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Alice Munro, il Nobel e quella profezia di Franzen

Lo scrittore americano, grande ammiratore della scrittrice oggi insignita del premio più prestigioso, in un saggio di qualche anno fa incalzava l'Accademia svedese
Alice Munro, il Nobel e quella profezia di Franzen

In un saggio che in Italia abbiamo potuto leggere nella raccolta Più lontano ancora uscita per Einaudi un paio di anni fa, Jonathan Franzen prova a spiegare perché Alice Munro, la ottantaduenne scrittrice canadese che pochi minuti fa è stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura 2013, sia uno dei nomi più sottovalutati della narrativa contemporanea.

Franzen comincia definendo la Munro «la più grande scrittrice vivente del Nord America», e lamentando il suo scarso successo di pubblico, almeno fuori dai confini del proprio paese, per poi argomentare la sua tesi in sette punti, il quarto dei quali chiama in causa proprio l’Accademia svedese che oggi le ha conferito il più prestigioso riconoscimento a cui possa ambire un uomo di lettere: «A Stoccolma, evidentemente, ritengono che troppi canadesi e troppi autori di racconti abbiano già ricevuto il Nobel per la letteratura. Adesso basta!».

Quello di Franzen, adesso, diventa un formidabile esercizio di sarcasmo da aruspice. Perché naturalmente nessun altro canadese, a parte un canadese ben presto americanizzatosi come Saul Bellow che si prese il premio nel 1976, prima d’ora aveva mai vinto il Nobel per la letteratura. E perché la storia dei racconti, beh, è qualcosa che ha a che fare con i meccanismi che hanno retto le logiche della letteratura, e verrebbe da dire soprattutto dell’editoria, nell’ultimo secolo almeno.

L’idea che il racconto sia un fratello meno nobile del romanzo è diffusa in certa critica letteraria, forse nel senso comune dei lettori, sicuramente nel mondo editoriale occidentale. Che proprio Franzen, consolidatosi nel tempo come autore di romanzi che si fanno sempre più corposi e generosi, si proponga come difensore d’ufficio del genere short-story, poi, appare come una specie di paradosso meritorio. Ma d’altronde Franzen non è forse il bravo ragazzo della scrittura americana contemporanea?

La Munro, quindi, scrittrice di racconti. Racconti che riguardano donne, soprattutto, donne che hanno a che fare con famiglie complicate e con uomini sbagliati, e che il più delle volte sono ambientati nel suo Ontario. Racconti, a centinaia, che spiegano il mondo partendo dai respiri più corti del mondo: come hanno sempre fatto i più grandi, da Cechov a Carver. E l’Accademia svedese, nella motivazione che come ogni anno esprime per spiegare la scelta del vincitore, stavolta non si è persa in troppe chiacchiere: Alice Munro, «maestra del racconto contemporaneo».

Nonostante quel che scriva – o forse adesso sarebbe meglio dire quel che scriveva – Franzen, in ogni caso, Alice Munro la sua dose di successo se l’è sempre sorbita. In patria fin dal suo esordio, La danza delle ombre felici, con cui nel 1968 si aggiudicò il primo dei suoi tre Governor General’s Award, il più importante premio letterario canadese. Il secondo sarebbe arrivato nel 1978 con Chi ti credi di essere?, che probabilmente rimane il suo titolo più popolare a livello internazionale, il terzo nel 1986 con Il percorso dell’amore.

Ora, a ottantadue anni, gli ultimi dei quali trascorsi a combattere con non pochi malanni anche piuttosto seri, la Munro parrebbe aver deciso di smettere con la letteratura. Proprio come Philip Roth, che di questo passo ha sempre più probabilità di essere ricordato come uno dei giganti indebitamente ignorati dal Nobel.

«Ciò che ha fatto Alice Munro è già abbastanza per vincere il premio», ha detto il segretario permanente dell’Accademia svedese Peter Englund dopo l’annuncio. E in effetti l’autrice canadese è stata indicata tra i favoriti fino all’ultimo da tutti i bookmakers del pianeta. In cima a molte delle liste anche quest’anno c’era Murakami Haruki. Uno che non ha nessuna intenzione di abbandonare la scrittura, uno abbastanza giovane da poter pensare di riuscire a entrare nelle grazie di Stoccolma, prima o poi.

@giovdoz

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