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Scuola, la riforma non tocca il disagio dei ragazzi

Il decreto sembra una sorta di esame di recupero per gli sbagli del passato

Nessuno dei miei colleghi che ho reincontrato dopo tre mesi in sala professori, sono abbastanza sicuro, ha letto fosse pure a sommi capi il decreto sulla scuola. La cosa confortante è che non si è perso un granché. Ciò che salta agli occhi a chiunque si spulci anche per filo e per segno le righe del decreto è la sua – come la vogliamo chiamare? – timidezza. La verità è che, lo sappiamo (lo sa chi insegna, ma lo sanno gli studenti, i genitori…), per la scuola occorrerebbe una riforma strutturale, sistematica, addirittura potremmo dire paradigmatica rispetto a un programma politico, a un’idea di società.

E invece? E invece ci ritroviamo con misure pure giuste ma minimali come il divieto delle sigarette elettroniche anche all’esterno dei plessi scolastici… o con il ripristino delle ore di geografia che erano state dementemente tolte dalla riforma Gelmini…

Già la riforma Gelmini, la riforma Moratti: questo decreto legge sembra una sorta di esame di recupero per il debito generato dalla dissennatezza propalata da chi si è occupato d’istruzione negli ultimi dieci anni.

Chi li ha vissuti, dietro o davanti la cattedra, oggi ne esce traumatizzato e disilluso dopo aver assistito inerme da una parte ai tagli fatti con il machete, dall’altra al lungo serial delle retoriche: le tre I, la meritocrazia e l’eccellenza, i tablet in classe… fino alla selezione della nuova! classe docente, culminata in un concorsone-garbuglio (pensato male e svolto peggio) che ha dato ulteriore stimolo se ce ne fosse bisogno alla guerra di tutti contro tutti nella landa brada delle graduatorie: concorso 1999, concorso 2013, sissini, graduatorie a esaurimento, abilitati al Tfa, docenti di prima fascia, seconda fascia, terza fascia…

Ecco, tutto più o meno risaputo, ma c’è una cosa grave. È che questo articolo lo leggerete come dire con la coda dell’occhio, perché questo dibattito sulla scuola riguarda nel migliore casi il mondo degli addetti ai lavori, che da qualche anno in qua hanno occupato in modo subdolo il posto degli esperti – esperti di supposte competenze, formatori in corsi di aggiornamento poco aggiornati, lifelong learning manager… deresponsabilizzando di fatto gli insegnanti e i genitori e erodendo dall’interno il patto formativo fra scuole e famiglie.

Uno dei movimenti più importanti degli anni ‘60-’70 portò come risultato politico e civile l’istituzione degli organi collegiali, che da enorme cellula democratica oggi sono spesso utilizzati come peso burocratico che inceppa l’efficienza della scuola. Qual è la conseguenza? Che gli adulti educatori si chiedono supplenza uno con l’altro, blaterando di oggi la scuola è in crisi e oggi la famiglia è in crisi. Se gli insegnanti chiedono ai genitori di fare scuola a casa – vogliamo affrontare una buona volta l’economia in nero delle ripetizioni che genera una scuola incapace di esaudire i bisogni degli studenti? – i genitori chiedono agli insegnanti di incarnare il ruolo di mamme e papà: quante volte ai colloqui mi sento domandare «Mi scusi, professore, ma non può prenderlo lei da parte per un’oretta e farglielo lei questo discorso, che a lei la sente?»

L’esito di questa doppia fragilità degli adulti ricade su dei bambini e ragazzi, le cui carenze più comuni che mostrano sono quelle psicologiche: anoressie, bulimie, ansie da prestazione, crisi di panico, svenimenti improvvisi, malattie della pelle, depressioni precoci… Chi in aula ci mette piede sa che il problema più incombente spesso non è nemmeno la mancanza delle lavagne interattive (da colmare, quanto prima, beninteso), ma la sempre maggiore diffusione del disagio psichico giovanile.

Solo se si ha questo tipo di approccio si può comprendere quanto è importante oggi un’attenzione alla scuola, che non sia solo tecnica, economica, gestionale, ma riguardi l’eredità fra le generazioni, la percezione di come potrebbe essere il mondo quando noi saremo invecchiati o semplicemente non ci saremo più.

 

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