Cultura STAMPA

Amartya Sen e il benessere sostenibile

Il lavoro di frontiera dell'economista indiano, noto per la sua "Idea della giustizia". La lezione di Stefano Zamagni
Amartya Sen e il benessere sostenibile

La figura di Amartya Sen è alquanto singolare nel panorama scientifico contemporaneo. Il suo è un lavoro caratteristicamente di frontiera – mephòrios, avrebbero detto gli antichi greci – tra economia, filosofia, politica, storia. E’ questo esibizionismo culturale? Tutt’altro. Ciò corrisponde ad una precisa scelta epistemologica: Sen sa bene che la scienza economica è una struttura aperta in un duplice senso. Per un verso, il suo fondamento non le appartiene, e dunque i suoi presupposti non sono scientificamente giustificabili – mentre lo sono certamente le sue conclusioni. E’ per questo che nessuna teoria economica potrà mai avanzare la pretesa di essere incondizionata e auto garantita. Per l’altro verso, l’economia è una scienza aperta nel senso che non offre una conoscenza esaustiva della realtà che studia e pertanto non può non intrattenere stretti e buoni rapporti di vicinato con le altre discipline. La via del riduzionismo imboccata dal mainstream economico, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, ha finito col disarmare il pensiero critico, con i risultati che Sen mai ha mancato di portare alla luce.

Lo spazio a disposizione non mi consente che rapide sottolineature intorno a tre soli temi della riflessione del Nostro: la questione identitaria; l’approccio delle capacitazioni (capability approach); l’idea di giustizia sociale. Si tratta di temi dai quali emerge, in modo assai diretto, la cifra del pensiero seniano. Nel fortunato libro Identity and Violence (2006), trattando della questione identitaria, Sen non esita a definire il tanto decantato multiculturalismo «un monoculturalismo plurale» che, in quanto tale, non differisce nella sostanza dal modello dell’assimilazionismo di matrice repubblicana.

E’ il nesso identità-violenza a spiegare l’irrompere nel nostro tempo del conflitto di identità che si è andato ad aggiungere al più antico conflitto d’interesse. Ma, mentre nei confronti di quest’ultimo l’economia è in qualche misura riuscita ad avanzare una spiegazione razionale e a suggerire soluzioni praticabili, essa è rimasta muta nei confronti dei conflitti identitari. Ed è agevole darsene conto: l’impianto utilitaristico su cui si regge la teoria economica ufficiale non autorizza la presa in considerazione della categoria di diritto.

lezioni-di-politica logoI diritti, insiste Sen, in quanto rappresentano aree di discontinuità – aree cioè alle quali non è possibile applicare la logica del trade off tra alternative – non possono trovare posto in una struttura teorica che, come l’utilitarismo, postula la continuità. Secondo l’ordinamento per somma – uno dei tre pilastri dell’utilitarismo – il metodo appropriato per definire il valore da assegnare ad uno stato sociale è quello di sommare le utilità individuali. Chiaramente, in un’operazione del genere si perdono sia l’identità degli individui sia la loro singolarità, requisiti questi necessari per rendere possibile un’attribuzione di diritti.

La libertà è il diritto cui Sen dedica la più parte delle sue attenzioni. Meritoria è la sua insistenza sul fatto che un valore come quello di libertà non può essere fruito dalla persona al di sotto di un certo livello di benessere. Il quale dipende, a sua volta, dalle sue capabilities, cioè dalle funzioni di utilizzazione che essa riesce ad esercitare con l’ammontare di risorse a sua disposizione. Poco serve, ai fini della dilatazione degli spazi di libertà delle persone, eguagliare le dotazioni di beni – anche dei beni primari nel senso di Rawls – se le capabilities restano marcatamente diseguali. Ecco perché per Sen lo sviluppo-come-libertà va interpretato alla stregua di un processo di espansione delle capacitazioni delle persone (Letteralmente, capacitazione è la capacità che diventa azione, che non si ferma cioè allo stato potenziale).

Si capisce allora perché lo sviluppo non può essere identificato con la mera crescita del Pil, la quale riguarda piuttosto il tenore di vita (standard of living). L’idea seniana ha trovato un suo primo momento applicativo nel cosiddetto Rapporto Sarkozy del settembre 2009 (scritto con J. Stiglitz e J.P. Fitoussi), dove la nozione di sustainable well-being viene per la prima volta tradotta in pratica. (Il concetto di BES – benessere equo e sostenibile – recentemente elaborato dall’Istat deve tanto a quella nozione).

La ricerca del benessere sostenibile non può però essere dissociata dalla ricerca della giustizia sociale. E’ questo il terreno dove il contributo di Sen costituisce una sorta di punto fisso. Due sono gli apporti principali che L’idea di giustizia (2010) ci consegna. Primo, i principi di giustizia devono essere definiti sulla base del fine rispetto al quale sono strumento. Questo fine, per il Nostro, è l’ideale di vita buona che i cittadini intendono realizzare. Sen non si riconosce, anzi critica, l’approccio rawlsiano che denomina “contrattualismo trascendente”, perché teso a ricercare le istituzioni e le condizioni ideali per giungere alla “perfetta giustizia” attraverso la procedura del contratto sociale.

Piuttosto, la domanda importante da porsi è “come è possibile promuovere la giustizia in una data circostanza”. Quello di Sen è dunque un “approccio comparativo” alla giustizia, che non va alla ricerca di ottimi paretiani (impossibili da conseguire nella realtà), ma che fornisce un criterio di scelta tra stati diversi del mondo, basato sul metodo del “government by discussion”. Il secondo apporto è che, se è vero che ogni teoria seria della giustizia postula il riferimento alla nozione di imparzialità, è del pari vero che la closed impartiality di Rawls (e altri) non fa alla bisogna perché lega l’idea di prossimità alla vicinanza geografica o di sangue o culturale.

L’imparzialità di Sen è “aperta” come quella dell’impartial spectator di Adam Smith. A quest’ultima nozione aggiunge però una qualificazione importante: la distinzione tra beni di giustizia e beni di gratuità. I primi fissano un preciso dovere in capo allo Stato (o altro ente pubblico) affinché i diritti dei cittadini su quei beni vengano assicurati. I secondi, invece, fissano un’obbligazione che discende dallo speciale legame che unisce l’un l’altro. E’ il riconoscimento di una mutua ligatio tra persone a fondare una ob-ligatio. Ebbene, l’idea seniana di “giustizia benevolente” si realizza combinando sapientemente le due categorie di beni.

Se è vero – come a me pare – che le grandi opere di pensiero non si fanno nel tempo, ma per il tempo, allora si può essere certi che il pensiero di Sen permarrà ancora a lungo a strutturare il discorso economico-politico.

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