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Il primo passo è separare le carriere dei magistrati

Il Pd lavori, nel rispetto costituzionale, per svuotare sacche di inefficacia ed inefficienza e di contraddizioni etico giuridiche.

La riforma della giustizia, dopo una necessaria ed immediata nuova legge elettorale – si rischia l’illegittimità di questo parlamento – bisognerà pur affrontarla. Al di là del “fare economico” che va incentivato. Che un cancro metastatico attraversi la giustizia civile è un fatto endemico: ma può essere risolto con la fornitura di risorse umane ed economiche e con la razionalizzazione del lavoro, al fine di accorciare una temporalità asfissiante ed inconcepibile per giungere a sentenza, con ripercussioni anche nella sfera economica del paese.

Che una confusione culturale attraversi la giustizia penale provocando spesso situazioni eticamente e giuridicamente, in senso naturale, difficilmente sostenibili è altrettanto vero: ma in questo caso la soluzione è di natura intellettuale e politica, proprio nel senso etimologico del termine quale arte del governo di una città-stato, stato per noi di diritto. è certamente giusto che i danni economici, morali e fisici subiti da condannati ingiustamente, e quindi derivanti da un errore giudiziario, siano a carico dello stato. In relazione, dal mio punto di vista, ad un principio di “committenza” ineludibile. Altrimenti sarebbe difficile trovare persone disposte a concorrere per entrare nell’attuale magistratura. Che poi in caso di eventuale dolo e/o colpa grave lo stato si rivalga economicamente sul magistrato, lo destituisca o lo destini ad altri incarichi amministrativi è un’altra logica storia.

Ma che l’attività inquirente e l’attività giudicante facciano parte dello stesso ministero, derivino dallo stesso concorso e siano in sostanza fra loro scambiabili in termini di ruolo è, per quanto mi riguarda, difficilmente sostenibile. Ministeri diversi, Giustizia per i giudici, Funzione pubblica per i pm, concorsi simili per ovvi motivi tecnici ma naturalmente separati, esclusiva ricerca della verità per entrambi nell’interesse generale.

La terzietà del giudizio, ricordando Calamandrei, deve essere supportata costantemente da una “apparenza” e da comportamenti, formali e sostanziali, del giudicante che non consentano mai dubbi sull’asetticità costante dei suoi giudizi. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la libertà di espressione e di opinione, nel rispetto delle norme vigenti, di ogni cittadino, compresi i giudici, purchè queste libertà  non riguardino peculiari situazioni professionali per le quali il silenzio è d’obbligo perché normativamente disposto. Ed al di là delle ridicole vicende glottologiche del dottor Esposito, delle sue eventuali incomprensioni con Il Mattino, di esternazioni, comunque non di sua competenza, e precedenti la lettura pubblica del contenuto della sentenza Mediaset.

Anche per gli avvocati penalisti sarebbe necessario pensare ad un sottoinsieme ben individuato nell’Ordine per una regolamentazione anch’essa peculiare della gestione della rapportualità con l’assistito al fine di evitare un’interconnessione spesso inquinante l’attività professionale. Inquinante come la mancanza dell’obbligo di fornire gli estremi logistici del rifugio – se conosciuto – del latitante assistito e ricercato ufficialmente dalle forze dell’ordine. Cosa ancora più incomprensibile per già condannati che, al di là del segreto di ufficio, non può essere consentita a fronte di possibili nuovi danni per terzi attinenti la vita umana o quella economica, individuale o plurale. Il liberalesimo, e noi ci dichiariamo viventi in uno stato di diritto, ha postulato, per il progredire dell’umanità, la continua “perfettibilità” delle istituzioni e degli uomini.

Gli odierni socialisti liberali e riformisti, gli attuali liberaldemocratici, i cosiddetti progressisti – quindi l’insieme democratico vero perché la destra, e quindi la conservazione, non è sostanzialmente coniugabile con la democrazia reale – non possono che avere, oggi, la stessa visione della società supportata dall’evoluzione tecnico scientifica. Si diano da fare, nel rispetto costituzionale, per svuotare queste sacche di inefficacia ed inefficienza e di contraddizioni etico giuridiche.

Con il Pd a fare da leader innovativo nel solco della tradizione garantista, proprio quella de “La legge è uguale per tutti”, che appartiene integralmente alla storia della sinistra autenticamente democratica del nostro paese. Di quella che ha, piaccia o non piaccia, dato un contributo fondamentale alla stesura della nostra straordinaria Costituzione. Che va naturalmente aggiornata dove possibile ma non stravolta come la destra, lobby ed interessi personali pretenderebbero in chiave populqualunquista.

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  • Enrico Veronese

    da socialdemocratico e laburista (non liberale), trovo sia sbagliato affermare che ” la destra, e quindi la conservazione, non è sostanzialmente coniugabile con la democrazia reale”. Se in Italia la finta destra berlusconiana ricade in questo fallo, è per esclusiva colpa del suo dominus e della corte, che guarda caso chiede da sempre la separazione delle carriere. Ma in generale, in tutti gli altri Paesi, la destra -tradizionale, conservatrice, nazionalista, anche antieuropea, per laica o cattolica che sia- è parte integrante della democrazia reale. Il giorno in cui il berlusconismo sarà totalmente debellato, in un modo o nell’altro, sarà un bel giorno per l’Italia anche perché dovrebbe consentire il sorgere di una destra diversa, anche opposta all’attuale finta destra (di leader e di popolo), naturale interlocutore democratico del centrosinistra progressista.

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