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L’autoritarismo involontario dei saggi

Nel disegno dei 33 si riduce a triangolo il quadrilatero su cui poggia la Costituzione

Messaggi a parte, mentre i “saggi” s’impegnavano a Francavilla nella stesura finale della Relazione sulle riforme costituzionali, ora reperibile sul sito di Palazzo Chigi, un articolo del Sole24 Ore dedicato ai Sei libri dello Stato di Jean Bodin, s’intitolava “Se non è assoluta non è sovranità”. Lontani dal sospettare nei saggi reminiscenze e influenze inconsce di questa teoria (fondatrice, col Principe, della scienza politica moderna), una certa polvere di pensiero bodiniano sembra restare sulle dita, sfogliando le 33 pagine della Relazione. Il moderno monarca – si chiami presidente presidenziale o semipresidente, premier, cancelliere – se non è “assoluto” rischia di somigliare al presidente del consiglio italiano. Del quale il paese vuol liberarsi, per un vero governo che governi.

A questo scopo hanno lavorato bene, con diverse e anche opposte idee, i nostri 35 saggi, diventati 33 dopo l’abbandono delle professoresse Carlassarre e Urbinati, che denunciavano nei colleghi un dogmatismo presidenzialista, più distruttore che riformatore del nostro sistema parlamentare.

Che forse basterebbe “razionalizzare” a fondo.

Obbiettivo della riforma – se è lecito parlarne in pieno clima di Messaggio e minacce di elezioni a febbraio – è rendere veloce il processo legislativo, e quindi forte il governo che lo guida in parlamento. Perciò, tra le varie possibili forme di governo democratico occidentale, escluso appunto il nostro bicameralismo paritario con presidente del consiglio primus inter pares, si è dato vita a un abilissimo gioco di prestigio. Col risultato di ridurre a triangolo il quadrilatero su cui poggia la nostra Costituzione: parlamento, capo dello stato, governo, organi di garanzia.

Il lato che è scomparso è il Quirinale: che, nella crisi terminale del parlamentarismo, si è dimostrato nostra unica zattera di salvezza, anche con l’esercizio momentaneo di funzioni surrogatorie. Ora la riforma lo avvolge, come gli “irti colli” carducciani, nella nebbia di poteri sfumatissimi, assorbiti nella sostanza da un futuro “governo parlamentare del primo ministro”, che è anche premier (inglese), cancelliere (tedesco) e presidente (francese).

Non grideremo all’ircocervo, perché, disegnata su foglio bianco, la nuova figura non è propriamente un mostro da cattedrale di Notre-Dame. Ma è così debordante, da schiacciare e sfumare ogni altra figura sulla tela del potere. Infatti, il sistema avrebbe per fondamento una sola camera legislativa e politica (la camera dei deputati, 450 membri), il sistema elettorale a doppio turno (proporzionale con premio maggioritario), il governo del primo ministro, che riceve la fiducia ad personam, nomina e sostituisce i ministri, può contare su scadenze rigide per l’approvazione dei suoi decreti e disegni di legge, è tutelato contro nuove maggioranze dalla sfiducia costruttiva. Insomma, Thatcher più Merkel. Che l’alchimia trasforma in Hollande.

Il presidenzialismo, escluso nella costruzione formale della nuova repubblica, risulta unico residuo concreto della precipitazione alchemica. Cos’altro potevano volere i presidenzialisti? Obama? Tutto sanza sospetto non si truova mai, insegnava Machiavelli, e i saggi seguono l’insegnamento, e lo scrivono come distico in testa alla Relazione.

Più di questo, in una colonnina di 4000 battute, non possiamo dire. Ma se il governo Letta regge e gli affanni finanziari del paese e i risentimenti del cavaliere consentiranno al parlamento di lavorare ancora un anno, non è detto che anche il progetto di Francavilla non possa arrivare al voto finale, con le auspicabili correzioni.

C’è un altro rischio: che, avendo cambiato metà della Costituzione (non vi abbiamo parlato delle regioni, dei referendum, delle garanzie), finisca anch’essa come la riforma di Berlusconi nel 2006, col rifiuto popolare di approvarla. A meno che non si pensi di sottoporre al referendum confermativo non la riforma nel suo complesso, ma i suoi singoli capitoli riformati. In tal caso, i saggi si trasformerebbero in furbi. Ci scusiamo del sospetto, e ci auguriamo di sbagliare.

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  • Franco Olivi

    I furbi e gli ingenui. I furbi sono coloro che portano nella mente occhiali berlusconiani e vedono tutto berlusconi. B.Russell spiegando Kant diceva che noi portiamo occhiali spaziali e temporali nella mente e vediamo tutto nello spazio e nel tempo,come se portassimo occhiali blu vedremmo tutto blu.Gli ingenui sono i miopi che non portano occhiali e non vedono lontano.La Costituzione ,legge fondamentale di uno stato liberal democratico,non è fatta per i nostri giorni e per i singoli individui,come pensano i saggi. Sono i cittadini e soprattutto i politici che devono adeguarsi alla Costituzione e non il contrario. Altrimenti ci vorrebbero 60 milioni di costituzioni ogni giorno. Il popolo italiano si ribellerà di fronte al tentativo della attuale politica di farsi una propria costituzione.E’ di gran lunga meglio riformare la politica che la Costituzione: ed è quello che richiede il Popolo.