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La primavera dell’arte siriana. A Beirut

Decine di pittori e scultori in fuga dalla Siria hanno trovato ospitalità nella capitale libanese. Tra racconto della guerra e tentativo di integrarsi nella scena dell'arte contemporanea
La primavera dell'arte siriana. A Beirut
Le foto nell'articolo sono prese dalla pagina Facebook della Art Residence Aley

BEIRUT – Ad Aley, piccolo villaggio di duemila persone, appena fuori Beirut, salta subito all’occhio una vecchia casa ottomana di metà Ottocento da poco ristrutturata. La gestisce aley, 40 anni, architetto, che prima del marzo 2011, data dell’inizio delle violenze in Siria, viveva a Damasco dove lavorava guadagnandosi da vivere ristrutturando palazzi antichi. Come per altri due milioni di uomini e donne (ultimi dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) il conflitto in Siria ha costretto Raghad a trovare rifugio in un altro paese e li a rifarsi una vita. Diversamente dall’esperienza di molti altri, non tutto per Raghad è andato male. A volte, anche nelle situazioni più disperate, può capitare di imbattersi nel meglio delle persone.

Un incontro fortuito con il calligrafo libanese Ziad Talhouk si è rapidamente trasformato in uno stretto rapporto di amicizia, sfociato poi nella creazione del centro di Aley. Talhouk aveva da poco ereditato la vecchia villa ottomana dai suoi genitori, ma non aveva soldi né per ristrutturarla né per mantenerla così com’era mentre Raghad pur non avendo soldi per affittarla era al contrario capace di rimetterla a posto. Oggi ad Aley una ventina di artisti siriani scappati dal conflitto oltre confine hanno trovato uno spazio, vitto, alloggio e materiali per lavorare. L’unica condizione che Raghad impone è quella di lasciare al momento della partenza uno dei lavori realizzati durante il soggiorno.

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«L’idea – dice Raghad in una conversazione con Europa – è creare una sorta di piccolo museo, un posto dove le memorie della guerra siriana possano essere conservate e dove le persone possono venire a riflettere su quanto sta accadendo». Perché in maniera diretta o indiretta nel lavoro degli artisti di Aley traspare la violenza degli ultimi due anni e l’angoscia di un conflitto che sono in molti a reputare andrà avanti ancora per diversi anni.

Tra questi c’è Imad Habbab, 24 anni, originario di Damasco. I suoi lavori ad Aley sono su grosse tele di due metri per due dove colori, tonalità e pennellate dalle consistenze più disparate si intrecciano in quello che pare l’esplosione di una bomba o la confusione e la paura provate da una folla subito dopo una detonazione. Imad, faccia più scura e segnata di quanto i suoi 24 anni vorrebbero, racconta a Europa che «quando si vive in una situazione di guerra niente è più come prima. Inizi a pensare a tutto quello a cui non avevi mai pensato e a tutto quello di cui non pensavi neanche di poter pensare».

Un’altra artista residente ad Aley è Remi Haddad, siriana, originaria di un paesino poco distante da Damasco e impegnata a realizzare sculture. Ci dice che «trovare un posto come questo è più di quanto avessi potuto sperare». Come molti altri artisti, quand’era ancora in Siria non riusciva più a lavorare perché «c’erano i bombardamenti, le guardie, le milizie, la tensione perenne. Poi sono scappata, ho trovato rifugio da amici, su divani, da conoscenti ma non riuscivo comunque a concentrarmi perché i miei genitori, la mia famiglia, i cento morti al giorno al di là del confine continuavano a tornarmi in mente. Qui finalmente sono riuscita a trovare un po’ di pace interiore».

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Aley però non vuole essere soltanto un rifugio. La missione di Raghad è soprattutto quella di aiutare gli artisti siriani che ospita ad integrarsi con il mondo dell’arte contemporaneo: a Beirut come sulla scena internazionale. All’inizio di ottobre in collaborazione con Artheum, uno spazio dedicato all’arte nel quartiere armeno di Bourj Hammoud, nord di Beirut, Raghad ha contribuito alla creazione della prima rassegna di artisti siriani mai organizzata dall’inizio del conflitto. Venti nomi, quasi tremila visitatori e un interesse che è andato molto al di là dei confini del Medio Oriente.

Cecilia Clark, 53 anni, americana e residente a Beirut da qualche mese, ci spiega: «Sono andata alla mostra perché provo una grandissima empatia con quello che sta succedendo in Siria e sono rimasta colpita da molti dei lavori che ho visto, dalla loro forza espressiva e dalla loro energia. E più che probabile che comprerò qualcosa da portarmi negli Stati Uniti e mostrare alle persone incuriosite della mia vita quaggiù».

A Beirut Raghad non è sola nel suo sforzo di promuovere l’arte siriana in questo periodo di crisi profonda. A Gemmayze, quartiere di artisti e bar nel primo nord di Beirut, Gallery 56 ha fatto dell’arte siriana e la sua promozione una vera e propria bandiera. La linea tra sfruttamento a fini commerciali e interesse sincero verso la situazione della Siria e dei suoi artisti resta comunque sottile. Morte, guerra e violenza vendono (non soltanto nel mondo dell’arte) e chi acquista (o promuove) dovrebbe stare attento a non romantizzare una situazione di sofferenza che al di là dell’empatia che può causare è composta da facce e persone che quella condizione la vivono e di essere romantizzate, anche se questo può voler dire vedere un quadro in più, proprio non ne vogliono sapere.

@albertomucci1

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