Cultura STAMPA

Venezia 70 stroncata troppo presto

Giornali e siti americani parlano bene della Mostra del cinema, quelli italiani no. Perché?
Venezia 70 stroncata troppo presto

Quella di gufare sulle proprie preziose iniziative sembra essere una caratteristica tutta italiana. Ieri infatti due edizioni della stessa testata, una americana e una italiana, hanno parlato della Mostra del cinema di Venezia in modi e toni opposti, l’una lodando il lineup del festival più antico del mondo, l’altra cercando di mettere in dubbio ogni suo aspetto e costringendo nell’angolo il direttore della Mostra, Alberto Barbera.

Per la verità è dal giorno della conferenza stampa di presentazione di Venezia 70 che Barbera si trova a giocare in difesa e questo perché ha avuto l’ardire di essere sincero: così la sua dichiarazione che il tema principale della Mostra sarà la crisi, con corollario di violenze anche domestiche, ha dato la stura a titoli funerei dei nostri giornali: da La Stampa (il quotidiano di Torino, città di Barbera) che titolava “Com’è triste Venezia: sullo schermo scorre la nostra deriva”, al Messaggero, che concludeva un suo articolo con l’ironico “Allegria…”.

“Venezia affonda sotto i colpi di Toronto”, sommariava invece il Giornale in un velenoso articolo secondo cui il programma del festival potrebbe essere «un autogol» ed Enrico Vanzina rincarava: «Non è Barbera che ha deciso di evitare i grandi film. Sono i grandi film che hanno deciso di non andare a Venezia». E il fondo (vien quasi da dire l’affondo, visto anche lo stato precario della Serenissima in Laguna…) de “il” Mereghetti sul Corriere portava il titolo “Sul red carpet si sfila in cerca di spettatori”.

Ma torniamo al confronto diretto fra i due articoli di ieri scritti ai due lati dell’Oceano: da un lato l’Huffington Post Usa, pur affrontando le criticità della Mostra, ne accentuava il lato positivo, citando Jay Weissberg, corrispondente di Variety dall’Italia intervistato dalla Reuters, che diceva: «Venezia sembra intenzionata a dimostrare che Toronto non ha levato il vento alle sue vele: la quantità di titoli anglosassoni in programma è fenomenale. E il festival di Roma non le fa un baffo». Nel cappello dell’articolo, l’HuffPost americano citava inoltre le numerose star presenti alla Mostra, da Clooney a Scarlett Johansson, da Zac Efron a Matt Damon: questo nel festival di un direttore un tempo accusato di “antiamericanismo”.

Ai pareri di Weissbger fanno eco anche quelli di Nick Vivarelli, corrispondente in Italia dell’Hollywood Reporter, l’altra bibbia del cinema yankee, che descrive il programma di Venezia come «un ricco mix di autori di nome ed esordienti, di film da grande pubblico e film “esoterici”. Non ci sarà penuria di star né di potenziali aspiranti ai premi di stagione (a cominciare dagli Oscar, ndr)».

Per contro l’HuffPost italiano, in un’intervista di Andrea Purgatori ad Alberto Barbera, titola sinistramente (e per una volta non stiamo parlando di politica): “I film italiani? Molto raffazzonati”, estrapolando una delle poche riserve del direttore della Mostra nel corso di una conversazione in cui le domande erano spesso connotate da toni insinuanti: «Non c’è il rischio che la sala si svuoti?» chiede Purgatori quando Barbera finisce di raccontare due dei suoi titoli di punta, che hanno il “difetto” di non essere una passeggiata per gli spettatori. «Non è che la selezione della Mostra più che coraggiosa sia obbligata, visto che Venezia è schiacciata tra Cannes e Toronto?», insiste l’intervistatore. «Possibile che non ci sia neanche un film che le è sfuggito?»

Purgatori fa il suo lavoro, da ottimo giornalista investigativo qual è sempre stato, ma ci chiediamo: perché c’è sempre tanta negatività nei nostri giornali, in particolare rispetto a quello che resta comunque un fiore all’occhiello per l’Italia, verso cui il resto del mondo nutre ancora amore e rispetto?

Il risultato è che Barbera perde un po’ della sua compostezza sabauda e risponde in modo irritato: «Venezia continua ad essere il festival che fa tendenza, il resto sono balle». E finisce l’intervista invitando a riflettere sul perché siamo pronti a fischiare il nostro cinema, per poi magari rivalutarlo anni dopo.

Poi passa al contrattacco, attraverso le agenzie di stampa. «Non sarà una Mostra monocolore, quaresimale, eccessiva», dice all’Adnkronos, e aggiunge: «Abbiamo fatto anche scelte coraggiose, poi capiremo se incoscienti o meno. Se un festival del cinema non sostiene gli autori che si spingono un po’ più in là viene meno al suo dovere, se non noi chi?». All’Ansa invece ricorda che Venezia «non ha nessun complesso verso gli altri festival, a cominciare da Toronto».

Ma il punto resta: perché Barbera è costretto a difendersi da quelle che, più che accuse, sono illazioni? Tanto per dirne una, non conta tanto che il tema ricorrente dei film in Mostra sia la crisi, inevitabile in questo momento storico, quanto il modo in cui cinematograficamente se ne parla. Dopotutto il cinema per cui l’Italia è ancora oggi famosa nel mondo è il Neorealismo, che aveva saputo trasformare le macerie in poesia.

@Cinecasella

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