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Nel duello di Rosa e Samira la voglia di non venirsi incontro

In “Via Castellana Bandiera” Emma Dante mette in scena varie sfumature della femminilità indurita che nascono da un legame materno spezzato e dalla volontà di non viversi come perdenti in partenza
Nel duello di Rosa e Samira la voglia di non venirsi incontro

Cominciamo bene, detto senza ironia: Via Castellana Bandiera, il lungometraggio d’esordio di Emma Dante e primo film italiano in concorso alla Mostra, è un’entry forte, con una cifra autoriale ben definita e un punto di vista che non può essere ignorato. Il film racconta la sfida fra due donne al volante di due automobili testa a testa nel vicolo di una baraccopoli alla periferia di Palermo. Nessuna delle due vuole fare marcia indietro, e intorno al loro duello al sole si raduna la comunità, ognuno in cerca del proprio tornaconto piuttosto che di una soluzione.

È l’analisi di un’impasse beckettiana che fotografa molto bene la realtà italiana attuale. Preveggenza d’artista? «Macché. Sapevamo tutti quello che sarebbe successo perché tutti abbiamo abitato questa catastrofe», dice Emma Dante, dura come il suo film. Quando le chiediamo se sia consapevole della sgradevolezza di Rosa, la più giovane delle due duellanti che la regista interpreta nel film, risponde: «Io sono così. Del resto in Via Castellana Bandiera nessuno è gradevole». La sgradevolezza dunque diventa la cifra narrativa in questa piccola odissea di meschinità e di ostinazioni senza scopo, in cui le ragioni di tutti diventano l’ostacolo alla reciproca comprensione.

«Le mie due protagoniste sono ferite, e le ferite non sono mai belle a vedersi, perché sono disturbanti». Ecco, Via Castellana Bandiera è disturbante nella sua volontà di raccontare delle persone, e in particolare delle donne, non improntate all’incontro: Rosa, che si porta dietro le ferite di un’infanzia infelice, ha perso la pietà; Samira (una straordinaria Elena Cotta, veterana del palcoscenico), ha perso una figlia, e non cede perché quello è il suo unico modo di ottenere rispetto nella comunità ferina che la circonda. Entrambe, inoltre, non arretrano anche perché sono arrabbiate con una società che chiede alle donne di farsi sempre da parte, così che gli uomini – quelli violenti, disonesti e prevaricatori – possano dominare indisturbati il loro contesto sociale. Che è poi l’Italia, prima ancora che la Sicilia.

Emma Dante ha il coraggio di fare un discorso radicale e rigoroso sull’escalation di soprusi che coinvolge tutti, a catena, e che trovano in quell’ottusa ostinazione femminile un fermo ma anche una conferma. Il duello fra Rosa e Samira è la lotta dei polli di Renzo, della quale si approfittano tutti, eccetto Clara, la compagna di Rosa (Alba Rohrwacher, generosa nel fare discretamente da spalla a Emma Dante), e Nicolò (il bravissimo Dario Casarolo), nipote adolescente di Samira, l’unico maschio che le dimostra amore e tenerezza.

La regista mette in scena varie sfumature della femminilità indurita che nascono da un legame materno spezzato e dalla volontà di non viversi come perdenti in partenza: anche solo per aver messo al centro della narrazione queste tematiche – la maternità come eredità interrotta, la femminilità come complessità slegata dal desiderio di piacere e refrattaria al vittimismo – Dante merita un posto in concorso.

Ma è sul linguaggio filmico che si concentrerà l’attenzione della giuria: Via Castellana Bandiera lavora a far uscire il testo fuori dai confini del palcoscenico pur raccontando una storia claustrofobica, e racconta un microcosmo in modo solo lievemente surreale, con espedienti western e dialoghi pieni di ironia. Avremmo preferito meno camera a mano, che oltre che faticosa per lo spettatore, è spesso inutile per la narrazione: tant’è vero che l’inquadratura più potente è quella finale, immobile. Ma la spericolatezza con cui Dante, anche stilisticamente, si butta a capofitto in questa brutta storia senza paura di sporcarsi le mani (o di risultare antipatica) andrebbe di per sé premiata.

@cinecasella

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