gruppi di cultura, capeggiati da un costituzionalista, da un alto magistrato, da un giornalista, da un intellettuale di penna e di lotta: che, raccattate al telefono dieci firme, indirizzano appelli a tutti, a cominciare dal Colle più alto, perché frenino il sabba di una Costituzione che non riesce ad autoriformarsi con le proprie regole e se ne inventa altre con ogni specie di mandragola. Regole che, prima d’ essere istradate secondo buoni consigli di metodo da Napolitano, avrebbero fatto urlare all’attentato.

Tuttavia da allora, nato il governo delle larghe intese per l’emergenza, abbiamo atteso che ci cadessero in bocca le ciliege della ripresa e l’abolizione del Porcellum: che sembravano le due urgenze assolute.

Invece è stata fatta una legge costituzionale che incarica 42 parlamentari di elaborare la revisione del governo (poteri), del parlamento (monocameralismo), del presidente della repubblica ( presidenzialismo), delle regioni (macroregioni economiche), delle autonomie (amalgama di comuni e province), mentre per la giustizia il Pdl marcia per suo conto, secondo gli interessi e le procedure domestiche (spaccatura dell’ordine giudiziario, politicizzazione della Corte costituzionale e del Csm, abolizione di qualche grado della giurisdizione).

I progetti dei 42 (aiutati dai 34 “saggi” nominati dal Quirinale per predisporre il brogliaccio) dovranno essere approvati da camera e senato, si sa, due volte ciascuno, ma non più a 180 giorni l’uno dall’altro secondo il “principio di precauzione”, bensì a 45. Sarebbe come se la Germania rivedesse la sua Costituzione e decidesse di dimezzare dal 5 al 2,5 per cento lo sbarramento antinazista e antistalinista, visto che né Hitler né Stalin ci sono più.

La rivolta grillista ha tolto al machismo dei 180 giorni un po’ di presunzione, quella dei professori non è servita finora a niente. Il presidenzialismo a reti unificate continua a scavare come una talpa la sua galleria (anche l’Agcom, muta per anni, si mette a ordinare a Fazio e Annunziata di fare largo al Pdl), e finiremo che essa, all’uscita dal tunnel, si scontrerà con l’opinione pubblica mobilitata da Grillo. Ma siamo matti? Non vorrebbe il Pd, per un attimo, porsi questo interrogativo, rinunciando per una volta a parlare di primarie? E intanto i professori che raccolgono firme non facciano confusione: se ricevono risposte al telefono in omaggio all’autorità, evitino che il giorno dopo quell’adesione si trovi su un giornale che nemmeno ti sogni.

Ma per quale ragion di stato questa storia dovrebbe durare due anni? Non so proprio come in queste condizioni si possa pensare a una navigazione tranquilla: dove il governo ritrovi i poteri perduti col regionalismo, il parlamento sia fatto di una camera legislativa dimezzata e di un senato regionale, le regioni scompaiano in macroregioni economiche, comuni e province in un unico livello territoriale. Evitando l’ircocervo di una legge maggioritaria pagata con un governo presidenziale o semi.

Altrimenti si rischia questo: che il paese, frastornato da tanti salvatori della patria, ubriacato dall’avanspettacolo di un Grillo che per un verso dice di voler governare da solo e per l’altro accusa Napolitano di fare il monarca Giorgio I, vedrà condannata questa riforma allo stesso capitombolo dell’altra, quella berlusconiana del 2006, seppellita dai “no” del referendum confermativo. Per favorire questo bis in idem, nasceranno le “Piazze per la Costituzione”, come auspicano associazioni e intellettuali stanchi di essere inascoltati, o sono tutte prenotate da Grillo?

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