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Il governo che ha dimenticato l’Irpef

Ecco a cosa abbiamo rinunciato abolendo l'Imu

Pagare le tasse non piace a nessuno. Eppure non tutte le tasse sono uguali e, siccome ce ne sono molte, scegliere quale tagliare è un esercizio sacrosanto. Sembrerebbe quindi naturale spiegare quali siano i pro e i contro dell’abolizione dell’Imu su quasi tutte le prime case con una riduzione del gettito per 4 miliardi, stando alle stime del ministero dell’economia. Piuttosto che discutere dell’Imu, della Tares che ne riassorbirà forse una parte o dell’Iva che salirà come afferma il viceministro Fassina, è più importante discutere della opportunità che abbiamo perso: ridurre le imposte sul lavoro.

Sarebbe davvero troppo facile spiegare come tagliare l’Imu invece dell’Irpef sia stata una cattiva scelta dopo che Fondo monetario internazionale, Ocse, Commissione europea, economisti, tecnici ministeriali e perfino i comuni lo sconsigliavano. Evitiamo l’ovvio e spieghiamo invece a che cosa abbiamo rinunciato abolendo l’Imu sulla prima casa. Lo facciamo descrivendo la tassazione del lavoro in Italia così che ogni famiglia italiana sappia che cosa ha perso per risparmiare in media 300 euro all’anno di Imu (a meno che questa famiglia non abbia un reddito superiore ai 120mila euro nel qual caso il risparmio medio è di oltre 600 euro, stando al ministero dell’economia).

Consideriamo alcuni casi concreti. Questo paese è fatto di tanti lavoratori diversi: ci sono professori di scuola media che, dopo 30 anni di onorato servizio, si attestano poco sotto i 30.000 Euro lordi all’anno e operai che arrivano a mala pena a 12mila euro lordi. Chi oggi guadagna 10mila euro lordi paga un’aliquota marginale quasi doppia rispetto al 1975. Se nel 1975 pagava un’aliquota marginale per l’imposta sul reddito uguale al 13%, oggi questa è del 23%. Il caso più eclatante è quello del contribuente che oggi guadagna 30mila euro lordi all’anno, circa 1,650 euro netti al mese. Nel 1975 l’aliquota marginale su un reddito equivalente era del 25%, oggi questa è al 38%. Questo significa che se il datore di lavoro di questo contribuente volesse spendere 100 euro in più per il lavoratore, meno di 30 finirebbero in busta paga: 38 euro svanirebbero per l’imposta sul reddito delle persone fisiche, circa 2 euro se ne andrebbero tra addizionali regionali e comunali e più di 30 euro finirebbero in contributi sociali. Più che incomprensibile, questo carico fiscale è inspiegabile.

Che cosa dobbiamo aspettare ancora per cominciare a premiare i lavoratori italiani, dipendenti o autonomi, con un taglio dell’Irpef? Il lavoratore italiano che chiede quell’aumento di stipendio o di livello contrattuale tanto atteso e ancora non lo ottiene perché il suo datore di lavoro gli ripete i calcoli sopra, oggi può incolpare il governo. Il dipendente che riceve l’ennesimo “fuori busta” perché “in regola” costa troppo, oggi può incolpare il governo. Il professionista che non fa la “fattura” perché tanto non conviene nè a lui nè al cliente, oggi può ringraziare il governo. Il resto dei cittadini italiani però ha davvero poco per cui ringraziare.

Il governo ha assecondato ancora una volta le pulsioni peggiori del paese, congelandone i difetti più comuni. Un paese che non crede sia possibile remunerare il merito del lavoro, spaventato a tal punto da vedere nella protezione della prima casa l’unica ancora di salvezza e, infine, assolutamente incapace di pensare ad un modello di risparmio che non sia basato sulla proprietà immobiliare. Con tutto questo in mente c’è solo una domanda a cui rimane impossibile dare risposta: il Pd, il partito della società mobile e dei lavoratori, che cosa ha guadagnato? Qual è la contropartita dell’abolizione dell’Imu? Molti pagherebbero per saperlo.

@taddei76 

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