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La premiership incompiuta

Nel libro di Marco Gervasoni, "La guerra delle sinistre" (Marsilio), la rivalità tra Craxi e Berlinguer e i conflitti che ne sono seguiti. Perché la sinistra italiana è sempre stata “costretta” a esecutivi di coalizione con forze di centro
La premiership incompiuta

Non è certo antica come quella delle “Due Rose”, ma ha comunque i suoi anni (e tanti…). Facciamo riferimento a La guerra delle sinistre, che è anche il titolo dell’ultimo libro (Marsilio, pp. 208, euro 19) dello storico Marco Gervasoni, dedicato ai conflitti, litigi e reciproche insofferenze tra socialisti e comunisti, dai “formidabili” anni sessantottini al decennio di Tangentopoli (nonché della scomparsa dei primi e delle evoluzioni ripetute dei secondi). E lo fa – coerentemente con un percorso di ricerca che caratterizza il lavoro dell’autore nel corso di questi anni – ponendosi una domanda di partenza importante, ovvero perché la sinistra italiana non sia riuscita a esprimere una compiuta premiership di governo (e sia stata sempre “costretta” a dare vita a esecutivi di coalizione con partiti e forze di centro).

“Sinistre” e non sinistra, nella complessa e travagliata vicenda nazionale, ma anche nella storia delle altre (e ben più “normali”…) nazioni europee, dove la competizione tra socialdemocratici (che avevano fatto dovunque la scelta di campo del blocco occidentale) e comunisti aveva dovunque visto la prevalenza dei primi durante gli anni Settanta. Tranne, giustappunto, in Italia, con riferimento alla quale l’autore ricostruisce quella che definisce la condizione di minorità e «scarsa autonomia culturale, e persino antropologica», che risaliva ai tempi in cui, nel secondo dopoguerra, il Psi si era alleato con il Pci fedele all’Unione sovietica di Stalin.

coverLa “rivoluzione copernicana”, per Gervasoni, si compie con l’arrivo alla segreteria, nel 1976, del progetto autonomista di Bettino Craxi e del guanto di sfida culturale da lui lanciato al Partito comunista, all’insegna del duplice obiettivo di fare del Psi un partito riformista e di indurre i comunisti (si può aggiungere: in maniera un po’ “brusca”) a fare revisionismo e ad andare nella direzione della socialdemocrazia.

La storia della guerra delle due sinistre diventa così anche battaglia delle idee (dove un ruolo significativo lo giocano intellettuali come Bobbio, Galli della Loggia, Pellicani e le “pattuglie di incursori” di Mondoperaio), la cui ricostruzione rappresenta una delle parti di maggiore interesse di questo volume. Fino al declino di Craxi, la cui carica propulsiva e modernizzatrice, non va dimenticato, viene annegata ben prima del suo triste finale di partita (e di partito) in un sistema di corruttela che rappresenterà uno dei fulcri delle indagini di Tangentopoli.

Mentre, dall’altra parte, “vendicare Berlinguer” (che, come noto, patì molto la spericolata concorrenza e i colpi a volte sotto la cintola di Craxi) divenne l’imperativo dei suoi eredi e degli uomini che, partiti dalla Fgci, diventeranno i protagonisti delle metamorfosi del Pci. E, così, il dialogo tra sordi continuerà a perpetuarsi sotto altre spoglie e nelle epoche successive. Nella guerra culturale delle sinistre degli ultimi decenni della prima repubblica c’è stato, però, anche un altro filone – minoritario – che in quanto a capacità di dire cose moderne (e progressiste) svolse un ruolo prezioso, e che rimase soffocato dallo scontro tra le due sinistre. Ovvero, quella sinistra liberale che non trovò sicuramente in Craxi – in primis per la “questione morale” e per il suo fastidio per “gli intellettuali dei suoi stivali” non allineati – una sponda politica. Una minoranza di cui l’Italia deve, anche se non di rado fatica a riconoscerlo, davvero tanto.

@MPanarari

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