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Il partito del Joker

La battaglia contro Obamacare trascina i repubblicani americani ancora più a destra. Il leader carismatico Ted Cruz e il ruolo della Heritage Foundation
Il partito del Joker

Mancano pochi giorni al primo ottobre 2013, e l’America è terrorizzata. Non dalle armi chimiche di Assad; non dai pazzi armati fino ai denti che sfogano le loro paranoie decimando gli impiegati della marina in pausa pranzo; non dalle sparatorie giornaliere nel Southside di Chicago; non dal cambiamento del clima che prima o poi potrebbe sommergere le città costiere. No, l’America è terrorizzata perché dal primo ottobre 2013 ventidue milioni di cittadini per la prima volta avranno la possibilità, se lo vorranno, di sottoscrivere un’assicurazione sanitaria. I repubblicani al congresso, i commentatori e i blogger della destra, l’Invincibile Armada di Fox News stanno rovesciando sugli Stati Uniti tutto il loro apocalittico potere.

Dal primo ottobre 2013, giorno in cui alcune delle opzioni della riforma sanitaria (neanche tutte) saranno disponibili, l’America come la conosciamo non ci sarà più. Sarà un paese nazista dove freddi e feroci burocrati si riuniranno in stanze segrete per decidere la quota di vecchi che dovranno morire di eutanasia, dove giovani donne innocenti saranno costrette a visite ginecologiche condotte da biechi emissari del governo, e dove imprenditori disperati di dover partecipare anche in minima parte alla copertura sanitaria dei loro dipendenti si suicideranno gettandosi dalle finestre dei loro uffici come durante il tracollo di Wall Street del 1929.

Tutte cose già dette, ridette, e mai servite a niente. Obama è stato eletto due volte, la legge è passata e dicharata costituzionale. Ma ora che siamo alla svolta decisiva vengono mitragliate sugli americani inermi con una potenza di fuoco decuplicata. E chi si fa impressionare ha paura.

I sondaggi sono unanimi: Obama perde consensi a vista d’occhio, la maggioranza della popolazione non vuole la riforma sanitaria. Però, se solo le domande si fanno più specifiche ed entrano nei benefici che la riforma può portare, le risposte cambiano subito. Basta non fare il nome di Obama. Lo stesso presidente ha raccontato in uno dei tanti comizi tenuti in questi giorni che nel Kentucky un cittadino andato a chiedere informazioni si è visto offrire un pacchetto di possibilità riferite al nome ufficiale della riforma, che è “Affordable Care Act”, o “Sanità accessibile”. Le ha esaminate e ha detto: «Ma questo è molto meglio di Obamacare!».

I repubblicani, per bocca dello stesso senatore texano Ted Cruz, che oggi riveste il manto di leader carismatico della destra, non hanno paura che la riforma fallisca, ma che funzioni. O, per usare le sue stesse parole, che gli americani diventino tossicodipendenti dallo zucchero che gli fornisce lo stato. Il dibattito ha superato da tempo i limiti del grottesco e non vale più la pena di seguirlo. Le conseguenze della follia repubblicana possono essere ancora deleterie, se si arriverà alla chiusura del governo o al blocco del debito, ma la questione più difficile da capire è se dietro il funzionamento di questa “macchina fine di mondo” ci sia una gallina che continua a correre anche dopo che le hanno staccato la testa oppure una mente criminal-politica che ha elaborato un piano straordinario per riconquistare per sempre l’America alla santa causa del capitalismo catastrofico.

Nel primo caso Ted Cruz, il generale Custer della Little Big Horn repubblicana, è l’equivalente di Heath Ledger che nel ruolo del Joker dice a Batman: «Ti sembro uno che ha un piano? Io sono un agente del caos, io semplicemente faccio delle cose».

Nel secondo caso, bisogna prendere sul serio quello che sostiene un articolo uscito sull’ultimo Bloomsberg Newsweek: il vero leader del partito repubblicano non è nessuno dei nomi oggi in vista bensì Jim De Mint, che da poco ha dato le dimissioni da senatore per mettersi alla guida della potentissima Heritage Foundation, organizzazione che coordina le campagne di stampa e gli spot televisivi anti-Obama.

Attenzione, però. La Heritage Foundation ha due scopi. Quello palese consiste nel tenere la nazione in un costante stato di isteria. Quello vero consiste nello spillare quanti più milioni di dollari ai miliardari conservatori, facendoli contribuire a campagne costosissime quanto fallimentari (che cosa pensa Sheldon Adelson, mogul di Las Vegas, dei cento milioni di dollari che ha dato a Mitt Romney?).

Almeno si può dire che Adelson gioca in casa. La recente decisione della Corte Suprema di permettere donazioni illimitate alle organizzazioni che sostengono questo o quel politico sta trasformando la politica in una succursale di Las Vegas. Gli high rollers, quelli coi mazzi di banconote in tasca e a cui piace giocare duro, puntano ora su questo candidato, ora su questo think tank, ora su questo guru della comunicazione, ma in realtà non sanno che cosa funzionerà e chi si porterà a casa il banco. Sanno solo che non riescono a smettere, neanche quando perdono.

La cannibalizzazione della politica non è più solo una guerra tra partiti opposti. Jim De Mint, la Heritage Foundation e Ted Cruz passano più tempo ad attaccare i compagni di partito, mai abbastanza duri e puri, di quello che passano ad attaccare i democratici. Vincere o perdere le elezioni non è ancora diventato irrilevante, ma non è l’unico fine. Ted Cruz sa benissimo che non diventerà mai presidente (anche se, a dire il vero, la sua megalomania è così fuori misura da far temere il contrario), ma le montagne di dollari che può estorcere ai miliardari gonzi lo consoleranno abbondantemente di tutte le prossime sconfitte.

Anche in questo, però, non c’è molto di nuovo. Stiamo assistendo alla trasformazione definitiva del politico in televangelista: ognuno per sé, Dio per me, e questo è il numero del conto corrente. Tanto il paradiso ve lo godrete dopo che sarete morti. Possibilmente senza assistenza sanitaria.

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