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Tutto quello che avreste voluto sapere sulla psicanalisi

Parla lo psicanalista Stefano Bolognini, il primo italiano ad essere eletto presidente dell’Ipa (International Psychoanalytical Association)
Tutto quello che avreste voluto sapere sulla psicanalisi
Illustrazione da http://jpbohannon.com/

Allo psicanalista Stefano Bolognini, primo italiano ad essere eletto presidente dell’Ipa (International Psychoanalytical Association), ho chiesto tutto quello che avrei voluto chiedere sulla psicanalisi e che finora non avevo mai chiesto.

La gente dice: «Faccio analisi…», ma in realtà ha solo iniziato una psicoterapia. Qual è la differenza fondamentale tra le due cose?

La differenza è la stessa che c’è se due persone vivono insieme o se si vedono una volta alla settimana. In analisi, a parte il setting (lettino invece che sedia), la frequenza contribuisce alla profondità dell’esplorazione e al legame emotivo tra analista e paziente. È una “convivenza psichica”.

La psicanalisi è un fatto culturale, un insieme di teorie psicologiche su alcuni aspetti del funzionamento mentale dell’uomo, ma è in primo luogo una terapia. Ha senso cominciare una analisi  solo come avventura intellettuale ed esperienza conoscitiva?

Quando trent’anni fa parecchi intellettuali intraprendevano un’analisi per arricchire il mondo interno, più che per curarsi cambiando, molto spesso scoprivano che l’intellettualizzazione poteva essere almeno in parte una difesa. Ora quel tipo di richiesta non c’è più: l’analisi richiede un sacrificio economico che un tempo era più sostenibile, e poi la gente “se la racconta” molto meno, va al nocciolo della questione: cioè al disagio e al bisogno.

La psicanalisi serve per capire alcuni problemi dell’individuo ma perché è usata spesso, e impropriamente, per capire la società?

L’applicazione della psicoanalisi alla vita dei gruppi e delle società inizia nel 1921, quando Freud scrive Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Il modello della vita psichica individuale non può essere applicato pari pari alla psicologia della società nel suo insieme; ciononostante non vanno nemmeno negate certe analogie tra certi assetti psichici e fantasmatici dei grandi gruppi e quelli di un singolo. La qualità di questi rilevamenti dipende da chi la fa..

Nella psicanalisi c’è un primato dello psichico sul morale. Lo psicanalista tende a non giudicare. In Italia, diceva Flaiano,  abbiamo un solo nemico, «l’arbitro delle partite di calcio, perché emette un giudizio». Tutto questo può deresponsabilizzarci?

Nell’ambito della perversione, la confusione tra bene e male è strategicamente manipolata in modo   da disorientare il soggetto e da fargli perdere il contatto interno con queste distinzioni di base.La tecnica della psicoanalisi richiede l’esercizio della sospensione, in attesa delle associazioni del paziente; e per potersi aprire all’esplorazione della propria vita interna il paziente deve potersi sentire ascoltato con una buona neutralità da parte dell’altro. Ma quando la confusione ha un’origine perversa, l’analista deve chiarire la dinamica di tutto ciò. La psicoanalisi implica l’assunzione di una responsabilità cosciente da parte del paziente: ad esempio, il paziente non è “colpevole” dei suoi desideri repressi o coscienti, se non li attua; ma ne è “responsabile”, e quando matura ne riconosce la presenza e il senso. Può desiderare di uccidere un nemico (non possiamo “decidere” sentimenti e fantasie); ma dovrà responsabilmente non fare ciò.

La psicanalisi dà a ciascuno un’ebbrezza di protagonismo. L’analista fa della nostra esistenza una narrazione avvincente. Non si rischia di gratificare il narcisismo delle persone?

Sì. Però in molti casi questo è esattamente ciò di cui alcune parti poco evolute del paziente hanno bisogno. Non si tratta, il più delle volte, di coccolare un narcisista, bensì di rifornire di valorizzazione e di senso di sé persone (o parti interne di esse) che non hanno trovato un contenitore ricettivo nella loro fase evolutiva. Accanto a questi ci sono poi i narcisisti veri: quelli allora troveranno la risposta tecnica esattamente opposta, finalizzata a renderli coscienti del loro modo di essere e a trasformarlo.

Non ho mai iniziato un’analisi perché mi insospettisce la relazione non paritaria con l’analista, il quale tende “naturalmente” ad abusare del potere che si ritrova.

La relazione non è paritaria e non può e non deve esserlo, perché l’analista ha una responsabilità funzionale fondamentale nel lavoro con l’altro. Però sul piano umano c’è parità assoluta tra i due: sono due persone, e come tali devono trattarsi.

Ciò che avviene, in modo pianificato, nel corso della relazione psicanalitica, è avvenuto per secoli normalmente, è stato «prodotto, con felice spontaneità, dalla devozione e dall’affetto» (Adorno), senza bisogno dell’“artificio” delle sedute, e della loro liturgia. Davvero prima di Freud l’umanità stava tanto peggio?

La psicoanalisi, quando è svolta bene, fornisce all’individuo in modo più mirato e consapevole ciò che gli serve per crescere. Ci sono molte persone che sanno relazionarsi con gli altri con profondità e con empatia, che sono doti naturali preziose. Però l’empatia psicoanalitica è tecnicamente un’altra cosa: ha una complessità tecnica diversa, ad esempio implica la sintonizzazione con diverse parti del paziente che sono in contrasto tra loro, come l’affetto e l’odio sperimentati al tempo stesso verso una stessa persona…

Ci sono altri modi oltre alla psicanalisi di elaborare il disagio, come ad esempio la danza (così mi disse una volta lo psicanalista Elvio Fachinelli)?

Sì, ci sono altri modi, diversi da caso a caso, che possono aiutare molto una persona; ma svolgono un’azione diversa e più settoriale, quando non più superficiale. Queste attività possono essere utili, ma raramente sono davvero trasformative in senso strutturale e duraturo.

Per alcuni terapeuti oggi l’inconscio si è quasi dissolto: la gente non reprime né rimuove più niente (il potere non ci vieta nulla, ci chiede anzi di godere, perché ciò è funzionale ai consumi). Ma allora il nostro problema non è tanto “liberarci” quanto rafforzare un io sempre più fragile.

Sì, è così. Non nel senso che l’inconscio non esista più in assoluto, ma nel senso che è meno represso, mentre l’Io centrale è più debole, frammentato e confuso. Una volta la gente aveva bisogno di liberarsi di un Super Io opprimente; oggi ha più bisogno di reintegrarsi, di trovare “oggetti” (nel senso di persone e relazioni) affidabili e di riuscire a costruire relazioni dotate di senso e di consistenza. L’uomo contemporaneo è spesso presuntuoso, confuso e francamente più bisognoso di quanto pensi. 

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