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Il giorno di Gravity. Venezia glamour con la coppia Clooney-Bullock

Il film, fuori concorso, apre la Mostra del cinema
Il giorno di Gravity. Venezia glamour con la coppia Clooney-Bullock

Quello che Titanic è stato per la fine del Ventesimo secolo, Gravity, che apre oggi fuori concorso la selezione ufficiale della Mostra del cinema, potrebbe essere per l’inizio del Ventunesimo. Ok, la spariamo grossa. Ma possiamo argomentare. Laddove Titanic narrava la rivoluzione internettiana attraverso la metafora liquida di un mondo di navigatori in cui i giovani erano gli unici ad avere una possibilità di salvezza perché sapevano vivere nel momento e adeguarsi via via alle circostanze, Gravity narra un presente in cui si è perduta la linea dell’orizzonte e la gravità del reale (che è peso specifico, ma anche capacità di restare ancorati al terreno) e si fluttua in un nulla globale entro il quale abbiamo perso non solo le nostre coordinate spaziotemporali, ma anche il nostro senso del sé.

Gravity racconta di due astronauti, Matt e Ryan, persi nello spazio dopo un incidente alla loro astronave, e di ciò che dovranno fare per cercare di sopravvivere da soli nell’immensità celeste. Entrambi si sono affidati alle tecnologie, ora dovranno imparare a fidarsi l’uno dell’altra. «Sono alla deriva, c’è qualcuno?», dice Ryan, la dottoressa dal nome da uomo interpretata da Sandra Bullock. E più avanti sarà una sua lacrima che fluttua come la bollicina della Lete l’effetto speciale più commovente.

«Questo è un film sulle avversità, e sul bisogno di affrontarle abbandonando ogni inutile resistenza», dice il regista messicano Alfonso Cuaron in conferenza stampa. «Parla della necessità di conquistare una maggior conoscenza di noi stessi, e la più grande esperienza conoscitiva è l’accettazione». Se avevate dubbi sulla matrice di questa filosofia, nel film compare una statuetta del Budda. E se pensavate che Cuaron nel realizzare Gravity avesse ben presente 2001 Odissea nello spazio sappiate che c’è una scena in cui Ryan si rannicchia in posizione fetale.
Ma grazie a Dio (o a Budda?) Gravity si ricorda di essere soprattutto entertainment, e dunque articola la sua metafora attraverso un tripudio di immagini e un proliferare di effetti speciali che rendono il film spettacolo allo stato puro. Anche l’uso del 3D (in apertura di una Mostra cinematografica dura e pura) è ampiamente giustificato dal fatto che questa storia ha bisogno della terza dimensione, perché le gambe degli attori devono poter penzolare nel vuoto e gli oggetti, privati della forza di gravità del titolo, devono poter fluttuare verso di noi.

La partecipazione del pubblico è ripetutamene richiesta, al punto che sia George Clooney (ovviamente Matt) sia la Bullock guardano almeno una volta dritto in camera, cioè verso di noi. «Voi cosa fareste adesso?», sembrano chiederci. E più in generale: come possiamo, tutti noi, orientarci in questo mondo scomposto e frammentario che tracima «effetti collaterali non intenzionali» (ricorrente la metafora dei detriti che popolano lo spazio, pronti a colpire a caso come schegge impazzite), un universo in may day permanente, e ritrovare il senso dell’alto e del basso, della terra e del cielo, del nostro corpo e della nostra anima?

E poiché lo smarrimento in Gravity deve essere polisensoriale, Cuaron ci dà dentro di effetti sonori, di angolazioni claustrofobiche, di respiri affannosi e battiti accelerati del cuore. «Ho un brutto presentimento», ripetono i due personaggi. E Houston, ripetutamente invocato, non risponde. Cuaron fa entrare e uscire i personaggi dall’inquadratura come dai loro abitacoli angusti e, nel caso di Ryan, dalla sua stessa tuta spaziale, compiendo una muta degna di un serpente: infatti è il suo personaggio quello che compie la trasformazione più profonda per prepararsi al futuro. «Abbiamo voluto tracciare una breve storia dell’evoluzione», ammette Cuaron.

Ancora una volta infine il cinema americano ci mette di fronte a un personaggio femminile di grande forza che trova in sé le armi per combattere i pericoli e spinge verso un domani possibile. «Nel disegnare la mia astronauta ho cercato di eliminare dal mio corpo ogni traccia del femminile e del materno trasformandomi in una creatura androgina», dice Bullock in conferenza. Ma la natura distingue il maschio dalla femmina, riconoscendo a ognuno specificità utili (o meno) alla sopravvivenza. E ci ricorda che la gravità può essere un aiuto o un ostacolo, a seconda di come la facciamo lavorare per noi, o di quanto sappiamo abbandonarci alla sua forza.

Come in Titanic, il corpo umano diventa di volta in volta una leva o una zavorra, trappola o risorsa, e sopravvive solo chi ha la prontezza di distinguere l’una dall’altra, al momento opportuno. Come in Titanic infine ciò che salva – la vita, ma anche il senso del vivere – è la volontà di dare fiducia agli altri esseri umani, e non pensare solo a sé. «Dove vai tu vado io», dice Matt a Ryan, come Jack diceva a Rose: «Salto io, salti tu». Perché «è spaventoso quando le cose non sono legate: non è vero?».

@cinecasella

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